“Non toccateci le intercettazioni perché sono necessarie per farci lavorare” affermava il 31 marzo scorso Piero Grasso rivolgendosi “ai politici ed al Parlamento” e parlando con i giornalisti dopo un vertice sulla sicurezza col ministro dell’Interno Roberto Maroni. Oggi, il cambio di passo: “Se non ci sarà più il limite dei 75 giorni, come leggiamo sui giornali, il problema sarà risolto” ha fatto sapere poco fa il procuratore nazionale antimafia, a margine della presentazione del Rapporto di Legambiente sulle ecomafie, in merito al crollo dell’argine dei 75 giorni concessi ai pm per intercettare tutti i reati, tranne mafia e terrorismo. Basta così poco per cambiare linea? La domanda non è casuale.
Una settimana fa Grasso, intervistato da Repubblica, aveva sottolineato più di una obiezione alle norme in procinto di arrivare in aula a Palazzo Madama. Il procuratore sottolineava come fosse “molto grave” collegare “automaticamente la sostituzione di un pm o del suo capo al mero atto formale dell’iscrizione nel registro degli indagati“, spiegando come si potessero avere “effetti devastanti per i delicati equilibri delle procure di fronte a continue denunce strumentali contro i magistrati“. Grasso evidenziava anche altre criticità, come la necessità dell’ok “di un tribunale collegiale” per dare via agli ascolti che “certamente provocherà gravi disagi nell’organizzazione degli uffici, soprattutto in quelli di medie o piccole dimensioni dove l’incompatibilità dei magistrati a trattare più volte lo stesso fatto porterà a non avere più giudici per fare i processi“. Così come il fatto che “anche il sabato e la domenica dovrà esserci un tribunale sempre pronto ad autorizzare un ascolto“. Peraltro – aggiungeva – “é assurdo dover inviare tutti gli atti compiuti fino a quel momento. Le cancellerie scoppieranno di faldoni, affastellati pure nei corridoi, e i rischi di fughe di notizie aumenteranno“. Criticità tutte superate?


