La campagna elettorale britannica giunge al termine. Un mese sulle montagne russe, con repentini cambi di scenari ed un continuo, perdurante malessere. Quello di Gordon Brown, il sicuro sconfitto delle elezioni britanniche di domani
La vita cambia in un attimo. E sicuramente l’attuale primo ministro rimpiangerà per tutto il resto dei suo giorni il mese in cui perse le elezioni di domani. A settembre 2007 il Labour Party era rinato. Dopo una vittoria risicata nel 2005, dove il partito allora guidato da Tony Blair ottenne una maggioranza in Parlamento solo grazie alla sovra rappresentazione consentita dal sistema elettorale britannico, i laburisti erano entrati in profonda crisi. La svolta moderata dei conservatori, guidati dal giovane David Cameron, e la sempre più consumata leadership di Blair avevano portato stabilmente sotto al 30% il Labour Party. La staffetta tra il primo ministro laburista più longevo della storia e il Cancelliere dello Scacchiere arrivò dunque sotto la spinta di una crisi ormai inarrestabile. L’estate del 2007, l’ultima con una crescita economica significativa, sembrò ribaltare lo scenario. La nuova leadership di Gordon Brown rivitalizzò la base laburista, tanto che il primo ministro si spinse verso la convocazione di nuove elezioni. Arrivò settembre, una sfortunata visita in Iraq e la brillante performance di Cameron al Congresso annuale dei Tories. Brown consultò i sondaggi, che vedevano il Labour a rischio di maggioranza. Uno scenario allora inquietante, ma che oggi è un sogno irrealizzabile. Il primo ministro decise di conquistare gli inglesi con 3 anni di governo, ma nel 2008 arrivò la più grave crisi finanziaria degli ultimi 70 anni, travolgendo la City e portando ad un deficit record. Il Labour ha così subito la più umiliante e continua striscia di sconfitte della sua storia, perdendo bastioni storici come la Scozia, e subendo l’espulsione dalla città di Londra. Le indecisioni notturne del settembre 2007 tormenteranno per molti anni a venire il sonno di Gordon Brown.
IL MIO REGNO PER UN DIBATTITO - David Cameron, invece, maledirà (probabilmente) il giorno nel quale acconsentì a partecipare al primo dibattito televisivo tra i candidati premier. Un evento che avrebbe dovuto travolgere il legnoso scozzese, e esaltato invece la sua giovanile, carismatica leadership. Un Tory atipico, modernizzatore, molto simile al primo W Bush, quello del “conservatorismo compassionevole” e della Convention multiculturale di Philadelphia nel 2000. Una svolta che consentì a Cameron di conquistare il centro moderato a lungo dominato da Tony Blair e dal sapore fresco del New Labour, prima che l’impopolarità della guerra irachena e i troppi anni passati al governo togliessero all’uomo della Terza Via il fascino di inizio 2000. Il nuovo posizionamento dei Tories ha portato indubbi successi elettorali , ma Cameron rischia ora una vittoria tragicamente
dimezzata. Lo svantaggio strutturale scontato dal suo partito nei seggi in bilico renderà tenue la maggioranza conservatrice, se mai ci sarà. Sicuramente Cameron dovrà maledire il 15 aprile, la sera del primo dibattito. La palma del cambiamento a lungo in mano a David, agognato dai sudditi di sua maestà dopo 13 anni di guida laburista, è passata allora al suo misconosciuto avversario Nick Clegg, leader dei Liberaldemocratici. Un dibattito che arrivò però in mezzo ad una campagna elettorale abbastanza fiacca da parte dei Tories, che godevano di un vantaggio demoscopico nettamente inferiore rispetto al 2009. Il numero 10 di Downing Street è più vicino per Cameron, ma l’arrivo non sarà trionfale come l’ingresso della Thatcher o di Blair, segno di un dominio politico e culturale capace di definire un intero decennio della vita britannica. E senza un vantaggio di più di 5 punti percentuali a livello nazionale i Tories potrebbero finire secondi per seggi ottenuti.
NICK, IL NUOVO CALDEROLI - Nick Clegg scambierebbe la legge elettorale inglese con qualsiasi sistema elettorale non maggioritario. Il suo ingresso nei libri di storia potrebbe essere assicurato se riuscirà a cambiare il “first past the post” che disciplina le elezioni inglesi da qualche secolo. In questo, assomiglierebbe molto ad un Roberto Calderoli in versione epica, l’uomo che con il Porcellum sbriciolò i sogni maggioritari delle élites italiane, dando alla Lega una nuova centralità e a Casini lo strumento per separarsi dal Cav. Clegg occupa uno spazio politico nuovo. A sinistra del Labour in tema di diritti civili e politica estera, più liberista in economia anche se lo spirito socialdemocratico del suo partito lo rende distante dai suoi partner dell’Alde europea come la Fdp tedesca. I Lib Dem sono gli eredi del Partito Liberale di Gladstone e Keynes, diventato minoritario quando la lotta ai Conservatori diventò compito dei laburisti, nel periodo a cavallo tra le due guerre mondiali. La crisi innescata dalla Thatcher innescò un processo di scomposizione della sinistra inglese, che formò una nuova alleanza tra componente moderata del Labour, i socialdemocratici, e gli ormai minoritari Liberali. A fine anni ottanta arrivò il nuovo partito, i Lib Dem, al quale però Tony Blair tolse lo spazio politico, riuscendo a portarsi dietro il grosso del movimento sindacale e cooperativo. Ora i Liberaldemocratici possono riprendersi quella centralità ricercata da un secolo, e lo strumento necessario è un nuovo sistema elettorale. Una battaglia condivisa anche da una parte significativa della
sinistra, tanto che il Guardian, il giornale di riferimento di quell’area politica, ha motivato la rottura con il Labour proprio in ragione del proporzionale. Gordon Brown ha cercato di ingraziarsi Nick e i suoi amici proporzionalisti a inizio campagna elettorale, ma il leader dei Libdem ha evitato il bacio della morte, puntando su una campagna solitaria che potrebbe riportare al centro dello scenario politico il suo partito.




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