di Pietro Marmo (marblestone)
postato alle 10:00 del 5 ottobre 2008 in La rubricaTorna alla home

Aprì la porta su una stanza semibuia, un letto matrimoniale in legno, gli armadi di noce lucidi e levigati, una brandina disposta sulla via tra il letto e la finestra, le coperte arruffate e le lenzuola con immagini dei cartoni animati. Nel lettone una donna grassa, pietosa nella sua camicia da notte, scalciava e urlava senza senso. Cecco entrò: “Ciao, mamma.” “Io non sono mamma di nessuno! Mamma, mammaaa!” E giù altri urli, spasmi, calci e pugni nell’aria. Cecco si avvicinò, cercò di trattenere quella furia. Ma non ce la faceva, le gambe gli sfuggivano e si ferivano vicino al legno del letto. Mollò la presa e restò in piedi a guardarla. Una lacrima lasciò i suoi occhi verdi, identici a quelli della donna con cui lottava, percorse veloce le rughe del suo dolore e si spense nei baffi appena brizzolati. Giorgio era come paralizzato. Le vite che si sviluppavano davanti ai suoi occhi erano diverse da quelle che immaginava; mostravano, come in uno specchio deformato, volti irriconoscibili di persone a lui note. Continuò a fissare lo schermo, timoroso delle nuove immagini.

Ancora un operaio, un tipetto basso e insignificante, quarant’anni portati male, rughe profonde sul viso. Un carattere chiuso e taciturno, un lavoratore ligio ma indifferente, non indispensabile all’azienda. Sull’autobus aziendale ascoltava il suo vicino mentre guardava la campagna infittirsi di case fino alla periferia, ai quartieri moderni, al centro antico, ai nuovi centri commerciali, fino ad arrivare ad altra periferia, agli enormi svincoli della tangenziale. Scese per ultimo, salutando con rispetto l’autista che ricambiò la cortesia, soffiando nelle mani fredde di fine turno. Si avviò veloce verso un palazzo popolare, panni stesi e veneziane abbassate fino a terra. Aprì la porta senza riuscire ad entrare. Due minuscoli ragazzetti già scalciavano per sfuggire alle braccia materne e saltargli al collo. Ridevano, si agitavano, salutavano la mamma che aveva allungato le braccia verso quelle del marito. “Tornate presto…“.

Per strada i bambini scappavano avanti e indietro ridendo. Il padre li inseguiva, li superava, tornava indietro, si nascondeva e li chiamava, correva saltellando. Incantava i bimbi come il pifferaio magico. Giorgio ripensò sorridendo ai suoi bambini, ma subito si incupì ricordando che da tempo non li portava al parco. Il monitor si rianimò ed apparvero proprio loro, a casa, nei loro pigiamini di fiorellini e pupazzetti, sbuffare delusi. “Papà ci aveva detto che veniva a mangiare…” “Lo so ma ha avuto tanto da fare, ha tanto tanto lavoro.” “Papà vuole più bene al lavoro che a noi.” “Ma no, vedrai che quando finisce resterà sempre a casa.” La bimba era scettica, ma un pensiero la illuminò: “Mamma, mamma, ma se domani sera papà non c’è possiamo dormire nel lettone con te?” La mamma sorrise serena e riconoscente, carezzando i capelli biondi del primogenito e il viso della sorellina.

Giorgio trasalì, solo un’ora prima aveva detto alla moglie che l’indomani sarebbe stato via. Terrorizzato le telefonò: “Cara, scusami, ho fatto tardi. Cosa stanno facendo i bambini?” Alla sua ansia rispose una voce lenta e delusa. Indifferente, senza odio, senza possibilità di assoluzione. “Li ho appena messi a letto. Perché non sei venuto? Ti hanno aspettato fino a tardi. Cosa avevi da fare di così importante?” Giorgio perse subito la pazienza: “Dobbiamo discuterne anche stasera? È un brutto periodo, lo sai!” “È vero, hai ragione. Torna pure quando vuoi, ti lascio accesa la luce nel bagno così non ti spogli al buio.” La cornetta si abbassò senza aspettare risposta. Tagliò corto sulle sue scuse meschine, sulle ansie di lavoro che scaricava su di lei, su un pensiero, leggero e fastidioso, che lo accusava di non aver voglia di tornare a casa. In quella casa che si era abituata alla sua assenza, che aveva imparato ad andare avanti da sola. Che, piano piano, sempre più desiderava che lui non tornasse.

C’era ancora qualcosa che poteva fare per sentirsi gratificato, importante. Scese dall’auto e tornò in ufficio. Il silenzio di quei luoghi pieni di vita, il vuoto popolato dalle passioni e dalle ansie del lavoro, le foto con dirigenti e uomini importanti lo accolsero come il grembo materno, affogando quel dolore che gli stava scoppiando dentro.

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