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Economiadi Vincenzo Pinto (calvin)
pubblicato il 21 maggio 2008 alle 10:19 dallo stesso autore - torna alla home
Un paese che svaluta il cambio, tassa l’export e se ne frega dell’inflazione. E nonostante tutto cresce a ritmi cinesi. Ma qualche scricchiolio comincia distintamente ad avvertirsi. Tra poco si tornerà a scendere in piazza con le pentole?

Prendete un economista a caso (chiamiamolo Random Economist) e mettetelo davanti ad un paese che svaluta il cambio, tassa le sue esportazioni, aumenta la spesa pubblica e (eresia!) se ne infischia dell’inflazione. Prendetelo e chiedetegli “Caro Random Economist, come lo vedi questo paese?”. Diciamo che in 95 casi su 100 Random Economist vi risponderà “They’re screwed!” (si sa, agli economisti piace parlare inglese). Pensate allora al mal di testa che deve avere il nostro Random a consultare le dure cifre riguardanti l’Argentina, paese colpevole di tutti i reati di cui sopra, ma che dal 2003 ad oggi cresce al 9% annuo. Capireste allora il senso di rivalsa di quei milioni di argentini che danno la colpa della crisi del 2001 alla stessa “economic wisdom” (i cui eccessi prendono il nome di “neoliberismo”, ma non chiedetemi perché), e che dagli stessi economisti si sentono dire (dal 2005!) che siamo giunti al redde rationem. Forse che un’altra via è possible?

photo argentina 9 Dont cry for me Argentina...againDON’T CRY FOR ME – Un veloce sunto: l’Argentina entra in recessione nel 1999, in seguito alla crisi valutaria globale dell’anno precedente che lascia il peso (legato da un rapporto di cambio fisso col dollaro americano) tremendamente apprezzato. Tra alti e bassi la recessione si protrae fino al 2001, anno in cui la crisi finanziaria porta al ripudio del debito pubblico; nel 2002 il Governo abbandona la parità col dollaro e lascia svalutare il cambio. La riduzione del PIL tra il 1998 e il 2002 è di circa il 20%. Dal 2003, tuttavia, comincia la riscossa, col PIL che cresce a ritmi cinesi (9% p.a.). Cos’è successo? Ovviamente non è facile dare risposte univoche, quindi mi limito a dare alcuni hints:
1. Il default sul debito. Mi piace metterlo per primo perché è una ragione banale: se decido di non onorare i miei debiti (e non sono “aggredibile” dai creditori) avro’ risorse libere da investire. Tipo una donazione – anche se io la chiamerei in un altro modo…
2. Lo stock di capitale preesistente. Mettiamo che la domanda per un bene crolli; io imprenditore posso ridurre drasticamente la produzione, ma di sicuro non mi mettero’ a distruggere la capacità produttiva esistente (i cosiddetti sunk costs). Quindi gli aumenti della produzione successivi alla recessione non richiedono investimenti ulteriori.
3. L’andamento dei prezzi delle commodities. Penso chiunque sappia che l’Argentina è uno dei più grandi esportatori mondiali di soia ( e altri prodotti agricoli, tra cui la carne che tanto piace a chi scrive), con un’estensione territoriale che permette facili aggiustamenti dell’offerta anche senza incrementi drastici della produttività.
4. Il tasso di cambio. La Banca Centrale sta tenendo esageratamente bassi i tassi, e sfrutta il surplus commerciale per acquistare valuta estera. In questo modo tiene artificialmente basso il tasso di cambio, riducendo il prezzo delle esportazioni argentine.

C.Kirchner Dont cry for me Argentina...againDON’T MESS WITH PRICES - Fin qui tutto ha funzionato in favore del presidente Nestor Kirchner, che con un sapiente mix di populismo e trasferimenti alle province è riuscito ad aumentare la propria popolarità – al punto da far eleggere persino la propria moglie! Ma possibile che questa “via argentina” possa continuare a funzionare? Non sono il mago Othelma, ma ho più di qualche dubbio. Anzi, a dire il vero qualche crepa si vede già. Una buona regola in un’economia di mercato dovrebbe essere “Don’t mess with prices“. Non per fare il friedmaniano da due soldi, ma penso che tutti siamo d’accordo che i prezzi siano un’informazione sintetica, precisa e poco costosa. Grazie al sistema di prezzi si costruiscono le decisioni di consumo degli individui, e l’economia si adatta continuamente agli shock esogeni. Il tasso di cambio, bestia nera di tutti gli esami di economia politica, non è che un prezzo come gli altri. Per uno straniero, il prezzo di un bene è dato dal prezzo in valuta locale moltiplicato per il prezzo della valuta locale: quindi, in caso di bruschi aumenti della domanda o cresce il prezzo (in valuta locale) o si apprezza il tasso di cambio. Proprio quello che sta succedendo in Argentina, dove l’inflazione è al… 9%!? Beh, questo è quello che vi diranno le statistiche ufficiali. Sì perché uno dei colpi di genio di Nestor Kirchner è stato proprio questo: “L’inflazione è troppo alta? Calcoliamola diversamente!”. E cosi’ alle cifre ufficiali si affiancano diversi rumors, che danno un valore tra il 20% e il 30%.

Le proteste degli agricoltori in Argentina, in seguito alla decsione di tassare l'export di cerealiPERICOLO NUOVO DEFAULT? - Onde evitare di allungare ulteriormente questo pastone eviterei di scrivere un trattatello contro l’iperinflazione, limitandomi ad un appunto: investireste volentieri i vostri soldi se ci fosse il rischio di rendimenti negativi? Ecco, uno dei principali effetti negativi in un contesto di iperinflazione è proprio la riduzione degli investimenti. Non a caso, l’anno scorso l’investimento estero in Argentina è aumentato di un misero 12%, mentre i vicini brasiliani hanno fatto registrare un +85%! Ma i motivi di preoccupazione non finiscono qui: l’aumento dei prezzi delle commodities ha permesso ai Kirchner di individuare un ottimo target per nuove tasse, e cioé gli imprenditori agricoli che le producono. Questo ha portato, oltre che alla rivolta degli stessi agricoltori, ad un aumento del gettito fiscale, che da buoni peronisti Kirchner e signora spendono in trasferimenti alle province (veri e propri centri di costruzione del consenso) e in misure populistiche di contenimento delle tariffe (energia, gas, ecc.), distorcendo ulteriormente il meccanismo dei prezzi. E cosa succederà quando l’offerta globale di soia tornerà a spravanzare la domanda? Si tratta tutto sommato della vecchia storia della cicala e della formica, con il governo argentino nella parte dell’insetto canterino. Col rischio che, passata la bella stagione, il canto della cicale sia sostituito dall’ormai familiare rumore delle pentole percosse per strada.

IN CAUDA VENENUM - L’Argentina rimane, per noi italiani, una realtà molto interessante. La mentalità non è distante dalla nostra, cosi’ come la tendenza, nei momenti di crisi, di ricercare stratagemmi facili per posticipare le soluzioni complesse. Sento dire spesso che avremmo bisogno di una crisi di entità “argentine” per adottare riforme drastiche ma durature; ecco, diciamo che a vedere Kirchner e signora non ne sarei cosi’ convinto.

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