Il prof. Ben R. Schneider, da parte sua, ha scritto che “Something called *Seneca’s Morals*, probably a compendium of excerpts, was published in English in 1607”. Il 1606 e il 1607 sono gli anni delle prime rappresentazioni del King Lear di Shakesperare. La cui prima edizione stampata, in-quarto, è del 1608. Lasciamo la parola ad un esperto come Giorgio Melchiori: “Q1-1608. M. William Shakespeare: His True Chronicle Historie of the Life and Death of King Lear ecc.; editore Nathaniel Butter. Questa edizione viene generalmente chiamata Pied Bull Quarto dal nome dell’insegna Butter (il Toro Pezzato) indicato sul frontespizio. Nonostante la registrazione, si tratta probabilmente di edizione abusiva di un testo dettato sulla base del copione da attori infedeli; contiene perciò molti errori e sostituzioni di parole, ma il testo è sostanzialmente completo.” (Shakespeare, Tragedie, a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori).
Infine nel 1614, e quindi solo due anni prima della morte di Shakespeare, Thomas Lodge pubblicò – ma erano anni e anni che ci lavorava – la prima vera organica traduzione dell’opera filosofica senechiana: The Workes both Morall and Natural of Lucius Annaeus Seneca. La figura di Thomas Lodge può avere giocato una parte importante nel piccolo enigma che stiamo investigando in quanto Lodge è l’autore di Rosalynde, la novella che offrì a Shakespeare l’intreccio per il suo As you like it. Gli si attribuisce inoltre una collaborazione con Shakespeare nella stesura di Henry VI; la possibile influenza di una sua opera poetica, Glaucus and Scilla, sul Venus and Adonis di Shakespeare; una qualche sua mano nella stesura del dramma The True Chronicle of King Leir and his three Daughters del 1594, pubblicato anonimo nel 1605 (proprio negli anni di gestazione del King Lear shakespeariano) nel quale però non c’è traccia del passo in questione. Che è ispirato dalla più famosa opera senechiana, le Lettere a Lucilio (Ad Lucilium Epistularum Moralium Libri XX), nella quale, alla Lettera 119, troviamo questo brano (10-11):
10 At hic qui se ad quod exigit natura composuit non tantum extra sensum est paupertatis sed extra metum. Sed ut scias quam difficile sit res suas ad naturalem modum coartare, hic ipse quem circumcidimus, quem tu
vocas pauperem, habet aliquid et supervacui. 11 At excaecant populum et in se convertunt opes, si numerati multum ex aliqua dono effertur, si multum auri tecto quoque eius inlinitur, si familia aut corporibus electa aut spectabilis cultu est. Omnium istorum felicitas in publicum spectat: ille quem nos et populo et fortunae sudduximus beatus introsum est.
10 Chi, invece, sa adeguarsi alle semplici esigenze naturali, non solo non sente la povertà, ma non la teme neppure. Ma sappi che è molto difficile limitarsi a possedere quanto richiede la natura; quello stesso che tu chiami povero, possiede anche lui qualcosa di superfluo. 11 Il mondo è abbagliato e affascinato dallo spettacolo della ricchezza, quando si vedo venir fuori da una casa una gran quantità di denaro, quando si vedono i soffitti ricoperti d’oro, quando la stessa servitù si fa notare per la sua prestanza fisica e per le splendide vesti. La felicità esteriore di costoro impressiona il pubblico. L’uomo che noi abbiamo sottratto all’influenza del mondo e della fortuna ha in se stesso la sua felicità. (Seneca, Lettere a Lucilio, traduzione di Giuseppe Monti, Rizzoli)
E’, questo, un tema “virtuoso” diabolicamente e pretestuosamente ripreso in King Lear dalle sue due prima adulatrici e poi irriconoscenti figlie, Gonerill e Regan, cui ha ceduto il regno (loro contraltare è la figura tragica dell’altra figlia, Cordelia) le quali si rifiutano di mantenere un seguito adeguato di cavalieri al vecchio Re. In un crescendo di stupefazione ed amarezza da una parte, e di spudoratezza dall’altro, si arriva a questo momento cruciale (King Lear, II, 4):
GONERILL: Here me, my lord;/ What need you five-and-twenty, ten, or five/ To follow, in a house where twice so many/ Have a command to tend you? REGAN: What need one? LEAR: O, reason not the need! Our basest beggars/ Are in the poorest thing superfluous./ Allow not nature more than nature needs/ Man’s life is cheap as beast’s. Thou art a lady;/ If only to go warm were gorgeous,/ Why, nature needs not what thou gorgeous wear’st,/ Which scarcely keeps thee warm. But for true need…
GONERILL: Sentite mio signore;/ che bisogno avete di venticinque, o di dieci o di cinque con voi,/ in una casa ove due volti tanti/ hanno ordine di servirvi? REGAN: Che bisogno avete sia pur d’uno soltanto? LEAR: Non cavillate sul “bisogno”! Gl’infimi mendicanti/ Nella loro miseria hanno qualcosa di superfluo./ Se si concede alla natura nulla più dello stretto indispensabile/ La vita dell’uomo vale meno di quella della bestia./ Tu sei una gentildonna; se tutta l’eleganza consistesse/ Nell’andar caldi, la natura non avrebbe bisogno/ Di codesti tuoi abiti sontuosi, che non ti tengon caldo./ Quanto ai veri bisogni… (Shakespeare, Tragedie, a cura di Giorgio Melchiori, Mondadori)
Si possono osservare tre cose in comune nei due brani, partendo da quella meno importante: 1) Accenni alla servitù e allo splendore delle vesti. 2) Le parole di Lear: “O, reason not the need! (…) Allow not nature more than nature needs/ Man’s life is cheap as beast’s.” che stravolgono in forma paradossale il ragionamento senechiano illustrato da quel “Chi, invece, sa adeguarsi alle semplici esigenze naturali, non solo non sente la povertà, ma non la teme neppure. Ma sappi che è molto difficile limitarsi a possedere quanto richiede la natura”. 3) Ma soprattutto quel: “ Our basest beggars/ Are in the poorest thing superfluous./” che è quasi una traduzione in forma di condensazione poetica del “hoc ipse quem circumcidimus, quem tu vocas pauperem, habet aliquid et supervacui.” di Seneca. Osserviamoli tutti e due da vicino, in una mia traduzione che cerca di avvicinarsi il più possibile alla lettera:
Latino (Seneca): HIC IPSE QUEM CIRCUMCIDIMUS
Italiano (Seneca): QUELLO STESSO CHE (NOI) ABBIAMO COSI’ DRASTICAMENTE SPOGLIATO
Inglese (Shakespeare): OUR BASEST
Italiano (Shakespeare): I NOSTRI PIU’ NUDI
“Circumcidere” in latino significa “tagliare tutt’intorno”, “limitare”, “togliere via”, “ridurre radicalmente”. In alcune traduzioni italiane il “quem circumcidimus” viene reso con “abbiamo limitato” oppure “ridotto all’osso”, oppure viene bellamente saltato (come nella sopramenzionata traduzione di Monti) perché è difficile tradurlo in un italiano scorrevole, e perché in ogni caso il senso dell’intero passo resta chiaro. Questa riduzione ad uno stato “elementare” viene riecheggiata dall’aggettivo shakespeareano “basest”. Così come il verbo alla prima persona plurale in Seneca ha un eco nel pronome possessivo “our” in Shakespeare.
Latino (Seneca): QUEM TU VOCAS PAUPEREM
Italiano (Seneca): CHE TU CHIAMI POVERO
Inglese (Shakespeare): BEGGARS
Italiano (Shakespeare): MENDICANTI
Latino (Seneca): HABET ALIQUID ET SUPERVACUI
Italiano (Seneca): POSSIEDE QUALCOSA ANCORA DI SUPERFLUO (CONSERVA TUTTAVIA QUALCOSA DI SUPERFLUO)
Inglese (Shakespeare): ARE IN THE POOREST THING SUPERFLUOUS
Italiano (Shakespeare): CON LA PIU’ POVERA DELLE LORO COSE ARRIVANO AL SUPERFLUO
“Habet aliquid et supervacui” si potrebbe rendere con “possiede qualcosa persino (et) di superfluo” oppure con “possiede pur qualcosa e in quel qualcosa, per quanto insignificante sia, c’è perfino il superfluo”. Shakespeare, che non si nega mai nulla, s’inventa un “superfluous” riferito alla persona del possessore di cose “superflue” In una edizione Penguin del dramma commentata da George Hunter il passo è spiegato così: “«Our basest beggars are in the poorest thing superfluous»: even the most deprived of men have among their few possessions something that is beyond their basic needs” ossia “anche i più indigenti degli uomini tra i loro pochi averi possiedono qualcosa che va al di là dei bisogni elementari” che è quasi una traduzione involontaria del passo senechiano. E con questo avrei finito. Caro direttore – responsabile – non si preoccupi: Shakespeare maledì chi avesse rovistato tra le sue ossa, non tra le sue carte. Questo è tutto amore.



E’ il partito dell’amore che mi preoccupa.
Scusi l’ignoranza (abissale, ci tengo a precisare^^) autore.
Ma, premesso che l’idea va sempre espressa, qual’è lo scopo dell’articolo? 0_0
Certamente la collocazione è la sezione cultura, ma qua appare in mezzo a Berlusconi(e la cosa già mi confonde^-^)
Cioè(non si scrive^^): l’autore si è reso conto che Shakespeare ha citato Seneca nel Re Lear(e infatti, afferma che Shakespeare conosceva gli scritti di Seneca) ma che non ve n’è menzione nelle note. Fin qui, tutto ok!
Ma…cosa vuole intendere? Che i commentatori sono cecati?^^
Su questo, visto l’andazzo, sono d’accordo^-^. Esempio di andazzo: da qualche parte hanno pubblicato che Leonardo avrebbe dipinto un cervello nel collo di Dio(a me sembrava che giocassero con le macchie di Rorschach^^). Erano neurologi^^ o qualcosa del genere, non ricordo.
Giorni fa m’è capitato un volumetto: l’autrice dava una spiegazione dei criteri che a suo avviso avevano ispirato il progetto di costruzione di alcune chiese. La particolarità era che si limitava alla sola spiegazione filosofica, trascurando del tutto le esigenze proprie della costruzione nonchè ad es. difensive di una chiesa, ecc. Leggo biografia: laurea in filosofia^^…
Forse un occhio libero vede meglio l’arte.^-^
1) L’autore, che sarei io, dice che Shakespeare – quel famosissimo Shakespeare – ha citato una ben precisa frase di Seneca, in una tragedia chiamata Re Lear – quella famosissima tragedia Re Lear.
2) E’ una frase contenuta in un opera filosofica di Seneca. Quando a quell’epoca in Inghilterra, nel mondo della cultura, Seneca era sì una figura influente ma in maniera quasi esclusiva per le sue tragedie la cui traduzione fu fondamentale per lo sviluppo del teatro elisabettiano – quel famoso teatro elisabettiano. Mentre l’opera filosofica non era praticamente stata tradotta.
3) Con questo l’autore, che è molto buono e che sarei io, vorrebbe in qualche modo scusare il fatto che gli studiosi dopo quattro secoli e migliaia di volumi sull’opera di Shakespeare non se ne sono ancora accorti.
Chiaro?
un’opera con l’apostrofo….
Un solo dubbio, Premetto che non ho letto neinte di Seneca, ma ho letto una ventina di opere di Shakespeare, e mi viene un dubbio, la critica alle opere di Shakespeare è sterminata, per dire che in migliaia di volumi non si siano mai accorti della frase in questione è indispensabile averli letti tutti integralmente.
Il sig Zamax è certo che NESSUNO se ne sia accorto?
Forse il punto è che lo scibile umano è talmente immenso che è impossibile sviscerarne tutti gli aspetti, ma l’influenza di Seneca su Shakespeare in fondo è un aspetto abbastanza noto, a partire dal banchetto cannibalesco del Tieste ripreso nel Tito Andronico, dire “Quando Shakespeare citò Seneca” non mi sembra la scoperta di un fatto assolutamente inedito.
Cento per cento? O mille per mille? No. Ma quasi. Lo dico per puro scrupolo.
Se qualcuno se ne fosse accorto, la cosa sarebbe regolarmente scritta in qualsiasi edizione con un apparato di note appena decente di Re Lear. Questa cosa l’avevo notata ancor prima dell’era di internet, che facilita enormemente le ricerche. Ci avevo scritto un post sul mio blog tre anni fa, che poi ho rimosso volendo approfondire ancor meglio la questione.I critici hanno puntato gli occhi sulle tragedie di Seneca per i motivi che ho spiegato sopra. Altri hanno rilevato le influenze di stampo più filosofico di Montaigne e Seneca su certe opere dell’inglese come La Tempesta o appunto Re Lear.
La particolarità di questi versi shakespeareani è che si rifanno all’opera filosofica e non drammaturgica di Seneca e che costituiscono quasi una citazione letterale dell’originale.
adesso sì^-^
La parte in cui lei dice che il brano “non era stato ancora tradotto” era sfuggita alla mia attenzione, per questo non riuscivo ad interpretare chiaramente il suo pensiero.
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