Era la notizia del giorno (prima), e me la sono persa. Dopo l’attacco dell’altroieri, Marco Travaglio ha deciso di rispondere a Giuseppe D’Avanzo, e da lui ha ricevuto una controreplica di quelle che fanno gelare il sangue (e probabilmente ampiamente prevista e programmata, visto quanto è stata pronta). Sarebbe anche giusto ricordare ai pochissimi che non lo sanno chi è Giuseppe D’Avanzo: è colui che - da solo in coppia con Carlo Bonini - ha sciorinato il più grande numero di “scoop” (è riduttivo chiamarli così) negli scorsi anni, non ultimi quelli del caso Abu Omar, Speciale, Bolzaneto e Telekom Serbia. E’ uno che le notizie le trova, non le copia&incolla dai verbali o dagli altri. Una sommaria lista la trovate qui.

Nella lettera a Repubblica, Travaglio esordisce sciorinando il gran numero di maestri - virtuali e reali - che ha avuto nella vita, per dire che non ha bisogno delle lezioni di giornalismo di D’Avanzo. Precisa ancora una volta i termini della questione Schifani (lui non ha detto che è mafioso, il problema era che non se ne parlava, non vede l’ora che il presidente del Senato lo quereli, etc etc etc). E poi, già che c’è, la butta lì: “Approfitto di questo spazio per ringraziare i tanti colleghi e lettori (anche di Repubblica) che in questi giorni difficili mi hanno testimoniato solidarietà“. Ovviamente, ad un occhio un po’ malizioso l’intera frase potrebbe suonare: “Sai, D’Avanzo? I lettori di Rep e tanti tuoi colleghi sono con me, mica con te“. E’ a quel punto, in quel preciso istante che D’Avanzo cala la mannaia: “Non so che cosa davvero pensassero dell’allievo gli eccellenti maestri di Marco Travaglio (però, che irriconoscenza trascurare le istruzioni del direttore de il Borghese)”, esordisce. E si riferisce a Daniele Vimercati. Ma di sicuro mi sbaglio. E poi spiazza tutti (credo anche l’interessato, visto che ancora non ha replicato): “8 agosto del 2002. Marco telefona a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei “cuscini”. Marco e Pippo sono in vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di Palermo. Che, durante le indagini, trovano un’ambigua conferma di quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non indipendente. Fonte, l’avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di aver saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha pagato l’albergo a Marco. Forse, dicono gli investigatori, un residence nei dintorni di Trabia. Michele Aiello, ingegnere, fortunato impresario della sanità siciliana, protetto dal governatore Totò Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà 5 anni in primo grado), è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria, condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d’ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Marco è Marco Travaglio“.

Ovviamente D’Avanzo, che non è Travaglio, non vuole accusare Travaglio: “Ditemi ora chi può essere tanto grossolano o vile da attribuire all’integrità di Marco Travaglio un’ombra, una colpa, addirittura un accordo fraudolento con il mafioso e il suo complice? Davvero qualcuno, tra i suoi fiduciosi lettori o tra i suoi antipatizzanti, può credere che Travaglio debba delle spiegazioni soltanto perché ha avuto la malasorte di farsi piacere un tipo (Giuseppe Ciuro) che soltanto dopo si scoprirà essere un infedele manutengolo? Nessuno, che sia in buona fede, può farlo. Eppure un’”agenzia del risentimento” potrebbe metter su un pirotecnico spettacolino con poca spesa ricordando, per dire, che “la mafia ha la memoria lunghissima e spesso usa le amicizie, anche risalenti nel tempo, per ricattare chi tenta di scrollarsele frettolosamente di dosso” . Basta dare per scontato il “fatto”, che ci fosse davvero una consapevole amicizia mafiosa: proprio quel che deve essere dimostrato ragionevolmente da un attento lavoro di cronaca. Cari lettori, anche Travaglio può essere travolto dal “metodo Travaglio. Travaglio - temo - non ha alcun interesse a raccontarvelo (ecco la sua insincerità) e io penso (ripeto) che la sana, necessaria critica alla classe politico-istituzionale meriti onesto giornalismo e fiducia nel destino comune. Non un qualunquismo antipolitico alimentato, per interesse particolare, da un linciaggio continuo e irrefrenabile che può contaminare la credibilità di ogni istituzione e la rispettabilità di chiunque“. Gioco, partita, incontro Giuseppe D’Avanzo. Sei-zero, sei-zero, sei-zero.

Oggi la polemica continua: con una lettera a cui viene dato lo spazio di un articolo di fondo, Travaglio dichiara che non ha mai conosciuto Ajello, ha sempre pagato le sue vacanze di tasca proprio, e che Ciuro gli segnalò un ameno luogo di vacanza dove andò due anni consecutivi e nella seconda tornata si fece prestare i cuscini. D’Avanzo risponde, ovviamente, che non si voleva toccare l’onorabilità di Travaglio ma solo contestare il metodo giornalistico (cosa che era già chiara dall’inizio). E chiude: “c’è qualcuno che, in buona fede, può pensare che Repubblica faccia sconti alla mafia e alle sue collusioni con i poteri?

Avendo D’Avanzo detto tutto dal punto di vista metodologico, dico la mia su altre questioni. A me questo periodo ricorda molto quello dei Girotondi: anche allora il centrosinistra aveva subito una débacle elettorale, anche allora gli elettori erano molto arrabbiati, anche allora i leader si barcamenavano tra le ipotesi di dura opposizione o di dialogo con chi era al potere.

Oggi sta succedendo la stessa cosa. E, come allora, si pensa che la gggente abbia votato Berlusconi perché, poverina, è stupida, e non è a conoscenza di quello che è accaduto nel paese in questi anni. Niente di più sbagliato. Guardiamoci nelle palle degli occhi: credete davvero che la gggente non sappia che Dell’Utri è stato condannato per mafia? Che Biagi è stato cacciato dalla Rai, che Montanelli ce l’avesse col Cavaliere, che Previti sia quel che sia e molti da alcune torbide vicende si sono salvati solo perché prescritti? Ciononostante, quella stessa gggente ha votato in massa per i partiti che oggi sono al governo. Se lo ha fatto, è perché ha ritenuto che la “ricetta” di chi ha vinto fosse più convincente di quella di chi ha perso. Anche perché chi ha perso ha avuto uno straccio di maggioranza parlamentare per un anno ed otto mesi, e di disastri (ma anche cose buone) ne ha combinati a bizzeffe. E allora: fare opposizione significa salire sulle barricate, e gridare”no pasaran” a chi in diritto è già passato, oppure discutere ed eventualmente contestare le decisioni che il governo intende prendere (”i fatti“, quelli sì), qualora si rivelassero sbagliate? Spiegare dove e come si sta sbagliando, e cosa sarebbe meglio fare, oppure urlare e strepitare come ossessi?

Certo, urlare e strepitare è popolare (populista). Solletica l’arrabbiatura della “propria” gente, anche se difficilmente riesce a convincere l’altra parte. Anzi, l’effetto sarò contrario Ma l’intenzione non è questa, è palese. L’intenzione è quella di creare “l’incidente“, radicalizzare lo scontro, farsi censurare (qualcuno non vede l’ora che accada) per poi trarne un tornaconto. Personale? Politico? Non importa: il tempo saprà rispondere. Importa che la furbizia di taluni - e l’idiozia di gente come la Finocchiaro, Menichini ed altri - può fare molti danni. Rimane che “i fatti” - buongoverno, malgoverno, problemi e soluzioni - a forza di andar dietro alle parole, ce li scorderemo proprio.

(le vignette che vedete qui ospitate - vengono dall’archivio di Cuore, settimanale di resistenza umana, messo on line dai benemeriti di Unamanolavalaltra). Grazie di esistere. E, pensate, sono state realizzate 17 anni fa. Come (NON) cambia il mondo, eh?)

Edit / sull’argomento, latamente ma in topic, scrive anche il dottor Castaldi. Leggete, bestie!