Crescita economica in Italia: il Sud
30/04/2010
Non esiste “la” ricetta per la crescita: esistono una miriade di fattori istituzionali ed economici che possono facilitarla o impedirla. Se l’Italia non cresce non è per un solo motivo, e quindi non esiste una sola riforma politica sufficiente a risolvere, almeno nel medio termine, tutti i problemi. Purtroppo, una lista ragionata dei problemi strutturali italiani – che a differenza di quelli congiunturali non andranno via neanche se si dovesse uscire definitivamente dalla recessione – sarebbe interminabile: mi limiterò a considerarne uno, il costo del lavoro al Sud.
Per capire però il problema occorre prima chiedersi perché si investe. I fondi disponibili per il consumo sono i risparmi di una nazione: questi fondi possono essere investiti produttivamente o possono essere investiti non produttivamente (per finanziare consumi, spesa pubblica – tranne nel raro caso di investimenti pubblici utili – e “mattone”). La ricchezza di una nazione dipende dal capitale accumulato, cioè dalla quantità di investimenti del primo tipo: questi investimenti richiedono che i margini di profitto siano sufficientemente alti da invogliare gli imprenditori, altrimenti nisba: nessuno investirebbe per guadagnare un misero 2% post-tasse, se investire in titoli di stato (sicuri) rende poco di meno.
I profitti dipendono da due fattori: quanto output si produce data una certa quantità di fattori di input (come il lavoro), cioè la produttività, e a che prezzo si vende l’output rispetto ai prezzi dei fattori di input (come i salari). In poche parole, è possibile giustificare elevati salari solo se la produttività è sufficientemente alta: quando la produttività è bassa, i salari non possono essere aumentati, pena la perdita di competitività, la stagnazione degli investimenti, o addirittura la fuga dei capitali.
Una regione in cui i salari sono alti rispetto alla produttività, cioè non competitiva, non attrarrà gli investimenti, e quindi la produttività non aumenterà, e i salari rimarranno troppo alti: elevata disoccupazione, bassa crescita. Non è possibile uscire dal circolo vizioso finché non varrà la pena investire, e una delle condizioni affinché ciò avvenga è che i salari siano “coperti” dalla produttività del lavoro.
Perché i paesi dell’Europa Orientale (non tutti, ma molti, e nonostante la crisi finanziaria che ha colpito particolarmente alcuni di essi) sono cresciuti più rapidamente del Meridione? Perché un polacco ha qualche speranza che tra 20 anni avrà raggiunto un livello di vita elevato per gli standard occidentali, ma un calabrese questa speranza non può realisticamente coltivarla? Uno dei motivi può essere che livelli salariali relativamente alti rispetto alla produttività sono imposti dalla contrattazione collettiva del lavoro. È vero che in Italia c’è una limitata possibilità di contrattazione decentrata, e che i contratti nazionali spesso fissano solo un minimo (che al Nord si supera con facilità, data la maggiore produttività), ma evidentemente ciò non basta, perché altrimenti il mercato del lavoro al Sud non mostrerebbe un sistematico eccesso di offerta di lavoro.
Ovviamente la bassa domanda di lavoro non è l’unica causa della disoccupazione, ma finché sarà da masochisti investire nel Meridione, non ci sarà sviluppo di alcun tipo. Occorre fare di tutto per attirare capitali nel Meridione, aumentando la competitività di queste regioni: l’afflusso di capitale aumenterà la produttività e i redditi, innescando un circolo virtuoso. Purtroppo, finché i salari del Meridione saranno tenuti artificialmente alti dalle pressioni sindacali, finché bisognerà pagare le tasse sia allo stato che alla mafia, finché infiniti ostacoli burocratici e finanziari faranno scappare i capitali, il Meridione continuerà a ristagnare, e a pesare su tutto il resto del paese.













Wow. Che argomenti poderosi a sostegno della tesi del Nostro. La sua risposta si concretizza in un insulto: “terrone”.
Sono felice; dimostra la fragilità della tesi e la bassezza di colui che la sostiene.
Ma veniamo ai punti della questione.
Di vittimismo certo si tratta, ma di quello del Nord (se avessi deciso di scendere a livello del Nostro, avrei dovuto scrivere: “vittimismo dei barbari”). E’ un fatto: appena le cose si mettono male, il Nord si lamenta e come al solito accusa il Sud di essere di intralcio (e di vittimismo).
Un esempio?
Cosa fa il Nord quando la crisi attanaglia anche le grandi fabbriche (mai gli operai)? Semplice: fa la vittima e chiede aiuto allo Stato. E così ecco gli incentivi alla rottamzione, che non sono altro che grandi aiuti alle fabbriche del Nord. E infatti si “aiuta” a rottamare auto, moto frigoriferi, etc. A proposito, come mai i divani no? A sì, quelli li producono in Puglia..
Un altro esempio? La recente invocazione, dai toni frignoni, di niente poco di meno che… il protezionismo! Ma come, i campioni del liberalismo? Quelli che “i più bravi sopravvivono”? E sì, quando il gioco si fa duro è meglio piangere e accusare il Sud. Chiedendogli anche di sentirsi cittadini di serie B. Sono decenni che agricoltura e pesca del Sud sono sotto l’attacco di paesi terzi (e politiche nazionali punitive); allora non si è mai parlato di protezionismo. Allora era il Sud che non sapeva fare impresa, che faceva la vittima e non sapeva stare in Europa!
Insomma la lamentela, il vittimismo è di casa a Milano non a Napoli dove quando i poveracci sbraitano e mettono in scena la classica “commedia napoletana”, ricevono prontamente le attenzioni di Canale 5 ma non certo incentivi alla rottamazione.
Veniamo alla brillante tesi e al ragionamento alla sua base.
Il Nostro dice; “la produttività è bassa, dunque i salari sono alti, e dunque investire non è conveniente”. Se la produttività è bassa è perchè mancano gli strumenti. Considerando quello di cui si dispone la produttività è ottima. Tagliando i salari si deprime una zona già duramente colpita e quindi si creano situazioni ancora più favorevoli alla crescita della criminalità; e questo sì che è un fattore che contribuisce ad abbassare la produttività. Altro che attirare capitali! Non si attira quindi un bel niente. Credo che in Irak i salari siano bassissimi ma è difficile pensare di investire lì.
Io lo ripeto. Per aumentare la produttività servono tante cose. Una delle più importanti è un’adeguata rete di infrastrutture. E questo è compito dello Stato, non dei capitali o degli investimenti privati. Che poi arriveranno se il territorio sarà dotato di infrastrutture.
Infine un’ultima picconata alla malconcia tesi del Nostro.
A che serve pagare un operaio del Nord 1000 euro e uno del Sud 800, se poi in Romania, in Africa, in India, in Brasile in CINA etc etc, il costo del lavoro è così basso (inparagonabile) che le fabbriche si spostano comunque lì?
Mi verrebbe da dire: solo a soddisfare il vittimismo del Nord e a umiliare il Sud. In verità la risposta è: non serve a nessuno.
Per competere e superare le sfide c’è bisogno di lavorare insieme al rinnovamento del Paese e per fare questo c’è bisogno di Giustizia e… infrastrutture.