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Bernardo Provenzano, l’ultimo re di Cosa Nostra

Ti prego di essere sempre calmo e retto, corretto e coerente, sappia approfittare l’esperienza delle sofferenze sofferte, non credere a tutto quello che ti dicono, cerca sempre la verità prima di parlare, e ricordati che non basta mai avere una prova per affrontare un ragionamento. Per essere certo in un ragionamento occorrono tre prove, e correttezza e coerenza. Vi benedica il Signore e vi protegga.

(Da un pizzino di Bernardo Provenzano a Luigi Ilardo)

“Sparava come un Dio”, era questo Zù Binnu (U tratturi) per Angelo Siino (il “ministro” dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra), mentre raccontava passo per passo a Giuseppe D’Avanzo il fantasma di Corleone. Un fantasma catturato decenni dopo, a due passi dalla sua Corleone, teatro della sua vita passata a scalare i vertici di Cosa Nostra tra stragi e omicidi. Il suo ruolo, a fianco e poi al posto del boss Totò Riina, è una delle ultime testimonianza della Mafia che trattò con lo Stato, della Sicilia che dominava Roma. Degli intrecci di malavita che hanno rivoluzionato le famiglie per oltre 40 anni.  Caduto dal  lettino nel carcere di Parma dove si trovava rinchiuso, è stato operato d’urgenza e ora si trova in coma farmacologico.

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PRIMI PASSI – Era il terzo di sette figli, non finì la seconda elementare e dai campi passò subito alla malavita, seguendo Michele Navarra, uno dei capi mafia del suo paese. Poi una faida, a metà degli anni cinquanta, mescola le carte in tavola. Provenzano si schiera con Lucianeddu (Luciano Liggio), così come fece il suo amico Totò Riina. Da lì in poi è diventato l’alfiere della guerra sicula, nel 1963 fu emesso un mandato di cattura per l’omicidio di Michele Navarra (nemico di Liggio), e nel 1969 partecipò alla strage di viale Lazio. Con impazienza letale, secondo il pentito Grado, dato che lui, ancora “uomo d’onore”, aprì il fuoco per primo: “Quel cosaccia sporco di Bino Provenzano, prima ancora che noi entrassimo dentro l’ ufficio gli spara a Domè” racconta il pentito. L’obiettivo era eliminare il Cobra, ovvero Michele Cavataio, colpevole di aver fatto scoppiare tutto l’escalation di violenza tra le famiglie. Binnu uccise il boss come “u tratturi” e da lì in poi la storia a fianco dell’amico Totò Riina, nella scalata corleonese, dopo l’arresto nel 1974 di Luciano Liggio. Poi 43 anni di buio. Fa perdere le sue tracce, sfugge agli investigatori, fino all’ultima segnalazione, decisiva. Fu intercettato nel 2003, a Marsiglia, in una clinica dove si era sottoposto a un intervento sotto falso nome. Era diventato Gaspare Troia ed andava e veniva di continuo, fuori e dentro l’Italia, con una patente falsa. Ultima beffa da uomo libero, venne rimborsato, per le prestazioni sanitarie, dalla Asl.

L’ARRESTO – Stava in un casolare a due passi dal paese. A tradirlo i pizzini, indirizzati alla “moglie” Saveria Benedetta Palazzolo, al cognato Carmelo Gariffo e al resto del clan, nascosti tra le buste della spesa. Sono bastati dieci giorni di microspie e poi il blitz, l’11 aprile 2006. Binnu non scappa più. Ma si fa beffa dello Stato. Dopo esser finito nel supercarcere di Terni, con il 41bis, ottiene il trasferimento al carcere di Novara. E da lì comunica con l’esterno, attraverso messaggi in codice. Scoperto, ritorna il carcere duro, con l’isolamento in una cella, senza televisione e radio. Il 19 marzo 2011 gli viene diagnosticato un tumore alla vescica. Poi nel carcere di Parma, dove fu trasferito, il 9 maggio 2012 il boss tenta il suicidio. Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, sotto la guida di Antonio Ingroia, per la Trattativa Stato-Mafia, chiede il suo rinvio assieme ad altri 11 indagati accusati di “concorso esterno in associazione mafiosa” e “violenza o minaccia a corpo politico dello Stato”. Le condizioni del re di Cosa Nostra, peggiorano di giorno in giorno. Forse quel suo grande segreto Zù Binnu lo porterà fino alla tomba, levando tasselli al puzzle della Trattativa.

IL RUOLO – Dopo la cattura di Riina nel 1993, Provenzano diviene il Capo dei Corleonesi. Con lui invisibile, la mafia diventa “invisibile”, lasciando alle spalle l’epoca delle stragi. Dopo la cattura di Leoluca Bagarella, arrestato dalla DIA il 24 giugno 1995, Provenzano governa a modo suo. La violenza di Totò Riina doveva ritornare ad essere sottomessa alla mediazione. Puntando sull’imprenditoria. In un rapporto dei carabinieri del 1984, il boss risultava interessato a una decina di imprese, alcune edili, altre legata alla sanità. Quest’ultima è stata la roccaforte del sistema Provenzano, che con la munnizza (i rifiuti) controllava la società. Dietro nomi insospettabili con aziende come Scientisud, Medisud, Polilab, e fratelli come Salvatore Provenzano, ex contadino, diventato “esperto” nel campo sanitario. Bernardo, “il più laico dei capimafia”, coinvolgeva uomini politici, anche di colori opposti. La mafia della mediazione è la sua persona. La stessa “mediazione” che cerca di stanare la Procura di Palermo da anni. Ma davanti agli allora pm Ingroia e De Francisci, Zù Binnu non si è mai pentito: “Per dire io la verità avissi a parrari male di cristiani, scusatemi”.

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