“Luttazzi, povera stella”: Il Fatto colpisce ancora

13/06/2010 - Altra difesa d’ufficio dopo l’intervista di Sansa: Roberto Faenza, regista e professore universitario, ci spiega che internet è piena di cattivoni e Shakespeare pure nel suo piccolo scopiazza. Il pluralismo è rispettato: dopo aver ospitato ieri un’intervista lacunosa a Daniele

     
 

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Altra difesa d’ufficio dopo l’intervista di Sansa: Roberto Faenza, regista e professore universitario, ci spiega che internet è piena di cattivoni e Shakespeare pure nel suo piccolo scopiazza.

Il pluralismo è rispettato: dopo aver ospitato ieri un’intervista lacunosa a Daniele Luttazzi, oggi il Fatto (che per il secondo giorno consecutivo non ricorda di avere un – legittimo – interesse nella vicenda, distribuendo un Dvd del comico) ospita un’opinione lacunosa di Roberto Faenza a favore di Daniele Luttazzi.

Il professor Faenza

LUTTAZZI, PORA STELLA – La pietra dello scandalo è sempre la stessa: il dibattito intorno a Luttazzi che copia, o meglio: al video “Il meglio [non è] di Daniele Luttazzi” che lo accusa di aver preso a piene mani dal repertorio di grandi comici americani senza citare le proprie fonti, e poi di aver motivato il tutto in modo poco credibile con una Caccia al Tesoro tra i suoi fans oppure come metodo per evitare le querele, sulla falsariga (ovvero…copiando) una decisione presa a suo tempo anche da George Carlin. Faenza, regista censurato negli anni ’70, autore di un film in America, insegnante universitario a Pisa e al Federal City College di Washington, e poi ancora regista di Jona che visse nella Balena, La Scorta, L’amante perduto, Sostiene Pereira e Marianna Ucria, rispettivamente tratti dai romanzi di Yeoshua, Tabucchi, Maraini, sostiene la tesi “tutta l’arte è una citazione”, già riportata da Aldo Grasso ieri sul Corriere della Sera, anche se il critico di via Solferino l’aveva tirata fuori accompagnandola con una robusta critica del comportamento di Luttazzi per spiegare la sua posizione, paragonato a quello di Scajola per la casa al Colosseo. Il punto, Faenza, nell’articolo del Fatto, non lo tocca neppure.

IL PARTITO DELL’ODIO DEL WEB – Il regista esordisce definendo “bella” l’intervista di Sansa a Luttazzi di ieri nella quale si parlava delle critiche arrivate dal Giornale al comico, tacendo palesemente gli articoli dedicati da Repubblica e l’Unità alla vicenda, per sottintendere che dietro ci fosse l’ennesimo complotto berlusconiano contro di lui. Faenza, se possibile, fa di peggio: tira fuori una frase sul web che odia somigliantissima alle cretinissime (giudicate così anche dal Fatto) frasi di Berlusconi all’epoca del Partito dell’Amore: “Cocktail (di accuse, ndr) che nell’era di internet diventa ancora più esplosivo e letale, perché riesce a deflagrare in tempi record, correre di sito in sito e diventare scoop. Hanno ragione certi studiosi a ritenere internet il luogo più pericoloso che esista al mondo. Più pericoloso dei quartieri violenti del Bronx o della odierna abbandonata Detroit. Lì ti accoltellano e se proprio ti va male ci lasci la pelle. Amen. Qui, in internet, se vieni beccato o diffamato te lo porti dietro tutta la vita, perché quando una notizia è in rete non la toglie più nessuno, neppure i cosiddetti spazzini del web. Ecco perché da quando esiste il web nessuno è sicuro“. Ecco, una posizione di questo tipo sulla Rete non la si sentiva dai tempi dei grandi classici del pensiero illuminista del calibro di Alberoni, Torquemada ed Erode (Faenza è professore, apprezzerà l’accostamento).

NEL MERITO - Poi il professor Faenza passa finalmente dal campo della sociologia criminale via web al merito della questione, tirando fuori di nuovo la storia della Caccia al Tesoro dichiarata dal comico che sarebbe alla base dell’equivoco nato intorno al caso. Con ciò, Faenza omette di ricordare che la scusa, pardon, la Caccia è stata dichiarata nel 2005 (secondo una tesi) o nel 2007 (secondo un’altra tesi), quindi anni e anni dopo della prima battuta copiata o citazione che dir si voglia. E che nel frattempo lo stesso Luttazzi, beccato con il sorcio in bocca da un fan che si era accorto di una pericolosa somiglianza tra alcune sue battute ed altre sentite Oltreoceano, aveva sostenuto di aver scritto lui la battuta poi sentita in America: una balla interessante da analizzare dal punto di vista psicologico (Carl Gustav Jung ne avrebbe riconosciuto il “tipo psicologico” nel personaggio di Nando Meliconi in “Un americano a Roma”), ma, ahinoi, il professor Faenza è un sociologo e quindi preferisce concentrarsi su fenomeni di altro tipo quali le nuove Brigate Rosse che si stanno costituendo via Internet contro Luttazzi, porastella. Che ci volete fare, ognuno ha i suoi interessi.

QUELLE PIPPE DEI (MIEI) STUDENTI – Dopo aver citato da Wikipedia - così noi lo capiamo che purtuttavia lui è un sincero democratico, pur rimanendo quelli dell’internet dei pericolosi terroristi – il professor Faenza dice che a copiare sono gli asini, con riferimento a una categoria piuttosto popolare tra questi: gli studenti. “Sarebbe altresì interessante scatenare i blogger alla ricerca del colpevole nelle aule dell’università, dove la maggioranza delle tesi di laurea sono frutto di un frenetico copia e incolla da internet, praticato dalla stragrande maggioranza degli studenti. I più bravi rielaborano e aggiungono di proprio. Gli asini, che spesso non lo sono più dei professori che non se ne accorgono, lasciano incollati persino i margini”. Il punto qui rimane inevaso: se il professore sta sostenendo che alcuni studenti prendono passi di autori dal web citandone la fonte, allora concorderà sul fatto che stanno ben operando, secondo i canoni di scrittura di una tesi. Se invece lo spacciano per proprio, allora fa bene il professore a chiamarli asini. Solo che c’è un problema: così sta dando dell’asino anche a Luttazzi, accusato (in alcuni casi indiscutibilmente a ragione: lo sketch con la Morante sul cameriere smemorato ripreso identico da Martin) di fare più o meno la stessa cosa.

TRE PASSI NEL DELIRIO – Ma poi arriva l’argomentone, ovvero il punto. Si chiede Faenza: “Interessa veramente al pubblico, quando ride alle freddure del nostro comico, se l’autore originale di quella battuta è un altro?“. No, professò, risponde lo studente asino ma sve

quel copione di Shakespeare

glio, quando sto a ride, io rido e basta. Però se uno spaccia per suo un intero monologo quando invece l’ha ripreso da Carlin e Rock e appena riadattato, fa brutto. Faenza ignora la domanda che sorgerebbe spontanea (è distratto, capitelo: nel frattempo sta sfuggendo alla cattiveria dei terroristi dell’Interwebz o come cazzo si scrive), e continua: “L’interpretazione, la mimica, la recitazione non sono forse un qualcosa di unico, il marchio di fabbrica che rende originale ciò che all’apparenza potrebbe sembrare copia? Chiedo a Roberto Benigni cosa pensa di questa faccenda. Risposta illuminante: “Anche Dante copiava””. E prosegue, Faenza, citando Virgilio, Ovidio. Allen, Chaplin, Buster Keaton. Finché arriva a quel copione di Shakespeare, che con Romeo e Giulietta aveva ripreso una storia – quella dei due amanti suicidi a Verona - già scritta da Masuccio Salernitano e Luigi Da Porto. Ed è qui che lo studente asino ma sveglio di prima alza di nuovo la mano e chiede di poter intervenire, per dire che va bene, professore, il Bardo avrà anche ripreso la storia così come le storie di viaggi partono tutte dall’Odissea e quelle di guerra dall’Iliade, così come mi ricordo ancora della prof d’Italiano che mi parlava di tòpoi e stilemi. Però, mi consenta (cit.), lei ci sta marciando. Perché nessuno ha mai contestato a Luttazzi di riprendere da Aristofane o da Plauto, lei m’insegna che ormai certe storie sono entrate nella cultura comune, e se qualcuno non lo capisce è ignorante lui (e se magari ha una connessione internet, è pure terrorista). Qui si parla di comici popolarissimi in America ma sconosciuti da noi, dei quali non si è ripreso il titolo di un monologo o un argomento di cui parlare (il tòpos), né una particolare tecnica come “E’ così sfigato che al festival degli sfigati arriverebbe secondo” (lo stilema), ma proprio le stesse battute pare pare, spacciandole per proprie. Il che è diverso da Virgilio che cita Omero a un pubblico talmente colto da saper riconoscere la differenza, visto che conosce a memoria il secondo. E sappia che quel comico che lei sta paragonando al grande William avrebbe avuto piena ragione se avesse fatto tutto ciò in America, dove conoscono a memoria i vari Rock, Carlin, Philips; non ce l’ha quando estrapola il tutto dal contesto culturale in cui le battute sono nate, per riproporle dove quei comici sono dei perfetti sconosciuti per il grande pubblico.

UN MONDO D’AMORE – La chiusa della difesa d’ufficio di Faenza è fantascientifica: “Viviamo insomma nell’era del plagio di massa, che però non è più plagio, ma qualcosa prima sconosciuto. E’ la stessa filosofia dei pirati del web a spopolare in rete: nulla è tuo, né un libro, né un film, né una canzone. Tutto è di chi lo trova e se lo prende, facendolo suo. Con buona pace del diritto d’autore”, scrive, e qui raggiunge l’apice dell’umorismo involontario. Perché Faenza dovrebbe essersi accorto che qui c’è uno che sul diritto d’autore, invece, non la pensa per niente come lui: lo stesso Luttazzi. Il quale, pur citando battute altrui per sua stessa ammissione, pretende che le sue battute non vadano citate, copiate, riportate da chicchesia, come testimoniano le centinaia di richieste di rimozione di prodotti che a suo dire lo facevano da Youtube, Facebook, e altri servizi di hosting. Se è vero che le battute sono patrimonio di tutti, perché Luttazzi reclama la violazione del copyright su battute che non sono le sue? Me lo spiega, professò, con parole sue, senza citare Platone, Greimas o Heidegger, ‘ché il giorno che li hanno spiegati a scuola ero assente? Oppure si può fare una prova pratica: visto che Faenza ha girato film tratti da libri di Yeoshua, la Maraini e Tabucchi, perché non prova a fare un film da un libro di un autore di questi senza pagargli i diritti e citare l’opera? Tanto, la cultura è di tutti no? Vediamo che succede, prof. Ce faccia ride.

     
 

24 Commenti

  1. fritz scrive:

    non so se sono originale… ma “lo strafatto quotidiano” suona parecchio bene!

    chissà cose ne pensa travagio (oddio! la sindrome del guru mi ha colpito!)

  2. bpilgrim scrive:

    la cosa buona di questa storia è che questi vecchi scorreggioni/residuati bellici con idee anziane (sia faenza che luttazzi) escono allo scoperto a dire la loro e così facendo rendono palese la loro inutilità, privi come sono di una qualsiasi idea attinente col tempo in cui vivono (sono intrappolati in un’idea di Kultura che non va oltre gli anni 70, roba da far arrossire il prof. guidobaldo maria riccardelli, perdio!). in questo modo li si può agevolmente scartare a priori, non è che ognuno sia tenuto a dare ascolto all’opinione di cretini conclamati: le vaccate sono potenzialmente infinite, mentre le idee buone e il tempo per distinguerle dalla merda NO.
    e comunque luttazzi che cerca di passare per “persona di cultura” perché sa usare quelle 40-50 buzzwords a cazzo buone per confondere i gatti, quando poi non sa nemmeno usare il proprio blog nel fottuto 2010, è di una tristezza abbagliante. quest’idea che la cultura sia un qualcosa di monolitico e slegato dal tempo in cui si vive è quanto di più “sinistra anni 70″ che esista al mondo, per intenderci: quella stessa sinistra che sottovalutò la tv come medium e se la fece scippare da un noto palazzinaro brianzolo negli anni 80. ah, la lungimiranza.

  3. MOVS scrive:

    Per rispondere a Faenza basta quello che scriveva ieri Wu Ming 1:

    Luttazzi non è un paladino della cultura libera
    Ragazzi, non c’è storia, davvero. Tutti i vari discorsi contro il copyright, a favore del copyleft, tutti copiano, la cultura è libera etc. in questa vicenda sono *aggravanti* per quel che ha fatto Luttazzi, non attenuanti.
    Luttazzi si è comportato di merda: ha preso dei testi pre-esistenti (quasi sempre limitandosi a tradurli e riproporli verbatim), ci ha messo sopra (abuso su abuso!) un *suo* copyright e li ha *chiusi*, ha detto che erano di sua proprietà e dato a intendere per anni che erano frutto del suo genio individuale, addirittura lamentandosi se qualcuno li riutilizzava, facendo anche cause, censurando etc. Non ha mai segnalato il 99% di queste riappropriazioni. Non solo non è minimamente un critico della proprietà intellettuale e delle leggi che la regolano, ma ha utilizzato quelle leggi nel modo peggiore, nella logica delle peggiori corporations, della Disney e di tutti gli altri. Davvero, guardatevi il video “Il meglio [non è] di Luttazzi”, guardate tutti i raffronti, guardate tutta la tirata su Bonolis che gli aveva “rubato” una battuta, e andate sul blog dei nitpickers, leggete la sequela di patetiche, assurde, sempre diverse giustificazioni, il suo ciurlare nel manico da politicante, e i tentativi maldestri di nascondere la polvere sotto il tappeto (ancora una volta impugnando il copyright per far rimuovere il video dell’inchiesta). Ogni difesa di Luttazzi su questo terreno è priva di gambe per camminare.

    http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=748&cpage=1#comment-681

  4. danost scrive:

    anche se prendesse spunto, l’interpretazione è ciò che conta, il modo, l’enfasi. Si può copiare chichessia ma occorre recitarlo a dovere e luttazzi lo sa fare. daniele-http://albairatepostlandia.blogspot.com/

  5. ghiaccio-nove scrive:

    ma al Fatto cosa si sono messi in testa, seguire Luttazzi sulla strada dell’autosputtanamento? bleah!

  6. Veronica scrive:

    Che Luttazzi abbia copiato o meno, o che si stia dalla sua parte o meno, questo articolo è scritto con i piedi, e non mi pare che l’autore sia nemmeno degno di essere chiamato giornalista. Se mai è una persona che odia profondamente luttazzi, il fatto e questo prof. Faenza, e che si diverte ad inveire su di loro, ma questo non è un articolo critico: è un testo che mira a sputare su persone che non sono di gradimento a chi scrive. Non un articolo. Ovviamente non mi aspetto quella “oggettività” che dovrebbe esserci secondo quello che ti insegnano a scuola – ma nemmeno questo sparare a zero con tanta rabbia repressa e con un linguaggio così poco professionale (“o come cazzo si scrive”???).
    Nel miglior stile di Libero o di qualsiasi uscita berlusconiana. Ho fatto una fatica non indifferente a leggerlo.
    Per inciso (perché se qualcuno mi risponde, difficilmente tornerò qui a leggerlo), io sono abbonata al fatto e ritengo che molte volte anche loro scadano un po’ nello stile, nelle accuse e nei nomignoli vari – ma non a questo livello.

  7. gregorj scrive:

    Gentile Veronica,

    1. Sulle intenzioni: riservo il mio odio per obiettivi più alti di quelli da lei citati.

    2. Sul linguaggio: copio dal Fatto quotidiano di oggi (pagina IV del Misfatto, ‘intervista’ a Luttazzi): “Filosofia satirica? Sì, i corifei del ditirambo, le falloforie, la teoria dei pentacosiomedimni. Scusi la franchezza, ma non si capisce un cazzo. Lei ha copiato da comici americani che hanno scritto quello che ha portato in scena lei molto prima di lei. Punto. E’una teoria aprioristica. Dopo la mia invenzione del pane…”

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