Il caso Schifani-Travaglio imperversa sui giornali e nelle agenzie di stampa, con spunti comici di interessante solidità: L’Ansa dice che il presidente del Senato querelerà il giornalista “per calunnia“. Ora, essendo la calunnia il reato previsto dall’articolo 368 del codice penale italiano, ai sensi del quale chiunque, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità giudiziaria, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato“, le cose sono due: o Schifani non sa di che parla (improbabile), o il giornalista dell’Ansa non sa di che parla (sicuro al 99%). Molto più facile che si quereli invece per diffamazione a mezzo stampa, e, vista l’esimente del diritto di cronaca, che la querela Schifani la perda. Vedremo. Intanto Giuseppe D’Avanzo su Repubblica sul caso scrive cose chiare e condivisibili riga per riga: “Si può allora dire che Travaglio è sincero con quel dice e insincero con chi lo ascolta. Dice quel che crede e bluffa sulla completezza dei “fatti” che dovrebbero sostenere le sue convinzioni. Non è giornalismo d’informazione, come si autocertifica. E’, nella peggiore tradizione italiana, giornalismo d’opinione che mai si dichiara correttamente tale al lettore/ascoltatore. Nella radicalità dei conflitti politici, questo tipo di scaltra informazione veste i panni dell’asettico, neutrale watchdog - di “cane da guardia” dei poteri (”Io racconto solo fatti”) - per nascondere, senza mai svelarla al lettore, la sua partigianeria anche quando consapevolmente presenta come “fatti” ciò che “fatti”, nella loro ambiguità, non possono ragionevolmente essere considerati (a meno di non considerare “fatti” quel che potrebbero accusare più di d’un malcapitato)“. Questo è dedicato anche a coloro che fanno di tutta la merda un fascio, mettendo nello stesso calderone giornalisti con storie, culture, capacità molto diverse. E soprattutto: mette sullo stesso piano lavoratori e showman. Sullo stesso tema, da imparare a memoria anche la confutazione operata da Leonardo dell’ultimo articolo di Filippo Facci sul Giornale e Macchia Nera. Sempre a proposito della distinzione tra giornalisti e showman.

Intanto il ministro della funzione pubblica e dell’innovazione Renato Brunetta annuncia per l’ennesima volta la guerra ai “fannulloni” tra i dipendenti dello Stato. Lo aveva già fatto Ichino nemmeno un anno fa scatenando reazioni indignate, ci riprova: “Colpirne uno per educarne cento. Chi non lavora non deve mangiare, il sistema pubblico deve essere equiparato a quello privato premiando chi lavora bene e licenziando chi non lo fa. Bisogna puntare sugli incentivi come accade nelle aziende private“. Oltre alla citazione di Majakovskij, che molti apprezzeranno, come al solito si scambiano i premi al merito per chi fa (con merito) con le sanzioni, difficilmente applicabili e nel caso cancellate dai tribunali. Quando arriveranno i fatti?

Nelle more delle nomine dei sottosegretariati, spicca l’assenza di Daniele Capezzone. Sfumata la Cultura, sfumata la possibilità di prendere il posto di Bonaiuti, sfumato persino il posto da deputato, l’ex radicale è stato nominato proprio ieri portavoce di Forza Italia, partito in scioglimento per confluire nel PdL. Con questa decisione, vengono tacciati tutti coloro che hanno sempre accusato Capezzone di essersene andato con Berlusconi per motivi prettamente di poltrona. Infatti, vi pare che uno si vende per fare il portavoce di un partito che non c’è più? Sarebbe proprio da pezzenti. Ora rimane di conoscere il destino di Decidere.net, il network che doveva aggregare i liberali di ogni parte del globo terracqueo per marciare uniti e colpire divisi. E che in effetti aveva dimostrato, nelle sue divisioni provinciali, una forza aggregativa talmente ampia da riuscire a mettere in pericolo la supremazia di uno dei blog più belli del pianeta. Secondo alcune indiscrezioni, sarebbe allo studio l’ipotesi di confluire nei circoli di Dell’Utri, mentre quelli bibliofili farebbero propri gli obiettivi del network per dare effetto a una vera e propria fusione dei due soggetti.

Vorrei inoltre che si concludesse la campagna anti-Inter dei giornali: “I big contro il tecnico: torna l’ombra Mourinho. Giocatori in silenzio stampa. Inter, spogliatoio a pezzi. Mancini rischia l’addio“. Vogliamo smetterla? In primo luogo, quello che accade è che il Parma licenzia Cuper a una settimana dalla partita della vita per affidare la squadra al tecnico della primavera, che contro l’Inter quest’anno ha già perso 4 a 2 (in altri tempi si sarebbe mandato l’ufficio inchieste per molto meno). In secondo luogo, mettetevi in testa che la beneamata questo scudetto l’ha già vinto. A Parma non vale nemmeno la pena di giocare (figuriamoci di mandare le telecamere), non c’è storia, si sono già portati a casa il risultato finale: una vittoria sgargiante come il ciuffo di Rosichello (che ingrigito è ancora più sexy). E basta.

Per Alitalia intanto è tempo di novità: sulla poltrona di amministratore delegato si siederà Mario Resca, imprenditore ferrarese che ha ricoperto quel ruolo in Mc Donalds. E la poderosa operazione di restyling partirà dal marketing. Ecco qui la prossima pubblicità che è pronta a invadere le nostre case.