Attentato a Falcone all’Addaura: tutti i conti che non tornano.

Con la riapertura delle indagini a Caltanissetta, si riscrive un capitolo sulle stragi di mafia. Sotto la lente di ingrandimento...

Con la riapertura delle indagini a Caltanissetta, si riscrive un capitolo sulle stragi di mafia. Sotto la lente di ingrandimento il fallito attentato al giudice, fra notizie già vecchie ma improvvisamente nuove e tute da sub dall’ubicazione mai chiarita.

Urla Repubblica.it il 14 maggio: “Falcone, cinque indagati per l’Addaura. Servizi deviati, sulle tracce della talpa: dall’inchiesta di Repubblica alla riapertura delle indagini”. Tutto vero. Dopo le rivelazioni di Attilio Bolzoni, cronista di giudiziaria in forza al primo quotidiano italiano, la procura di Caltanissetta ha deciso di ritornare sullo scottante fascicolo del fallito attentato al giudice Giovanni Falcone, che nel 1989 si trovava nella sua villa di Palermo, zona Addaura, un lembo di mare sul quale il giudice palermitano era solito affittare sempre la stessa casa, quando si trovava nella capitale siciliana.

NIENTE DI CERTO - Le rivelazioni che spingono avanti le indagini sono note: i sommozzatori, visti emergere dall’acqua in quella giornata mai chiarita, non sono gli assassini, gli attentatori, i terroristi mafiosi che volevano uccidere Giovanni Falcone. Erano invece poliziotti, intervenuti in extremis per rendere inoffensiva la bomba già piazzata dai killer del clan Madonia, che avevano raggiunto il luogo via terra, e non via mare; coperti, in questa azione, da quella fazione dei servizi segreti deviati che volevano Falcone morto. Diretto, Bolzoni: “una parte dello Stato voleva Falcone morto, un’altra lo voleva vivo”. I due agenti di polizia erano probabilmente, Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, entrambi morti immediatamente dopo il fallito attentato, in circostanze mai chiarite, e con probabili vicende di depistaggio delle indagini sulle loro uccisioni. Dobbiamo ritornare ad oltre vent’anni fa, ripercorrere la dinamica, perchè ogni dettaglio, ogni momento, ci aiutano a capire un pezzetto in più della storia: e a renderci conto che le nuove rivelazioni probabilmente non sono nuove e, comunque, non sono così risolutive. Purtroppo, aggiungiamo.

IL GIORNO PRIMA“La mattina del 21 giugno 1989 all’ Addaura fu scoperta una borsa sportiva di plastica su una piattaforma in calcestruzzo antistante la villa abitata da Giovanni Falcone. Conteneva una cassetta metallica al cui interno erano riposte 58 cartucce del micidiale esplosivo Brixia b5 innescate da due detonatori elettrici, pronte per ricevere il segnale di scoppio. L’ agguato pianificato per il pomeriggio del 20 giugno, un martedì, non riuscì solo perché un invito a fare il bagno non venne raccolto”: così un articolo di Luca Tescaroli, sostituto procuratore a Palermo e Pm nel processo per la strage di Capaci, apparso su Repubblica Palermo del 21 giugno 2003 che, nell’occasione dell’anniversario dell’attentato, provava a fare il punto della situazione, ponendo le domande ancora irrisolte; e, aprendosi il pezzo con un veloce riassunto della vicenda, esso ci torna anche utile per inquadrare meglio il fatto, aiutandoci inoltre a porre la prima domanda. Uno degli “scoop” di Repubblica, per i quali, secondo il giornale, i Pm avrebbero ritenuto di riaprire il fascicolo sull’Addaura, è proprio la determinazione temporale. Secondo l’inchiesta di Attilio Bolzoni, infatti, “la scena del crimine è da spostare di ventiquattro ore: la borsa con i candelotti di dinamite è stata sistemata sugli scogli non il 21 giugno del 1989 ma la mattina prima, il 20 giugno”. Già, infatti, è vero: lo dice anche Tescaroli, sull’articolo, sempre di Repubblica (“L’ agguato pianificato per il pomeriggio del 20 giugno, un martedì…”), di ben sette anni fa. Dunque, dov’è lo scoop? E, se il dirlo adesso ha portato alla riapertura delle indagini, perchè, se la cosa già era nota, e questo elemento è davvero così discriminante, la magistratura non si è mossa prima?

LA MUTA, IL MARESCIALLO – Sia come sia, andiamo avanti. Dobbiamo infatti introdurre un personaggio chiave in questa vicenda, di cui, nelle ultime notizie e rivelazioni, sembra non esserci traccia. E’ il maresciallo dei Carabinieri Francesco Tumino, artificiere del Gruppo Operativo dell’Arma Palermo I. Chi è, Tumino? E’ l’uomo che, quella mattina del 21 giugno, fa saltare il detonatore dell’ordigno depositato sugli scogli dell’Addaura, rendendolo inoffensivo. Perchè dobbiamo chiamarlo in causa? Perchè bisogna parlare della muta da sub. “L’unica certezza è che la Procura della Repubblica di Caltanissetta, che conduce l’inchiesta, ha ordinato il prelievo delle tracce di Dna dalla muta, dalle pinne e dagli occhiali adoperati da sub che il 19 giugno 1989 piazzarono una borsa con 20 chili di esplosivo sulla scogliera nella quale si affacciava la villa di Falcone sul lungomare dell’Addaura”: questa è Repubblica Palermo, sempre del 14 maggio. E procediamo con ordine. Quella mattina, verso le 13, dopo che la borsa con l’esplosivo era stata scoperta fin dal primo mattino, già tre artificieri si erano dichiarati incompetenti a trattarne: viene contattato dunque d’urgenza Francesco Tumino, maresciallo dei Carabinieri, pratico di esplosivi. Giunto sul posto, fa saltare il detonatore, l’esplosione è rumorosa, attira curiosi che si avvicinano. Molto del materiale deflagrato è sparso in giro: una parte di esso viene trafugata. Tumino poi si ricorderà di aver visto un uomo con “grossi baffi neri” asportare parti dell’ordigno: interrogato sulla sua identità, l’uomo avrebbe risposto di appartenere alla Criminalpol di Roma e di essere dunque titolato a requisire materiale dalla scena del crimine. Ancora, Tumino dichiara che, prima che l’ordigno brillasse, un fotografo aveva scattato immagini del contenuto della borsa di plastica, sulla spiaggia: foto, però, mai rinvenute. Questa muta, su cui oggi si indaga, la prova chiave, dove è? Mistero.

I SOMMOZZATORI – Ci sono due ipotesi su di essa, ovvero, in realtà una. La muta in questione è certamente stata lasciata sul luogo dai due famosi sommozzatori, che nella notte fra il 20 e il 21 sono emersi sugli scogli in questione. Il dubbio è sull’identità dei sub, ed è qui che le ipotesi sono due: per la versione “tradizionale”, essi sono gli attentatori che depositano  sugli scogli la borsa con gli esplosivi, per la “nuova versione” essi sono gli angeli custodi di Falcone, i due poliziotti che disinnescano il timer della bomba. In ogni caso, chi, per primo, ci racconta di questa storia dei sub? Francesco Tumino. Ce lo riferisce il magistrato di turno quel giorno, che mette quanto segue a verbale (dichiarazioni che possiamo fornirvi grazie al ciclopico lavoro di scavo negli archivi di Salvatore Parlagreco, che ne scrive su SiciliaInformazioni.com, e a cui tributiamo i nostri ringraziamenti per il prezioso materiale): “Tumino disse di avere saputo dal personale addetto al servizio di sorveglianza alla villa che il giorno precedente era stato avvistato un gommone da cui erano scesi due ragazzi. Approdati alla piattaforma si erano tolti la muta… Sono certo che questo particolare mi fu riferito anche da altri presenti che in questo momento non ricordo chi siano…”. E Tumino, che ne sa? Ce lo racconta lui, quando, molti mesi dopo, si presenta in procura per dichiarazioni spontanee. “Ho appreso dai poliziotti la storia del gommone e dei due sub. L’avevano saputo dai colleghi del turno precedente. L’ora? 6,30 – 6,45. I due si liberarono delle mute, pinne e fucili. Furono invitati ad andarsene, ma mostrarono il tesserino di agenti di polizia e venne loro consentito di lasciare l’attrezzatura. Il borsone? Non faceva parte dell’attrezzatura, sarebbe stato già sul posto prima dell’arrivo dei sub”. Tutto chiaro? Tumino parla con le guardie della villa, le quali gli raccontano di questo episodio accaduto ai loro colleghi del turno precedente. Due sub emergono, dicono di essere poliziotti, fanno qualcosa, e se ne vanno indisturbati. Perfetto: dunque anche questa storia degli agenti di polizia, che sbarcano di notte; anche il fatto che i sub erano “dei buoni” e non “dei cattivi”, e cioè il grande scoop che riapre le indagini, era storia nota, era a verbale, si sapeva, l’aveva dichiarata il maresciallo Tumino.

DEPISTAGGI – E aveva mentito. Già. “Tumino dichiarava falsamente… di avere appreso dagli Agenti della Polizia di Stato addetti al servizio di vigilanza presso la villa del dr. Falcone dell’avvistamento, verso le ore 6,45 – 7,00 del 21 giugno 1989, di un gommone con a bordo due persone che indossavano una muta subacquea le quali, dopo essersi avvicinate agli scogli, avrebbero giustificato la loro presenza sul posto qualificandosi come agenti di Polizia; circostanze queste che, una volta appurata la verità, hanno contribuito a depistare le indagini in corso sulla ricerca del movente e sulle responsabilità materiali del fallito attentato all’Addaura”. Questa è una richiesta di rinvio a giudizio a carico di Francesco Tumino, che, dichiarando il falso, aveva depistato le indagini sull’Addaura. Tumino aveva dichiarato il falso. E quella mattina, aveva fatto saltare il detonatore della bomba, a suo giudizio pericolosa, per altri invece inoffensiva, privando le indagini di un prezioso reperto; aveva poi accusato un agente dei servizi, Ignazio D’ Antone, collaboratore del mitico Boris Giuliano e di Bruno Contrada ai servizi, di aver trafugato dei reperti, salvo poi venir condannato per calunnia quando l’agente potè dimostrare che quel giorno non era a Palermo. Due condanne per Tumino, questa per calunnia e un patteggiamento per l’affare della bomba: qualcuno disse che, con quell’esplosione non necessaria, aveva fatto un favore alla mafia. Ora le indagini si riaprono, perchè i due sub sarebbero stati in realtà due poliziotti: la stessa cosa dichiarata da Francesco Tumino, depistatore, testimone inattendibile, forse carabiniere infedele. Dunque? Certo, queste sono “nuove rivelazioni”, importanti novità: che fine hanno fatto, però, le vecchie tesi, i vecchi assetti, le vecchie certezze? Domandiamo, per sapere, e non per polemica. Servono ulteriori spiegazioni, perchè si possa accettare la validità del nuovo quadro: ovvero, perchè una versione, prima giudicata inattendibile, ora merita ulteriori approfondimenti? Cosa è intervenuto, di nuovo? Domande importanti.

QUESTIONE DI CENTIMETRI – Stiamo comunque sereni: la verità arriverà presto. Basterà aspettare le risultanze dell’incidente probatorio sulla muta rinvenuta. Se non fosse che anche su questo elemento non c’è affatto certezza: e qui, davvero, contano i centimetri. Dove è stata trovata la muta? No, perchè l’imprecisione sul punto regna sovrana. Se essa è stata rinvenuta dentro la borsa, come alcuni media riportano, è difficile credere che essa possa essere dei poliziotti “salvatori” – a meno di non sostenere che il poliziotto disinnesca la bomba, poi si spoglia, infila la muta nella borsa e se ne va. Se invece, come altri sostengono, è stata rinvenuta nelle vicinanze della borsa, la situazione si illumina di una luce diversa: il poliziotto disinnesca, si spoglia e se ne va. Più naturale, come comportamento. Sta di fatto che, sia per Repubblica edizione nazionale, che per Repubblica edizione palermitana, la muta è dentro la borsa. Eh: come ci è finita?