di Donatella Lai (uyulala)
postato alle 17:06 del 16 Maggio 2008 in CulturaTorna alla home

L’essere umano dà per scontato il potere comunicativo delle parole senza rendersi conto che esse possono perdere il loro significato più pregnante per diventare nebulose vaganti nel nostro cervello. Il destino della parola “depressione”, usata in mille modi e lasciata, unica, a coprire (male) concetti che possono essere molto distanti fra loro.

COS’E’ LA DEPRESSIONE - In linea di massima questo termine indica una caratteristica comune a tanti stati diversi, ossia una situazione interiore in cui il soggetto non fa i salti dalla gioia e non prende precisamente la vita come una felice avventura. A parte questo elemento, le situazioni interiori e a volte esteriori a cui la parola fa riferimento sono spesso molto lontane fra loro.
Depressione può indicare uno stato d’animo normale. Spesso il sostantivo è usato come sinonimo di malinconia, non la “melanconia” dei vecchi psichiatri, ma quella sfumatura crepuscolare del nostro intimo che insorge di tanto in tanto anche solo quando si ripensa al passato o ad una situazione che ci genera nostalgia, quel passaggio della nostra esistenza in cui abbiamo necessità di rivolgere la nostra attenzione all’interno di noi stessi piuttosto che al mondo esterno.
Depressione può anche indicare quelle fasi down delle nostre oscillazioni naturali dell’umore, quelle che indicano per esempio “quando ci svegliamo con la luna storta”, ma che sono destinate a svanire dopo poche ore o dopo qualche giorno.
Depressione a volte sostituisce la parola “lutto“. Vivere il dolore di una perdita è un processo necessario che implica un percorso maturativo alla fine del quale riusciamo a organizzare la nostra vita senza la persona amata e con in più la consapevolezza dei nostri limiti temporali.
In questi casi l’uso della parola porta ad una patologizzazione di eventi di vita naturali, insinuando sottilmente che tutto quello che non è positivo, piacevole, allegro sia automaticamente negativo e malato. Rischiamo quindi di arrivare a vergognarci di affrontare situazioni dolorose perché il dolore non è considerato un bene; rischiamo oltretutto di non accettare le persone a noi vicine nel momento in cui siano loro ad attraversare i tratti in salita della propria strada.

QUANDO SI PARLA DI MALATTIA - Parlando invece di situazioni patologiche vere e proprie non abbiamo una situazione migliore.
La parola depressione può indicare una vera e propria malattia, oppure un sintomo di altre malattie, può indicare una fase di un disturbo molto più complesso, o può essere usato impropriamente per indicare qualunque problema psichiatrico, anche i disturbi psicotici quali la schizofrenia o i disturbi paranoidei.
La malattia depressiva è un insieme complesso di segni e sintomi, alcuni dei quali strettamente fisici, che talvolta può non avere proprio il sintomo di cui condivide il nome e per questa ragione può non essere riconosciuta come tale. Come ogni patologia in campo medico, per poterne fare diagnosi questi vanno valutati nel loro insieme perché ciascuno di essi da solo non ha significato.
Come sintomo allora parliamo proprio di quello stato d’animo in cui ci si sente “giù”, con le ruote sgonfie, spesso tristi, e che si può verificare anche nel corso di un’influenza, di una malattia infettiva o comunque di una malattia somatica. Si tratta infatti di un sintomo piuttosto comune in medicina, non è esclusivo appannaggio del campo psichiatrico.
Quando parlo di una fase di una malattia più complessa mi riferisco al disturbo bipolare, che è caratterizzato da oscillazioni eccessive di molti parametri (fra cui anche l’umore). Le fasi depressive di questo disturbo sono molto difficili da distinguere dalla malattia depressiva “pura”, ma almeno è appropriato sul piano linguistico usare questo termine.
Un problema molto serio, a mio parere, nasce quando da parte dei media si tende ad etichettare con la parola “depresso” qualunque persona che operi dei comportamenti anomali o distruttivi sotto l’influsso di uno stato mentale alterato da altre patologie.
Parlo dei casi di omicidio-suicidio per esempio, le situazioni in cui le madri commettono infanticidio, chi in ogni caso assume comportamenti violenti inspiegabili. Per spiegare le radici psicologiche di tali gesti i cronisti spesso usano una frase che a me personalmente, dal mio punto di vista di psichiatra, mette i brividi: “Soffriva da tempo di depressione“.

L’IMPORTANZA DELLE PAROLE - L’idea che viene così veicolata è che coloro che soffrono di questo problema siano potenzialmente degli omicidi, e tale è la percezione che i pazienti realmente depressi hanno di se stessi ogni volta che un fatto di cronaca spinge la manina distratta del cronista di turno a vergare quella frase o altre simili.
Vorrei quindi restituire le giuste dimensioni linguistiche per quelle situazioni a forte rischio di equivoco: chi soffre di depressione (vera) NON E’ un potenziale omicida. In alcuni casi può arrivare a maturare idee di morte, talvolta pensa al suicidio e purtroppo capita anche che lo metta in atto, ma le spinte aggressive verso terzi non sono una caratteristica di questo disturbo.
Intanto forse non tutti sono a conoscenza che chi soffre di patologie mentali non commette più delitti di quanti ne commettano i cosiddetti sani, quando questo avviene di solito capita per alcuni motivi ben precisi:la persona ha allucinazioni profondamente invadenti che lo spingono a commettere un gesto improprio. In questo caso può arrivare ad atti aggressivi; la persona soffre di alcuni tipi di deliri, a causa dei quali si sente minacciato e perseguitato e l’atto aggressivo lo opera a scopo difensivo rispetto al delirio; se si tratta di una madre nel periodo immediatamente successivo al parto, essa non soffre tanto di depressione post partum ma di psicosi puerperale (spesso queste condizioni vengono confuse fra loro anche da “addetti ai lavori”), a causa della quale entra in uno stato di confusione agitata e può presentare anche deliri, sebbene questi siano più nebulosi e confusi. In ciascuno di questi casi l’individuo è spinto da uno stato psicotico temporaneo o legato ad una malattia, non da una condizione depressiva vera e propria.
Per queste ragioni ritengo importante fare un uso oculato delle parole, in quanto esse esistono per portare dei messaggi. In questi casi sbagliare nell’attribuzione del termine ha come conseguenza quella di rendere patologico ciò che non lo è o di attribuire uno stigma molto pesante a chi ha già di suo un pesante carico di sofferenza .

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