Il prezzo del greggio oscilla a causa della Marea Nera. E l’offerta, dopo le difficoltà riscontrate nella ricerca sottomarina, è destinata a rallentare.
Quando la piattaforma Deepwater Horizon è esplosa, il 20 aprile scorso, un barile di petrolio costava 83 dollari. Dieci giorni dopo, quando era ormai chiara l’inesistenza di soluzioni tecniche in grado di tappare la fuoriuscita di petrolio, il Wti sfiorava il massimo di 86,66 dollari, livelli che non si vedevano dal grande crollo di fine settembre 2008 (Lehman e il timore del collasso dell’intero sistema bancario). Da allora circa 10-20 mila barili al giorno hanno appestato l’acqua e le coste del golfo del Messico. L’allarme ecologico si è fatto via via più forte di fronte ai vari tentativi degli ingegneri Bp con esso l’indignazione dei politici è cresciuta di pari passo, con audizioni al Congresso degli Stati Uniti e il presidente Obama che promette ritorsioni “fisiche” per i responsabili appena avrà capito con chi prendersela. Eppure il prezzo del petrolio è sceso, e molto. Il minimo, 64,50 dollari è stato toccato un mese dopo, il 20 maggio. Quella partita di barili di carta è stata la più economica da 10 mesi a questa parte, poi c’è stata la risalita, si trattato di due tentativi di rimbalzo infrantisi contro quota 75 dollari.
FALLIMENTO - Eppure la vicenda della defunta piattaforma “Macondo” è esemplare da molti punti di vista: ha dimostrato quanto sia davvero difficile il cosiddetto “petrolio difficile”. Trivellare a 1800 metri di profondità è una sfida ingegneristica al limite delle conoscenze tecniche attuali dove non esistono margini di sicurezza o pratiche consolidate. Si procede per tentativi (costosissimi): il disastro non è stato prodotto da eventi particolari e imprevedibili, sono bastate un paio di decisioni sbagliate, magari dettate dalla necessità di risparmiare. Ora che la pericolosità della ricerca in alto mare sono stati chiariti nella maniera più spettacolare possibile, la reazione ovvia dovrebbe essere una maggiore regolazione, minori permessi di perforazione, criteri di sicurezza più alti e sanzioni “letali” per le aziende che dovessero ripetere gli errori della Bp.
DOPPIO FALLIMENTO – Il prezzo del petrolio degli ultimi due mesi ci dice che nessuno crede a questo scenario, nemmeno gli speculatori che, come abbiamo detto più volte, non si inventano i problemi, ma esasperano l’intensità degli stessi e l’urgenza delle soluzioni. Il governo americano ha lasciato alla Bp il pieno controllo delle operazioni, persino dell’informazione sull’evento. Dal punto di vista tecnico è stata una scelta saggia, nessuno aveva mezzi e idee migliori della società petrolifera. Ma dal punto di vista politico è la resa alle Big corporation, l’ammissione che alle compagnie petrolifere è appaltato un bene supremo e pubblico (il nostro attuale tenore di vita) e che nessuno è in grado di sostituirle. Quel petrolio serve: la metà dei nuovi giacimenti scoperti negli ultimi trent’anni si trova sotto i fondali oceanici, a profondità crescenti. In questo scenario il disastro ecologico è un “rischio calcolato” a misura di Big Oil, persino i 30 miliardi di dollari che Bp stima di dover sborsare nei prossimi 10-20 anni sono una cifra assolutamente alla sua portata.



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