Teodora
02/05/2010 - 20° capitolo di Alamaro, romanzo di Giornalettismo I Massimi Sistemi, per quanto ci si industri nella loro rimozione, esistono. Esistono pure, come contraltare al brutto e all’orrido, il bello e l’impareggiabile. Alamaro aveva già da qualche anno rivalutato tali realtà,
20° capitolo di Alamaro, romanzo di Giornalettismo
I Massimi Sistemi, per quanto ci si industri nella loro rimozione, esistono. Esistono pure, come contraltare al brutto e all’orrido, il bello e l’impareggiabile. Alamaro aveva già da qualche anno rivalutato tali realtà, ma niente aveva contribuito alla sua felicità quanto quei minuti passati a guardare il Canal Grande con sua figlia seguiti
dal panino a San Marco.
Tornando in albergo che non erano ancora le dieci, passarono davanti all’appartamento di Costanza. Alamaro si ricordò all’improvviso di colei che pensava avrebbe rimpianto per sempre come l’amore della sua vita. Invece l’aveva dimenticata da anni, del tutto. Costanza, amatissima e rimossa fino a quell’istante. Ma che uomo era, capace di lasciarsi indietro con tanta leggerezza un sentimento che lui stesso aveva considerato profondo? Profondo quanto lo spazio di un viaggio oltreoceano, sola andata. Alzò gli occhi alle finestre: le imposte erano chiuse e tutto era spento. Pensò che l’appartamento poteva diventare una buona sede della sua società. Ma cosa pensava? Si vergognò di quell’ombra dentro di lui che non voleva sbiadirsi del tutto.
Pensare a lei in ogni caso lo fece sentire fragile, e sentì il desiderio di parlarle. Come aveva fatto a non ricordare di essere stato al Gritti proprio con lei? Si incupì.”Cos’hai, papà? Sei strano.”"Niente, sono solo contento.”"Non è vero, stai pensando a qualcosa di brutto.”"No, non di brutto. È una cosa da grandi.”"Una signora, vero? Ma non è Grace.”Certi bambini ascoltano tutto, vedono tutto e, accidenti, quello che non colgono con occhi e orecchie lo intuiscono a istinto. Alamaro realizzò che Mina, crescendo, gli avrebbe messo sotto il naso i suoi sbagli come in uno specchio di opportune riflessioni.Innamorato di Costanza e di Grace, le aveva relegate non sapeva bene dove, ma certo in una piega della memoria più nascosta di quella in cui era rimasta Christa, la quale peraltro, grazie alle sue scelte di vita, era per sua natura meno pericolosa.Rimase a lungo sveglio, quella notte. Seduto in terrazza, senza soffermarsi su nulla in particolare, restando nel vago. La propensione a lasciare indietro le cose poteva davvero dirsi modificata con gli anni?
Il sabato mattina si decise a chiamare Arnaldo per accennargli dell’appartamento a Venezia che cercava per farne la sede di una nuova società. Già che c’era chiese di Costanza.“Scusami, ma lei mi ha chiesto di non dirti nulla di lei, nemmeno sulla sua salute.” Aveva utilizzato quei termini apposta per insospettirlo.”Significa che c’è da preoccuparsi?”"A proposito, per quanto riguarda la casa che le avevi preso a Venezia, mi ha consegnato le chiavi cinque mesi fa. Ha insistito per firmare una rinuncia a ogni pretesa sulla proprietà.”Allora c’era da preoccuparsi. “Che cos’ha?” chiese Alamaro.“Un tumore.”“Dove?”“Che differenza fa?”“Potevi avvertirmi, Arnaldo.” Non riusciva a essere risentito, perché sapeva di avere torto.“Non ti rispondo nemmeno, Alamaro.”“E fai bene.”Fece colazione e poi la chiamò. “Come stai, Costanza?”“Ho appena sentito Arnaldo.” Tossiva.“Come sta tuo figlio?”“Benissimo, ma non gli ho detto delle mie condizioni. Studia fisica a Boston. L’università la stai pagando tu, ricordi?”No, non se lo ricordava, però il figlio di Costanza era molto in gamba. “Mi dispiace di tutto.” Le disse.“Lo so, ma non fartene una colpa.” Ancora tosse.“Perché hai rinunciato alla casa a Venezia?”“Non mi piace stare a Venezia. Arnaldo mi ha detto che cerchi una sede a Venezia. Perché non usi l’appartamento che mi avevi regalato?”“Ho comprato un’altra casa. Vieni da me.”“A morire? No, grazie.”
Senza preamboli, fu sincero anche lui. “Ho visto decine di bambini morire, negli ultimi tre anni. Vieni da me, ti darò una stanza con vista sul Canale.”“Ok, vienimi a prendere.”“Dammi un mese per sistemare la casa.”“Aspetterò. Come sempre. Grazie, Alamaro.”Una conversazione scarna ed essenziale, riguardante morte e vita e decisioni fondamentali. Tutto in poche parole, quando poco rimane.Riagganciò e spiegò a Mina tutto quanto.“Vai a prenderla adesso. Trasferiamoci qui subito. Per il resto ci arrangiamo.” Disse lei.Era quello che voleva fare anche lui. “Vado.” I Massimi Sistemi esistono, quindi. Ma sono molto più Minimi di quanto si immagini di solito. Citofonò a Costanza Subito dopo pranzo.“Sono venuto a prenderti.” Come se dovessero andare al cinema.Lei si mise a ridere e le scese una lacrima. Non se lo aspettava per niente, ma ci aveva saldamente sperato. “Sali, che preparo la valigia.”Alamaro vide una donna molto muscolosa e allenata, e solo un qualcosa di indefinito nella sua magrezza, insieme ai capelli cortissimi, induceva il sospetto della malattia.“Ti trovo in forma.” Era sincero.“Malgrado tutto, devo dire di sì. Ho molto tempo per il nuoto e la palestra. Non posso più lavorare. Non ci vedo quasi più, ma non preoccuparti: non farò in tempo a diventare cieca.”Un discorso che un tempo lo avrebbe spaventato e spinto alla fuga ora lo ascoltava con partecipata calma. E poteva commentarlo. “Ne ho vista tanta, di disperazione. Resterò al tuo fianco, questa volta.” Lo aveva deciso durante la telefonata, e gliel’aveva già detto, ma, dati i suoi trascorsi, la conferma giovava.
“Perché?” domandò lei.“Non per compassione. Semplicemente perché questa volta mi va di farlo. Ti avevo detto che ti amavo, ed è ancora vero. Lo faccio per amore. Ti basta?”“Ogni volta che ti vedo sei diverso. Non ti riconosco mai. E comunque Tommaso torna dagli Stati Uniti tra due mesi.”“Verrà a stare da noi.”“Se io ci sono ancora. I medici hanno sospeso le cure.”“Verrà a stare da noi, da me e da te. È così che andrà.”Arrivarono al Gritti che era ora di cena. Mina li aspettava in sala da pranzo. Quando vide Costanza, si alzò e andò a salutarla pigolando di gioia come un uccellino, anche se non l’aveva mai vista. Alamaro si stupì di come appariva con evidenza che la bambina non avesse fretta di dimenticare dolore e disperazione e di come non si sentisse minacciata dall’incertezza e dalla malattia.Il direttore dell’albergo si ricordava di lei e le fece portare al tavolo un mazzo di fiori. La bella accoglienza rassicurò Costanza, che mangiò tutto, dall’antipasto al dolce, cosa che non faceva da mesi.“Diventerò grassa coma un’oca.” Disse sorseggiando un bicchiere di passito. Quella notte dormirono insieme, e solo quando la ebbe al suo fianco Alamaro rammentò di essere con la stessa donna nello stesso letto di qualche anno prima.
Il lunedì mattina, quando vide la Signora Barbara per la firma del contratto, Alamaro le comunicò che aveva risolto il problema della sede e le diede le chiavi del suo nuovo ufficio.“Cosa preferisce, che allestisca l’ufficio o curi i lavori della casa?” chiese.Sentendo la domanda, Alamaro fu certo di avere scelto la persona giusta. Per un attimo alle guance paffute della Signora Barbara si sostituirono quelle delicate di Aurora, ma subito svanirono. Arrivò Costanza, annunciata dalla tosse.“Le presento Costanza, la mia fidanzata.” Costanza lo guardò stupefatta. Non gli aveva mai sentito pronunciare una parola del genere. Diceva così solo perché lei stava morendo. “Potrebbe esserle utile. È un ingegnere.”Costanza comprese il significato dello sguardo diffidente della Signora Barbara, che temeva di doversi subire la supponente donna del capo.Andarono tutti e tre – Mina rimase in albergo a studiare – a vedere i lavori da fare e Costanza si innamorò di quella casa con la stessa velocità con cui si era un tempo innamorata del proprietario. Anche lei uscì in giardino e si mise a fissare il Canale con la gioia mesta di chi conosce il proprio destino. La Signora Barbara e Alamaro la seguirono.“Voglio dirle una cosa adesso, perché ci tengo ad andare d’accordo con lei. Ho una malattia terminale, anche se per fortuna non si vede. Alamaro vuole solo aiutarmi, e io voglio solo aiutare lei. Questa casa è meravigliosa. Mi dia la possibilità di fare quanto posso, finché posso.”“Faremo un bel lavoro, insieme.” Disse la Signora Barbara in tutta semplicità. A volte le proprie motivazioni basta solo esprimerle, se valgono qualcosa.“Credo anch’io.” Disse Alamaro. ”Vi lascio lavorare in pace, signore. Ho alcune cosette da fare.”Nei giorni seguenti Alamaro trovò una scuola adatta per Mina, organizzò un ufficio temporaneo in albergo, tenne un filo diretto con Arnaldo per buoni consigli e consulenza legale, comprò una cosa che gli serviva e tutto questo prima dell’aperitivo, perché aveva appuntamento con Costanza davanti a Santa Maria dei Miracoli, la prima chiesa in cui erano entrati insieme, tanti anni prima.
“Com’è andata la giornata?” chiese lei tossendo.Lui la guardò. “Benissimo. Ho concluso molto. E la tua?” continuava a fissarla.“Il clima di Venezia non è il massimo, ma so che se resto qui con te vivrò di più. Stare in compagnia di un uomo bello come te in un posto bello come questo farebbe resuscitare i morti. Non so come ringraziarti per tutto questo. Ora gradirei una coppa di champagne.”Alamaro arrossì, si grattò la testa e ricordò i brindisi con Grace, e poi fuggevolmente pensò a Christa, ma solo per un istante brevissimo. I suoi amori si accumulavano così, senza preavviso. No, ora era il tempo di Costanza.“Hai avuto qualche flirt, in Cambogia?” domandò lei.“Tu mi leggi nel pensiero. Sì, mi sono innamorato di un chirurgo.” Confessò lui. “E di una suora.” Era facile dire la verità a Costanza, più che a se stesso. Lei non fece una piega, perché tanto sapeva quanto lui dimenticasse in fretta. “Ti ricordi la prima volta che siamo stati qui?”“Sì, tu hai detto che, se un giorno avessi deciso
di sposarti, avresti voluto che la cerimonia si svolgesse in questo posto. Poi hai detto che non desideravi una moglie.”“Non avevo valutato che tu ci saresti rimasta male.”“Infatti non c’ero rimasta male. Però per anni e anni ho desiderato che tu cambiassi idea. Assurdamente, anche dopo la tua partenza. Non ho smesso un secondo di pensare a te. Così mi sono distratta dalla vita, e mi sono ammalata. Ma non ti ho mai attribuito alcuna colpa, beninteso.”Alamaro appoggiò sul tavolino una piccola custodia di velluto. “Vuoi sposarmi?”Costanza lo guardò negli occhi e allontanò la scatolina senza aprirla. “No, grazie.” Tutto qui. “No, mi dispiace, ma non così.”Si sentì freddato. E seccato, perché continuava ad acquistare gioielli che venivano rifiutati senza spiegazione. O meglio la spiegazione c’era, ma era meglio evitare. Cambiò argomento. “Avete deciso qualcosa riguardo ai lavori?” chiese.“Tutto,” rispose Costanza. “Abbiamo già contattato un’impresa che conosceva Barbara. Domani vengono per il preventivo. Vuoi esserci anche tu?”“Sì, se ti fa piacere.” Meglio esserci, quando lei voleva la sua presenza.La mattina dopo alle sette li buttò giù dal letto Teodora.












