postato alle 14:35 del 8 ottobre 2008 in InterniTorna alla home

LAVORIAMO INSIEME. COME NON AIUTARLI? - Mi ha sorriso la guardia giurata nel gabbiotto di portineria, lunedì nel primo pomeriggio, quando sono andata a trovarli. Un bel sole. Niente più traffico. Tutto tornato alla consueta quiete parmigiana. D’altronde due studenti di farmacia seduti affianco a me sull’autobus mi avevano detto, come per tranquillizzarmi: “Non c’è niente, solo stamattina un po’ di casino, dei volantini e le macchine ferme. Non abbiamo ben capito perché!”. Tutto tranquillo dunque… Un solo dubbio mi scuote davanti al portone dell’IMEM. Perché l’insegna recita:”MASPEC“? “È il vecchio nome. Lo abbiamo cambiato nel 2005.” Mi raccontano i ragazzi del CNR quando li incontro. “Beh, forse non c’erano i soldi nemmeno allora“, immagino.


NON CI SONO SOLDI
- Questa l’unica giustificazione che riescono a darsi quelli dell’IMEM. Giovani, freschi, pimpanti e “magliettati” ovvero: vestiti di una maglia che ne identifica lo stato di precarietà. Non sono strani scienziati pazzi dai capelli arruffati. Sono ricercatori. Vale a dire: menti portate al massimo livello d’istruzione previsto dalla nostra Costituzione, formati con cura e dispendio di risorse finanziarie. Cervelli “maturi” da cui poteva ma potrebbe ancora dipendere la nostra economia, il progresso tecnologico del nostro Paese, il nostro futuro… “Lavoriamo tutti da molto tempo nella ricerca (da cinque fino a più di dieci anni), abbiamo tutti decine di pubblicazioni sulle riviste scientifiche e abbiamo tutti sostenuto più di un concorso. È anche grazie al nostro lavoro che l’Istituto IMEM può continuare ad operare a livelli di assoluta eccellenza nella ricerca sui nuovi materiali, molto spesso in collaborazione con imprese locali, contribuendo quindi anche allo sviluppo economico del nostro territorio“.


BRUNETTA, CHE SENSO HA?
- Portati al top della conoscenza dunque, funzionali alla crescita locale e no per poi… essere mandati via? Nella migliore delle ipotesi, se l’emendamento dovesse passare, se dunque dovessero essere licenziati, potrebbero solo andare a regalare la propria professionalità e i soldi investiti dallo stato italiano nella loro formazione agli stranieri. Non lo vogliamo promuovere questo madeinitaly? “Il punto è molto importante“, sottolinea Luca, precario dal 2003. Come i suoi colleghi, dopo aver preso un dottorato triennale post laurea, è diventato precario. Un master in Irlanda (”era meglio se restavo“, dice); e poi qui al CNR è andato avanti con contratti atipici, da più di tre anni come alcuni dei suoi colleghi. Tra i presenti al nostro incontro: Francesca, Davide, Giovanna, Luca. Per la procedura di stabilizzazione che era stata avviata da Prodi “basterebbero” quei tre anni perché questi ragazzi possano avere un contratto a tempo determinato. E invece no. Temono addirittura il licenziamento! Loro che sono del CNR e che non solo non gravano sulle casse dello Stato, ma che portano in alto la reputazione del nostro Paese all’estero. “I nostri lavori recano i nostri nomi e spesso ci garantiscono finanziamenti dall’Europa, dall’Industria. Se mandano via noi tagliano via un poco tutto“.

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