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La maxi truffa delle bollette doganali

Falsificava le certificazioni e le bollette doganali, per una maxi frode del valore di 300 milioni di euro. Con questa accusa Ernesto Rum, un ex funzionario delle Dogane, all’autoporto Fernetti di Trieste, è stato rinviato a giudizio, dopo la scoperta da parte dei militari di ben 287 operazioni di false cessioni all’estero. Riporta la notizia il Piccolo, in un articolo di Corrado Barbacini.

LA GRANDE TRUFFA – Le false esportazioni erano apparentemente dirette in Serbia, Ucraina, Bosnia, Isole Marshall, Siria, Giordania e San Marino. L’udienza è stata fissata dal giudice Luigi Lainotti per il prossimo 4 marzo. Ma l’uomo non era l’unico, secondo l’accusa, a pianificare la mega truffa. Scrive Barbacini.

“Ernesto Rum è ritenuto responsabile in concorso di una serie di truffe realizzate attraverso la falsificazione di bollette doganali. Assieme a Rum sono stati mandati a processo accogliendo la richiesta del pm Lucia Baldovin, Roberto Spadoni, 52 anni, titolare della MarsSrl, residente a Monrupinomadomiciliato a Monfalcone, l’imprenditore mantovano Mirio Spaggiari, 61 anni, ritenuto uno dei principali artefici della maxifrode. E poi ancora il triestino Gabriele Mazzoleni, 44 anni, Vittorio Maggio, 69 anni di Brivio, Pierfrancesco Bacchi, 48 anni di Suzzara, Marco Musumarra, 58 anni, di Aosta”.

LA DIFESA – Nella stessa udienza è stato invece assolto con rito abbreviato Giuseppe Esposito, l’altro funzionario doganale triestino coinvolto nella vicenda. Intanto i legali di Rum difendono l’ex doganiere: “Si tratta – ha spiegato in aula l’avvocato Guido Fabbretti, di un numero inconsistente di bollettini rispetto a quanti sono stati quelli evidenziati dall’accusa”. L’indagine ruotava attorno alla scoperta di 287 operazioni di false cessioni all’estero di capi di abbigliamento, attraverso le dogane italiane di Fernetti, San Sabba, Padova e quella slovena di Obrezje. In realtà, si trattava soltanto di operazioni false.

SOLTANTO DOCUMENTI -Gli unici aspetti concreti di queste operazioni finanziarie erano infatti i documenti di trasporto, anche quelli ovviamente falsi. Secondo l’accusa, erano realizzati dallo stesso  Rum con un sistema che si può paragonare a quello utilizzato da Calisto Tanzi per creare le famose obbligazioni spazzatura di Parmalat. Spiega il Piccolo:

Con uno scanner si creavano falsi perfettamente identici. Così veniva utilizzata documentazione tributaria non veritiera da presentare agli uffici doganali nazionali per ottenere il rilascio dei previsti atti per l’esportazione e poi si creavano false bollette doganali sulle quali venivano apposti timbri contraffatti per giustificare l’uscita delle merce dal territorio comunitario.

TUTTO FINTO – In alcuni casi poi la merce veniva rivenduta in nero in Italia, in altri ancora la transazione era completamente fasulla. A volte la merce nemmeno  esisteva. Tre erano state le “società finte” emerse dopo l’indagine della Tributaria e delle Dogane:  la «Miva Srl», la «Mir Moda srl» e la «Ms pubblicità srl». Nonostante non presentassero la dichiarazione fiscale,  avevano effettuato esportazioni – ovviamente fittizie, secondo la procura – per 152 milioni di euro, con un’evasione dell’Iva di oltre 30 milioni di euro. Aggiunge Barbacini:

Certo è che il sistema illecito individuato si chiudeva con la fatturazione diretta a società costituite nelle isole Marshall, in Siria e in Giordania solamente allo scopo di rendere difficile la reale ricostruzione delle operazioni e l’identificazione dei responsabili della frode. In questo modo le finte esportazioni permettevano alle società di godere dei benefici riconosciuti ai cosiddetti “esportatori abituali” che possono effettuare acquisti sul territorio nazionale senza pagare l’Iva oppure – questo il trucco finale – possono utilizzare il credito a compensazione o chiederne il rimborso.

(Photocredit: masterclassts.it)

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