Vien da ridere a pensare che in Puglia il comune medio ha quasi 16.000 abitanti e nella piccola Val d’Aosta appena 1.700. E anche lasciando stare le piccole e quasi sempre particolari realtà regionali, balza all’occhio che in una regione di peso simile alla Puglia, il Piemonte, di comuni ce ne sono 1.206 mentre nella regione meridionale ce ne sono solo 258! Per quanto la realtà della pianura padana, soprattutto in Lombardia e in Veneto – un’immensa campagna urbanizzata formata da un insieme reticolare di migliaia di paesini e cittadine – sia assai diversa dal paesaggio di paesoni-città ben distanziati di certe zone del Sud, questa disparità appare oggi del tutto ingiustificata. Facciamo un ragionamento a spanne: se togliamo al Piemonte gli abitanti del comune di Torino, 909.538, la regione subalpina distribuisce i restanti 3.536.692 in 1.205 comuni, per una media abitanti per comune di appena 2.935. Se questa media si alzasse diciamo fino agli 8.000 abitanti, non volendo essere troppo spietati, di comuni ne basterebbero 442. Il che vuol dire che io, che non sono piemontese, vedo comodamente la possibilità di un taglio di almeno 700 comuni in questa sola regione! D’altronde, non nel Centro-Sud – il dato statistico del Lazio, della Campania e in misura minore quello della Sicilia, è fortemente influenzato dalla presenza dei comuni di Roma, Napoli, Palermo e Catania – ma nel Centro-Nord, in regioni come Emilia Romagna e Toscana, la consistenza demografica dei comuni è decisamente più significativa di quella di Piemonte o Lombardia. Appare poi paradossale, ad esempio, che una regione limitrofa della Puglia, la Basilicata, abbia circa metà del numero dei comuni della prima, con una popolazione sette volte inferiore. Lo stesso vale per un’altra regione limitrofa, il Molise, che però ha addirittura una popolazione tredici volte inferiore! Ci sarebbe poi da riflettere sulla suddivisione amministrativa di certe realtà metropolitane. Il comune di Milano – città che non si sa bene dove finisce – è ridicolmente piccolo: appena 183,77 Km² per 1.307.495 abitanti; quando invece il comune di Roma ha una superficie di 1.285,31 Km², per una popolazione di 2.743.796 abitanti. Ad un livello inferiore, il comune di Padova, al centro probabilmente del più grosso agglomerato urbano del Nord-Est, ha una superficie di appena 92,85 Km², e 212.989 abitanti; quando invece il comune di Perugia ha una superficie di ben 449,92 Km² per una popolazione di 166.667 abitanti.
Si nota qui come le piccole realtà regionali (dal punto di vista demografico) tendano ad avere un numero abnorme di province. Certo, la Sardegna è territorialmente una grande regione, e a statuto specialissimo, ma otto province per una popolazione simile – anzi, inferiore – alla somma di quella di due province come Treviso e Vicenza è una vera e propria barzelletta. Per quanto riguarda Lombardia, Lazio e Campania il dato statistico è ovviamente deformato dalla presenza di province con tre-quattro milioni di abitanti come Milano, Roma e Napoli: depurato di questo fattore il dato lombardo è sulla media nazionale, quello laziale sotto, quello campano superiore. Strano il caso dell’Emilia Romagna e soprattutto della Toscana, due regioni che si contraddistinguono per l’importante consistenza media dei comuni: infatti ad un esiguo numero di comuni si contrappone un numero abbondante di province. Si pensi alla microscopica – dal punto di vista territoriale – provincia di Prato, con appena 7 comuni, battuta in Italia solo dalla particolarissima – e tuttavia non giustificata – realtà triestina con soli 6 comuni.
QUINDI - Cosa voglio dire con tutto questo? Che ad occhio e croce ci sarebbe – volendo – spazio abbondante per la riduzione di circa un terzo del numero delle province e dei comuni italiani. In tutto, circa 3.000 enti territoriali. Certo, questo non vuole dire assolutamente che i risparmi per le casse dello stato sarebbero direttamente proporzionali alla vigorosa potatura conseguente a questa sua riorganizzazione amministrativa.




I Comuni hanno compiti specifici insostituibili a differenza delle Province, la cui competenza è di solito poco più che un doppione di Regioni e, appunto, Comuni. Insomma, non basta guardare il numero degli abitanti e la dimensione: bisogna anche guardare il grado di efficienza dell’istituzione che si vuole eliminare. I Comuni in Italia hanno spesso una storia più antica dello stesso Stato Nazionale, sono percepiti dalla cittadinanza in modo molto più profondo rispetto a qualsiasi altra istituzione. Lo dimostrano i dati elettorali: le elezioni comunali sono pressochè ogni volta quelle con l’affluenza più alta. E il motivo è chiaro: solo la prima e più diretta forma di partecipazione politica possibile. Non credo di esagerare se li definisco uno dei cardini più importanti della nostra democrazia. Sono l’unico ente pubblico dove si conoscono direttamente i candidati e l’accautability ha un vero risvolto pratico.
Certo, in caso di una riforma organica che preveda la cancellazione delle Province e un maggior potere alle Regioni, un ritocco alla mappa comunale italiana forse può essere opportuno, ma va semrpre ricordato che nella nostra Costituzione ci sono le Città Metropolitane. La creazione di queste ultime risolverebbe il problema dei Comuni enormi in corrispondenza delle città e così le tabelle tornerebbero ad essere più uniformi, spaventando meno il lettore distratto.
In effetti il problema non è se in base ad astratti calcoli le provincie servano o meno a qualcosa, quanto il fatto che le loro competenze siano poco più che residuali, sono state distribuite solo per tenerle in piedi, senza alcuna logica.
IO vedo come privato cittadino e dal punto di vista lavorativo la situazione e l’unica effettiva utilità delle provincie è la distribuzione di poltrone per i consiglieri e gli assessori, non hanno alcun compito che non potrebbe essere gestito meglio dai comuni o dalle regioni.
In Italia se sparissero di colpo tutti i consiglieri regionali e gli assessori, con la loro corte di collaboratori, non cambierebbe niente, salvo per i parassiti con la tessera di partito.
Proprio la Svezia è un esempio di federalismo spinto alle estreme conseguenze ha delle provincie che non hanno alcun compito amministrativo, TUTTA la pubblica amministrazione è in mano ai comuni con una partecipazione marginale dello stato.
Le imposte statali in Svezia hanno un aliquota del 20% con una NO-TAX AREA equivalente a 23000 euro.
Questo viene accuratamente nascosto dai legaioli che vogliono spacciare la bufala di un federalismo che porti ad una diminuizione delle tasse, la proposta di Zamax mi semba semplice benaltrismo, per giustificare una scelta basata solo su interessi di basso vassallaggio ( per tenere buoni i peones che votano tutto quello che gli si mette sotto il muso ) propone una modifica istituzionale palesemente irrealizzabile, è il classico caso del meglio che è il peggior nemico del bene.
Faccio notare a tutti e due che io ho fatto una chiara premessa:
“E’ ovvio che alla base di tutto ci dovrebbe essere un’armonica e non conflittuale ripartizione dei poteri decisionali [fra gli enti territoriali] ed una chiara individuazione delle prerogative dello stato.”
Mi aspettavo che rispondessi che secondo te la Svezia è effettivamente un esempio di moderno assolutismo burocratico.
La mia opinione è semplicemente che certe ipotesi come la tua sono irreali, esistono resistenze fortissime all’interno della classe politica di destra e di sinistra nei confronti di qualsiasi cosa ne riduca anche minimamente la dimensione della greppia, tra i primi provvedimenti dell’ attuale governo c’è stata l’eliminazione di un limite numerico dei componenti dei consigli di amministrazione delle società pubbliche, la tua proposta equivale a proporre brioches ad un popolo affamato che chiede pane, non è che hai appena finito di vedere “la Nobildonna e il Duca” di Rohmer?
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Ma perchè non aboliamo le regioni,che dalla loro nascita è iniziato il declino dell’Italia.-