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pubblicato il 11 giugno 2010 alle 15:30 dallo stesso autore - torna alla home

Una proposta controcorrente sulle polemiche di questi giorni giusta l’annunciato taglio degli enti territorali

In merito all’abolizione tout-court delle province devo confessare che sono assai perplessose non di parere contrario, proprio nell’ottica di una trasformazione in senso federale dello stato italiano, tanto più se questa fosse accompagnata da auspicabili accorpamenti regionali. Il rafforzamento del potere delle regioni, attuato di conserva con la scomparsa di un ente intermedio come quello provinciale, vedrebbe le nuove capitali regionali confrontarsi, proprio come nei modelli tipici degli stati accentratori, fedeli al classico motto del divide et impera, solo con una schiera pulviscolare di piccoli enti territoriali, i comuni. La consistenza di uno stato si valuta essenzialmente in base a due ordini di grandezza, quello territoriale e quello demografico: vanno presi ambedue in considerazione. Creare artificialmente un requisito demografico minimo per la sussistenza della provincia ha poco senso: le province di Grosseto e Belluno, ad esempio, che hanno ciascuna poco più di 200.000 abitanti, sono enti che presidiano realtà territoriali assai vaste. Si pensi all’inverso alla regione Lombardia, coi suoi quasi dieci milioni di abitanti: dal punto di vista demografico la Lombardia è equiparabile a stati europei come il Portogallo, l’Ungheria o la “grande” Svezia. Ora si immagini che in uno di questi stati un’organizzazione amministrativa brutalmente semplificata preveda, oltre alla capitale, solo piccole realtà comunali: non parleremmo forse di una sorta di moderno assolutismo burocratico? E dunque, invece di impetrare sic et simpliciter l’azzeramento delle province, obbedendo più all’ottimismo della volontà che a quello della ragione, e fors’anche cedendo al fascino non tanto “liberale” dell’efficienza delle tabulae rasae, non sarebbe meglio pensare ad una riorganizzazione complessiva e ragionata degli enti territoriali? E’ ovvio che alla base di tutto ci dovrebbe essere un’armonica e non conflittuale ripartizione dei poteri decisionali fra di essi ed una chiara individuazione delle prerogative dello stato. Ma anche un’analisi dei soli dati demografici dei comuni e delle province attuali (che quindi va mediata con le sopramenzionate considerazioni di tipo territoriale) ci rivela le sorprendenti disomogeneità dello Stivale, che certo sono in buona parte figlie della storia – ma anche la storia cambia, o no? – e l’enorme spazio per l’uso delle forbici in caso di una profonda razionalizzazione degli enti territoriali. Ho preparato due tabelle, la prima indica la media degli abitanti per comune nelle varie regioni italiane, la seconda la media degli abitanti per provincia.

tabella1mediaabitantipe E se cominciassimo dai comuni invece che dalle province?