Prendete un economista a caso (chiamiamolo Random Economist) e mettetelo davanti ad un paese che svaluta il cambio, tassa le sue esportazioni, aumenta la spesa pubblica e (eresia!) se ne infischia dell’inflazione. Prendetelo e chiedetegli “Caro Random Economist, come lo vedi questo paese?”. Diciamo che in 95 casi su 100 Random Economist vi risponderà “They’re screwed!” (si sa, agli economisti piace parlare inglese). Pensate allora al mal di testa che deve avere il nostro Random a consultare le dure cifre riguardanti l’Argentina, paese colpevole di tutti i reati di cui sopra, ma che dal 2003 ad oggi cresce al 9% annuo. Capireste allora il senso di rivalsa di quei milioni di argentini che danno la colpa della crisi del 2001 alla stessa “economic wisdom” (i cui eccessi prendono il nome di “neoliberismo”, ma non chiedetemi perché), e che dagli stessi economisti si sentono dire (dal 2005!) che siamo giunti al redde rationem. Forse che un’altra via è possible?
DON’T CRY FOR ME – Un veloce sunto: l’Argentina entra in recessione nel 1999, in seguito alla crisi valutaria globale dell’anno precedente che lascia il peso (legato da un rapporto di cambio fisso col dollaro americano) tremendamente apprezzato. Tra alti e bassi la recessione si protrae fino al 2001, anno in cui la crisi finanziaria porta al ripudio del debito pubblico; nel 2002 il Governo abbandona la parità col dollaro e lascia svalutare il cambio. La riduzione del PIL tra il 1998 e il 2002 è di circa il 20%. Dal 2003, tuttavia, comincia la riscossa, col PIL che cresce a ritmi cinesi (9% p.a.). Cos’è successo? Ovviamente non è facile dare risposte univoche, quindi mi limito a dare alcuni hints:
1. Il default sul debito. Mi piace metterlo per primo perché è una ragione banale: se decido di non onorare i miei debiti (e non sono “aggredibile” dai creditori) avro’ risorse libere da investire. Tipo una donazione – anche se io la chiamerei in un altro modo…
2. Lo stock di capitale preesistente. Mettiamo che la domanda per un bene crolli; io imprenditore posso ridurre drasticamente la produzione, ma di sicuro non mi mettero’ a distruggere la capacità produttiva esistente (i cosiddetti sunk costs). Quindi gli aumenti della produzione successivi alla recessione non richiedono investimenti ulteriori.
3. L’andamento dei prezzi delle commodities. Penso chiunque sappia che l’Argentina è uno dei più grandi esportatori mondiali di soia ( e altri prodotti agricoli, tra cui la carne che tanto piace a chi scrive), con un’estensione territoriale che permette facili aggiustamenti dell’offerta anche senza incrementi drastici della produttività.
4. Il tasso di cambio. La Banca Centrale sta tenendo esageratamente bassi i tassi, e sfrutta il surplus commerciale per acquistare valuta estera. In questo modo tiene artificialmente basso il tasso di cambio, riducendo il prezzo delle esportazioni argentine.
DON’T MESS WITH PRICES - Fin qui tutto ha funzionato in favore del presidente Nestor Kirchner, che con un sapiente mix di populismo e trasferimenti alle province è riuscito ad aumentare la propria popolarità – al punto da far eleggere persino la propria moglie! Ma possibile che questa “via argentina” possa continuare a funzionare? Non sono il mago Othelma, ma ho più di qualche dubbio. Anzi, a dire il vero qualche crepa si vede già. Una buona regola in un’economia di mercato dovrebbe essere “Don’t mess with prices“. Non per fare il friedmaniano da due soldi, ma penso che tutti siamo d’accordo che i prezzi siano un’informazione sintetica, precisa e poco costosa. Grazie al sistema di prezzi si costruiscono le decisioni di consumo degli individui, e l’economia si adatta continuamente agli shock esogeni. Il tasso di cambio, bestia nera di tutti gli esami di economia politica, non è che un prezzo come gli altri. Per uno straniero, il prezzo di un bene è dato dal prezzo in valuta locale moltiplicato per il prezzo della valuta locale: quindi, in caso di bruschi aumenti della domanda o cresce il prezzo (in valuta locale) o si apprezza il tasso di cambio. Proprio quello che sta succedendo in Argentina, dove l’inflazione è al… 9%!? Beh, questo è quello che vi diranno le statistiche ufficiali. Sì perché uno dei colpi di genio di Nestor Kirchner è stato proprio questo: “L’inflazione è troppo alta? Calcoliamola diversamente!”. E cosi’ alle cifre ufficiali si affiancano diversi rumors, che danno un valore tra il 20% e il 30%.
PERICOLO NUOVO DEFAULT? - Onde evitare di allungare ulteriormente questo pastone eviterei di scrivere un trattatello contro l’iperinflazione, limitandomi ad un appunto: investireste volentieri i vostri soldi se ci fosse il rischio di rendimenti negativi? Ecco, uno dei principali effetti negativi in un contesto di iperinflazione è proprio la riduzione degli investimenti. Non a caso, l’anno scorso l’investimento estero in Argentina è aumentato di un misero 12%, mentre i vicini brasiliani hanno fatto registrare un +85%! Ma i motivi di preoccupazione non finiscono qui: l’aumento dei prezzi delle commodities ha permesso ai Kirchner di individuare un ottimo target per nuove tasse, e cioé gli imprenditori agricoli che le producono. Questo ha portato, oltre che alla rivolta degli stessi agricoltori, ad un aumento del gettito fiscale, che da buoni peronisti Kirchner e signora spendono in trasferimenti alle province (veri e propri centri di costruzione del consenso) e in misure populistiche di contenimento delle tariffe (energia, gas, ecc.), distorcendo ulteriormente il meccanismo dei prezzi. E cosa succederà quando l’offerta globale di soia tornerà a spravanzare la domanda? Si tratta tutto sommato della vecchia storia della cicala e della formica, con il governo argentino nella parte dell’insetto canterino. Col rischio che, passata la bella stagione, il canto della cicale sia sostituito dall’ormai familiare rumore delle pentole percosse per strada.
IN CAUDA VENENUM - L’Argentina rimane, per noi italiani, una realtà molto interessante. La mentalità non è distante dalla nostra, cosi’ come la tendenza, nei momenti di crisi, di ricercare stratagemmi facili per posticipare le soluzioni complesse. Sento dire spesso che avremmo bisogno di una crisi di entità “argentine” per adottare riforme drastiche ma durature; ecco, diciamo che a vedere Kirchner e signora non ne sarei cosi’ convinto.




Che post interessante! E ben scritto! Scommetto che l’autore oltre che intelligente è anche bello.
calvin, sei patetico.
Sei solo invidioso perché sono un idolo delle folle. Potrei sposare la Kirchner e candidarmi a presidente dell’Argentina cambiando nome in “Evito”
Pingback: ZicZac.it, clicca qui e vota questo articolo!
Pingback: diggita.it
In effetti il pezzo non è male, tutto quello che c’è scritto mi pare condivisibile.
Giustamente un pesante intervento Governativo sulla spesa (anche tramite trasferimenti) implica distorsione dei prezzi, quindi risorse allocate non efficientemente, e dopo un po’ questo ricade in termini di inflazione.
Altra cosa però che andrebbe approfondita è la politica monetaria, perché come diceva Friedman “l’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario”, e in effetti senza tanta carta in giro non si può avere davvero tutta questa inflazione.
Il punto che mi chiedo è quanto di questi trasferimenti pubblici alle provincie siano soldi dei contribuenti e quanti siano “nuova moneta” direttamente dalla zecca statale… Perché in tal caso l’Argentina si trova uscita da una crisi da cambio fisso (crisi da incoerenza fondamentali-prezzi) e gettata velocemente in una crisi da ciclo economico austriaco, che è certamente molto più veloce nella sua dinamica di quella che accade in Europa e negli USA se non altro perché il peso argentino non è valuta di riserva internazionale.
“In effetti il pezzo non è male, tutto quello che c’è scritto mi pare condivisibile.”
non sai quanti refusi ci è toccato correggere!
Guarda io la vedo così. L’incertezza sull’inflazione scoraggia gli investimenti, che sarebbero necessari per aumentare la capacità produttiva soprattuto nei settori di export (tipo farming). La relativa rigidità dell’offerta si traduce in altra inflazione. Tuttavia i tassi rimangono bassi per far sì che il peso rimanga svalutato. Questo peraltro sta spingendo molti risparmiatori a detenere riserve in valuta estera, andando dunque a togliere ulteriori risorse all’economia domestica. Il giochino si tiene comunque finché i prezzi delle esportazioni salgono – le tasse vanno a finanziarie tutti i provvedimenti di “consenso sociale” che permettono di ridurre gli effetti negativi di prezzi (di beni primari!) che salgono velocemente. Nel momento in cui queste revenues dovessero venir meno, parecchia gente (farmers e dipendenti pubblici) scenderebbero in piazza.
Il punto che mi chiedo è quanto di questi trasferimenti pubblici alle provincie siano soldi dei contribuenti e quanti siano “nuova moneta” direttamente dalla zecca statale…
Non so se ci sono forme di finanziamento diretto (non credo, la BC non ha piu’ l’obbligo di comprare le emissioni di bonos invendute dai tempi di Cavallo se non sbaglio) ma di sicuro un’inflazione al 20% aiuta (e non poco) lo stato relativamente allo stock di debito esistente.
Non so nemmeno io come si comporti la BC argentina, ma ci sono varie forme per aumentare la liquidità via spesa pubblica, come anticipazioni di conto corrente da BC a Governo, e come una truffaldina triangolazione Governo che emette debito – banche private che comprano debito – BC che fa CPT alle banche private con il debito pubblico di cui sopra quale collateral.
Inoltre esiste il problema dell’allargamento diretto del credito a partire dalla BC attraverso le banche private, che tiene giù i tassi e spiega bene sia l’inflazione sia, in un’ottica di teoria del ciclo di hayek, la debolezza della produzione e con essa l’inflazione.