Non esiste “la” ricetta per la crescita: esistono una miriade di fattori istituzionali ed economici che possono facilitarla o impedirla. Se l’Italia non cresce non è per un solo motivo, e quindi non esiste una sola riforma politica sufficiente a risolvere, almeno nel medio termine, tutti i problemi. Purtroppo, una lista ragionata dei problemi strutturali italiani – che a differenza di quelli congiunturali non andranno via neanche se si dovesse uscire definitivamente dalla recessione – sarebbe interminabile: mi limiterò a considerarne uno, il costo del lavoro al Sud.
Per capire però il problema occorre prima chiedersi perché si investe. I fondi disponibili per il consumo sono i risparmi di una nazione: questi fondi possono essere investiti produttivamente o possono essere investiti non produttivamente (per finanziare consumi, spesa pubblica – tranne nel raro caso di investimenti pubblici utili – e “mattone”). La ricchezza di una nazione dipende dal capitale accumulato, cioè dalla quantità di investimenti del primo tipo: questi investimenti richiedono che i margini di profitto siano sufficientemente alti da invogliare gli imprenditori, altrimenti nisba: nessuno investirebbe per guadagnare un misero 2% post-tasse, se investire in titoli di stato (sicuri) rende poco di meno.
I profitti dipendono da due fattori: quanto output si produce data una certa quantità di fattori di input (come il lavoro), cioè la produttività, e a che prezzo si vende l’output rispetto ai prezzi dei fattori di input (come i salari). In poche parole, è possibile giustificare elevati salari solo se la produttività è sufficientemente alta: quando la produttività è bassa, i salari non possono essere aumentati, pena la perdita di competitività, la stagnazione degli investimenti, o addirittura la fuga dei capitali.
Una regione in cui i salari sono alti rispetto alla produttività, cioè non competitiva, non attrarrà gli investimenti, e quindi la produttività non aumenterà, e i salari rimarranno troppo alti: elevata disoccupazione, bassa crescita. Non è possibile uscire dal circolo vizioso finché non varrà la pena investire, e una delle condizioni affinché ciò avvenga è che i salari siano “coperti” dalla produttività del lavoro.

La storiella dei salari più alti al Sud è appunto una storiella, una favola. Buona ogni volta per riproporre sciocchezze come le gabbie salariali e compagnia bella (o brutta). Il Sud rispetto al resto d’Italia usufruisce anche di meno servizi, ha una rete infruastrutturale meno (ed uso un eufemismo) sviluppata e le stesse aziende (e quindi anche i lavoratori) sono assai di meno rispetto a quelli delle regioni del Centro-Nord.
La differenza del costo della vita, con buona pace di certa pubblicistica stracciona, è determinata più dal fatto che i consumi languono da decenni e non dai maggiori salari a disposizione di questi lavoratori “nababbi”. Dire che i paesi dell’Est europeo sono cresciuti più del Meridione è dire solo una parte della verità. I redditi di quei lavoratori, proprio per essere “competitivi”, sono da fame. In quei paesi sono cresciute innanzitutto le disuguaglianze. Per un ricco che guadagna(va) in periodo pre crisi cifre da far impallidire i nostri Cummedà, c’erano e ci sono ancora poveri – e sono la maggior parte della popolazione – con redditi da Terzo mondo.
Illudersi che la globalizzazione e la produttività a discapito del costo del lavoro fossero un sistema per ridurre queste disuguaglianze è stato un errore esiziale che la recessione mondiale ha palesato in tutta la sua drammatica realtà.
carissimi
le economie deboli non possono affidarsi al libero mercato per crescere come un pugile deboluccio non può scontrarsi con un peso max e sperare di imparare la boxe ,,,,pugnando
occorre allora uno stato padre e padrone che tuteli la pargoletta economia in attesa di irrobbbbbustirla
e questo non lo farà mai lo stato italiano…..tutto preso a tutelare non la Nazione, ma i gruppi di pressione più potenti….quelli impegnati all’ estero e che pretendono il libero mercato in Italia per consentire alle loro merci (spesso prodotte direttamente all’ estero) di penetrare agevolmente i mercati non nazionali
occorre al Sud un nuovo stato ,,,,uno stato che ami i suoi cittadini, che ami il territorio….che non respinga, ma accolga le forze e le intelligenze da tutto il mondo per promuovere la prosperità e la sicurezza di quella che fu una terra benedetta da Dio ……….
Chi ha parlato di salari più alti? Ho detto che sono più alti della produttività perché quest’ultima è evidentemente bassa (e non lo è solo per la trappola dei salari alti).
Per quanto riguarda l’Est Europa, mentre la Sicilia rimarrà ferma per i prossimi decenni, la Slovenia ha redditi pro capite vicini all’Italia. I cechi non sono lontanissimi, e quasi tutti gli altri sono intorno al 60% del reddito italiano. La crisi finanziaria ha rallentato forse l’ascesa di molti (pare non in Polonia), ma sono passati dalla fame nera a livelli decenti di reddito, e soprattutto SONO IN SALITA.
Se per 20 anni crescono il 2% in più, ci raggiungono tutti tranne i Balcani (Slovenia esclusa), la Bulgaria e la Romania.
Fossi uno studioso dello sviluppo o un responsabile dello sviluppo, mandarei una delegazione di ricercatori in Europa Orientale. E se mi piacessero invece i fallimenti dello sviluppo, andrei in ITalia Meridionale.
Chi ha parlato di uguaglianza? Io parlo di sviluppo.
Continuiamo a perserverare negli errori, mi raccomando.
“Chi ha parlato di uguaglianza? Io parlo di sviluppo”
A me del benessere di quattro ex straccioni arricchiti a discapito della maggior parte della loro popolazione non me ne può fregare di meno.
Caro Pietro (di giorgio)
c’è una cosa nel tuo ragionamento che vorrei approfondire
Se abbassiamo i salari (perché troppo alti), siamo proprio sicuri che attraiamo investimenti?
E’ molto difficile, come ci siamo detti in un’altra occasione molto tempo fa, trarre conclusioni e nessi di casualità tra fenomeni correlati.
Ma a me sembra (e non solo a me) che la scelta di “abbassare il costo del lavoro” porti a rendere più conveniente per l’imprenditore l’utilizzo del fattore lavoro a scapito del capitale, quindi a non incentivare l’investimento (magari incrementando l’occupazione, che pure è un effetto desiderabile, ma non necessariamente, anzi, anche la produttività).
Quindi se l’obiettivo è lo sviluppo, la crescita, e quindi la produttività (del che sono molto d’accordo) e quindi gli investimenti, siamo proprio sicuri che la strada giusta sia abbassare i salari?
E siamo sicuri che le differenze di produttività non dipendano anche dalla diversa dimensione media d’impresa tra Nord e sud (le imprese “grandi” in Italia sono poche, ma stanno più nel nord, così come quelle del “quarto capitalismo” che potrebbero essere il nostro salvagente)?
Insomma: siamo proprio certi che per attrarre investimenti nel sud basti abbassare i salari, e non servano invece un mix combinato di interventi pubblici dal lato dell’offerta?
Leftorium,
non facciamo i ridicoli. Sviluppo economico = più ricchezza per praticamente tutti. Quando l’aumento della produttività fa aumentare i salari, non è certo solo chi ha azioni che ci guadagna.
“e questo non lo farà mai lo stato italiano…..tutto preso a tutelare non la Nazione, ma i gruppi di pressione più potenti”
Ma questo è quello che fanno praticamente tutti gli stati in tutti i paesi del mondo in tutte le epoche storiche. Non è che uno cerca il potere illimitato per beneficenza. Fosse un problema italiano, basterebbe emigrare. Lo stato italiano è solo mediamente più corrotto e inefficiente degli altri, una questione di grado.
“le economie deboli non possono affidarsi al libero mercato per crescere come un pugile deboluccio non può scontrarsi con un peso max e sperare di imparare la boxe”
Da cosa si dovrebbe dedurre?
E’ vero, ma credo che questa questione meriti più attenzione e che non possa essere liquidata in maniera così sbrigativa.
A mio modesto modo di vedere la svolta liberista e globalizzatrice degli ultimi trent’anni ha determinato una concentrazione di potere a livello internazionale tale da mettere in discussione il concetto stesso di democrazia. Il governo delle vicende umane viene di fatto appaltato a soggetti economici che sono largamente liberi di agire al di fuori dei tradizionali consessi democratici ed elettivi, al di fuori di quegli organismi che tradizionalmente rappresentano la mediazione sociale.
In pratica, in occidente, le lobby di potere economico si sono di fatto sostituite ai governi e ai parlamenti che sono ancora strutturati su base nazionale e li tengono costantemente sotto scacco.
La convinzione teosofica in base alla quale il liberismo economico genera democrazia e pluralismo, si sta rivelando sempre più una chimera, tanto è vero che gli Stati che più profittano di questa situazione sono perlopiù dittatoriali o democrazie molto arretrate, nei quali lobby e governo sono la stessa cosa.
A me sembra che questa globalizzazione senza politica stia promuovendo non tanto l’apertura delle società chiuse, quanto la concentrazione verticistica dei poteri nelle società aperte.
La strada della compressione dei salari risponde a questa logica retrograda di cancellazione di centocinquantanni di conquiste sociali e democratiche.
“Se abbassiamo i salari (perché troppo alti), siamo proprio sicuri che attraiamo investimenti?”
Parlavo di cause multiple dei problemi proprio per evitare questo tipo di inferenza. Purtroppo l’Italia non ha un solo problema, altrimenti basterebbe una sola riforma e saremmo un paese con un futuro. Non credo che al Sud basti così poco.
Quello che si può dire con certezza è che a parità di condizioni un mercato del lavoro con eccesso di offerta sicuramente ha prezzi sopra l’equilibrio, e che a parità di condizioni diminuire un fattore di costo relativamente alla sua produttività marginale migliora le prospettive di investimento.
In genere i salari sono una componente forte dei costi e quindi basta poco per rendere gli investimenti dove i salari sono eccessivi non proficui. Però tutte le forme di costo concorrono: tribunali che non funzionano, corruzione, inefficienze burocratiche e soci (costi di transazione), carenze infrastrutturali (costi di trasporto), etc.
Se la domanda è “basta ridurre i salari del 10-15% per far schizzare gli investimenti”, direi di no. Però direi che non pagare 1000 ciò che vale 900 è una condizione necessaria.
Oggi per investire al Sud occorre regalare i capitali, o poco meno. Sicuramente risparmiare sui salari aiuterebbe, ma io ad esempio anche con bassi salari mi lascerei spaventare dalla mafia e dal fisco…
“E’ molto difficile, come ci siamo detti in un’altra occasione molto tempo fa, trarre conclusioni e nessi di casualità tra fenomeni correlati.”
Su questo concordo, però farei una distinzione di metodo: è sempre possibile fare affermazioni “coeteris paribus”, come “una riduzione dei costi aumenta i profitti”, il problema è trovare l’insieme delle cause di un eccesso dei costi quando i problemi sono non uno ma cento. Sulla rilevanza relativa dei problemi fare generalizzazioni è sempre difficile.
Però qui mi riallaccio al ragionamento di prima:
1. Il mercato del lavoro al sud ha salari eccessivi? Sì, altrimenti non avrebbe una disoccupazione mostruosa come l’attuale.
2. Il costo del alvoro è un fattore di costo rilevante e in grado di fare la differenza? Sì, non è certo il 2% dei costi totali, e spesso è più della metà.
Il problema è: quanto rendimento in eccesso ci vuole per investire dove c’è la mafia e la corruzione? può non bastare diminuire i salari, tant’è che dove c’è la guerra la gente non investe neanche a 0.01$/h di salari. E quanto differenziale di competitività si può recuperare solo agendo sui salari, quando sono mancanti anche molte altre cose, e le tasse pesano molto?
Per questo sono convinto della necessità, ma non ho parlato di sufficienza.
“Ma a me sembra (e non solo a me) che la scelta di “abbassare il costo del lavoro” porti a rendere più conveniente per l’imprenditore l’utilizzo del fattore lavoro a scapito del capitale, quindi a non incentivare l’investimento”
Questo è l’effetto Ricardo e sicuramente gioca un ruolo. Però investimenti in strutture di produzione labor-intensive dove c’è eccesso di offerta di lavoro mi sembrano un miglioramento di efficienza. Meglio spendere miliardi per costruire fabbriche di microchip che danno lavoro a 1000 persone in Congo o spendere la stessa cifra per comprare centomila trattori? E’ il costo relativo del capitale e del lavoro che determina la migliore struttura produttiva, e non è vero in generale che gli investimenti più capital-intensive siano economicamente migliori, anche se (almeno per pochi lavoratori) sono molto più produttivi.
Credo che il Sud, che sicuramente sta meglio del Congo, a parte isole di specializzazione capital intensive che si possono probabilmente sempre trovare, abbia in primis bisogno di posizionarsi sulla parte medio-bassa, in concorrenza con alcuni dei paesi più sviluppati dell’Europa Orientale (non la Slovenia o la Rep Ceca che sono già oggi molto più ricche del Sud). Non credo che tecnologie “norvegesi” siano quello che serva al Sud, con un 20% di occupati potenziali inservibili.
Ritengo inoltre erroneo il ragionamento fatto da molti (che probabilmente funge in equilibrio parziale) secondo cui basta alzare i salari per stimolare gli investimenti: in realtà alzare i salari di per sé riduce i rendimenti e l’occupazione, quello che fa è svantaggiare i lavori labor intensive RELATIVAMENTE a quelli capital intensive. Cioè, si crea poca occupazione nei settori pesanti e tanta disoccupazione nei settori leggeri. E’ possibile che ciò renda più proficui gli investimenti capital intensive perché le risorse si spostano dai secondi verso i primi, ma il costo del lavoro “in media” è sempre da considerarsi un fattore di costo, e questo effetto probabilmente è più rilevante degli aggiustamenti relativi. Tanto per fare un esempio, se il costo del lavoro diventa l’85% del prodotto, è probabile che si cerchi di risparmiare sul lavoro investendo in capitali “pesanti”, ma è più verosimile che si abbandoni l’idea di investire e si chiuda bottega (i salari diventarono l’85% del valore del prodotto nei primi anni ’30, e ciò fu causa della perpetuazione della depressione, perché non si capiva dove prendere le risorse per investire, il 15% rimanente non bastava per gli ammortamenti).
Questo argomento è analizzato in dettaglio da Hayek, e devo dire la verità che non ci ho capito nulla. E’ facile criticare le tesi più semplici – ed erronee – ma un’analisi approfondita è un inferno.
“E siamo sicuri che le differenze di produttività non dipendano anche dalla diversa dimensione media d’impresa tra Nord e sud (le imprese “grandi” in Italia sono poche, ma stanno più nel nord”
Uno studio della CGIL (amene letture mi faccio) diceva che la produttività al sud non era inferiore a quella del nord perché le grandi aziende usavano le stesse tecnologie. Subito pensai che il ragionamento non stava in piedi, e ciò che riporti sul numero di grandi imprese al nord mi chiarisce cosa non mi andava nel ragionamento.
Perché non ci sono grandi imprese al Sud, tranne quelle finanziate dal contribuente? Questa è l’effetto della bassa competitività, e la bassa produttività ne è l’ulteriore effetto. Concordo. Il problema è capire le cause del perché non si investe, cause tra cui un mercato del lavoro malato gioca un ruolo, probabilente insieme ad altri problemi.
“così come quelle del “quarto capitalismo” che potrebbero essere il nostro salvagente)?”
Cosa è il quarto capitalismo?
“Insomma: siamo proprio certi che per attrarre investimenti nel sud basti abbassare i salari, e non servano invece un mix combinato di interventi pubblici dal lato dell’offerta?”
Credo che lo stato non possa fare granché, a parte smettere di rompere. Io liberalizzerei porti e aeroporti per minimizzare i costi dei trasporti, forse lo stato può costruire strade e ferrovie migliori. Sicuramente si possono ridurre le tasse, soprattutto sui profitti e i risparmi, aumentare la concorrenza tra banche per facilitare lo sviluppo di intermediari efficienti, ridurre i tempi della giustizia, e combattere l’estorsione fiscale mafiosa e la corruzione. Credo questi siano i problemi chiave, anche se non credo che le infrastrutture siano il problema: Napoli è ben collegata a tutto, ma sempre Sud è.
In una seconda lista di cause meno importanti dei problemi, direi che le carenze infrastrutturali, l’inefficienza dell’Università (incapace di rapportarsi alla realtà economica e capace solo di sfornare decine di migliaia di semialfabetizzati esperti in discipline improduttive come giurisprudenza o sociologia, che invece di sfornare operai, imprenditori e ingegneri sfornano impiegati statali, burocrati e azzeccagarbugli). La mentalità assistenzialista e “parassitista” è sicuramente un problema grave, ma non è un problema di policy: non si può cambiare la cultura del vivere a spese del resto del paese in un fiat. Si può però evitare di foraggiare queste attività antisociali e premiare chi produce.
Io lavorerei sulle prime cause, sperando che inneschino un circolo virtuoso.
Il “quarto capitalismo” o “multinazionali tascabili”: sono le imprese italiane di medie dimensioni (160 dipendenti e 67 milioni di fatturato in media nel 2007 secondo Mediobanca, che da tempo le analizza). Sono il famoso Made in Italy: 4000 aziende medie, più altre 600 medio-grandi. Gestione e proprietà sono a carattere familiare. Esportano oltre 60% del fatturato, sono localizzate prevalentemente al Nord (65% in Lombardia, Veneto ed Emilia) e concentrate nella produzione di beni per la persona (abbigliamento e tessile, pelle e cuoio, gioielli), per la casa (ceramiche e materiali per la costruzione, mobili e legno), macchinari e meccanica. I rapporti col mercato dei capitali sono ridotti al minimo: le quotate sono poche, quelle interessate dal private equity, pochissime: per gli investimenti, basta l’ autofinanziamento, e l’ indebitamento finanziario è inferiore al patrimonio. Per crescita e redditività hanno surclassato le grandi imprese italiane, e tengono in piedi il nostro export. Ciononostante, da anni i Governi le tassano con un’ aliquota effettiva media del 48%, superiore di 13 punti a quella dei grandi gruppi. SIamo dei geni, vero? Ma nel sud ce ne sono, purtroppo pochissime, perchè esse sono in gran parte figlie del “terzo capitalismo, quello dei distretti, studiato da Bacattini (il modello NEC, Nord est centro)
Sul resto: ci sono molti spunti interessanti nel tuo ragionamento, alcuni li condivido anche se resto perplesso sul “core” del tuo ragionamento, e cioè che un abbassamento dei salari serva davvero a stimolare gli investimenti: per me quello che tu chiami “l’effetto Ricardo” sarebbe prevalente. Penso infatti, e mi sembra che emerga anche dal tuo commento, che stimolerebbe soprattutto l’emersione e l’occupazione regolare. Obiettivo comunque non da buttare via, eh..^_^
Per me sarebbe decisamente più utile creare condizioni di contesto favorevoli, smettendola con l’assistenzialismo. Occorre innescare un aumento dell’occupazione assieme ad un aumento della produttività: il trade-off occupazione-produttività, per il nostro Sud, sarebbe temo fataleQ. Insomma, qelle che io chiamo “politiche dell’offerta” e che tu descrivi nell’ultima parte del tuo commento, per intenderci. Il contrasto alla mafia, per dirne una.
Grazie della risposta, interessante e che meriterebbe un lungo approfondimento. Magari, ci sarà modo.
Ciao!
Carlo
“l’inefficienza dell’Università … invece di sfornare operai, imprenditori”
Che cazzo scrivo?
Far produrre imprenditori all’istruzione formale è come far curare le malattie a Wanna Marchi.
Comunque il messaggio della parte finale è: ci sono tanti problemi, degni di tanti editoriali. E’ intuitivo che un fattore di costo rilevante che si scambia in un mercato dove il prezzo è sicuramente eccessivo sia un problema importante. E’ altrettanto ovvio che ci sono tanti alti problemi, di cui alcuni si possono curare con le riforme, e altri con il tempo. La cultura assistenzialista è un problema, e non volevo in alcun modo lsciare intendere che l’università possa risolverlo, è ridicolo solo pensarlo.
Ho dato un’occhiata ai tuoi commenti, mi spiace dirlo ma sei portatore di un pensiero vecchio oltre che sbagliato. Attualmente infatti, come indicato anche da uno studio del Cgia di Mestre, le Gabbie salariali sono già una realtà perché al Nord il reddito da lavoro dipendente è il 30,3% in più del Sud. Quindi il tuo ragionamento già fa acqua perché parte da un presupposto falso. Lo studio in oggetto ha preso in esame l’imponibile Irpef medio degli artigiani del 2007, da dove risulta che la Lombardia, il Piemonte e l’Emilia Romagna si attestano intorno ad un reddito medio di circa 21.000 euro in contrapposizione alle Regioni del Sud dove ci si attesta intorno ai 16.000 euro. Ti serve un esempio concreto? Il recente rinnovo del contratto di lavoro della Sanità dal quale si evince che i lavoratori del Sud, facenti parte delle regioni povere hanno avuto una decurtazione in busta paga di 20.00 euro pro capite rispetto a quelli del nord.
Proporre nel nome della produttività un abbassamento di salario è, peraltro, una teoria (e pratica) vecchia. Significa tornare al 1948, per la precisione. Si è dovuto aspettare il 1971, dopo le grandi lotte operaie per cancellare quell’iniquità che nel 1971 riuscirono a fare capitolare le grandi lobby industriali.
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Secondo me quest’analisi potrebbe avere un senso nel momento in cui la manodopera fosse una risorsa economica scarsa.
In uno scenario globalizzato in cui la manodopera è virtualmente illimitata, la guerra dei salari porta ad un appiattimento sui livelli minimi di sostentamento, che poi sono la quota zero ideale al di sotto della quale nessuno lavorerebbe.
La manodopera scarsa la si ha solo nelle lavorazioni complesse, nelle quali è richiesto un “tot” di conoscenze, il presupposto delle quali è un sistema che le coltivi.
In assenza di questa struttura “culturale”, prima che il meridione diventi appetibile, si dovrebbero abbassare i salari ai livelli del Vietnam ed alla fine queste contese sulle produzioni povere di know-how costituirebbero un ricatto perenne sul costo del lavoro ed un reale arricchimento solo per pochi privilegiati.
Del resto questa situazione è già realtà nel meridione, la cui economia vive di lavoro nero, caporalato, schiavitù ed evasione fiscale ed il risultato è sotto gli occhi di tutti. La tua proposta non farebbe altro che rendere visibile ciò che oggi già esiste, ma è occulto.
Sempre secondo me, l’unica prospettiva di sviluppo per il meridione sta in un investimento massiccio in cultura ed istruzione accompagnato da una progressiva responsabilizzazione nella gestione di risorse limitate e razionali. Invece stiamo assistendo all’esatto contrario e a dinamiche d’impoverimento culturale che s’estendono sempre più anche al nord del Paese.
Per quanto riguarda i commenti di Leftorium io so solo che nei paesi come Polonia, Slovenia, ma anche Romania lo sviluppo economico ha portato ad un enorme miglioramento del tenore di vita dei ceti più poveri, e se dal punto di vista “ideologico” l’aumento delle disuguaglianze possa dare fastidio a qualcuno, per chi crepava di fame e di freddo il fatto di avere un tenore di vita più sopportabile è un gran miglioramento.
Sulla cultura e l’istruzione per quel che posso vedere io il sud Italia non ha carenze significative, il fatto che nessun imprenditore sano di mente di sua iniziativa investe nel SUD Italia, mentre molti vanno a aprire fabbriche in Polonia, SLovenia, Turchia e in simili paesi non può essere risolto con l’assistenzialismo, conosco un imprenditore che di fronte alla scelta tra investire in una regione relativamente sana come la Puglia o in un paese dell’EST ha preferito la seconda possibilità, sopratutto per il minor peso dello Stato, ma anche per il minor costo del lavoro.
L’idea che un maggior intervento statale possa migliorare una situazione del genere mi sembra poco credibile, perchè ci si dimentica troppo spesso che lo Stato non è un ente astratto, ma un insieme di persone ( burocrati, politici e Co) che di solito non hanno la minima idea di quali siano i problemi di un attività produttiva, e quindi meno si intromettono e meglio è.
Eccone un altro. Sta volta si chiama Pietro Di Giorgio (Libertyfirst).
E’ la solita vecchia storia. Con gli spot del progresso (aumentare gli investimenti, addirittura la speranza di uno standard di vita occidentale!!), si sdoganano le infamie e le atrocità peggiori. Come l’Unità di Italia, spacciata come immensa opportunità, grande occasione storica, ma attuata e tradotta con uno sterminio di massa ai danni del Sud senza precedenti. O come il lavoro precario, sdoganato come volano della mobilità e dell’amplificazione delle opportunità e nei fatti concretizzatosi come la distruzione di generazioni di Italiani inpossibilitati a realizzare anche un minimo di progettazione familiare.
Perché per attirare gli investimenti non proponi il ritorno al sistema dei servi della gleba? Sai quanti investimenti richiameresti? Avresti il massimo: costo del lavoro praticamente uguale a zero. Ma credimi non basterebbe. Prima o poi si individuerebbero subito altre cause “dei problemi strutturali italiani” risolvibili con la solita, bella, parolina magica: Sud. Prima o poi sto problema bisognerà eliminarlo definitivamente…
E per il bene del Sud, per aiuitare il Sud a raggiungere degli standard di vita occidentali (grazie, che filantropo, che benefattore, grazie mille) che il nostro amico propone ancora una volta la solita minestra: una rapina mascherata da aiuto umanitario.
Vade retro.
Per la competitività dell’Italia serve solo una classe dirigente nuova, capace e lungimirante che capisca che il problema dell’Italia è la manacnza di giustizia.
Viene da chiedersi: ma tu, almeno una volta nella vita, sei sceso sotto Roma?
No, non sono mai sceso così in basso.
Come volevasi dimostrare.
Pietro scusa ma non bastava dire che un prezzo fissato al disotto – al disopra del valore di equilibrio tra domanda e offerta produce un’allocazione inefficiente? Boh magari la faccio semplice io ma non capisco proprio di cosa state dibattendo
Poi se l’aumento della domanda (di lavoro) al diminuire del prezzo sia un effetto di correlazione da cui non si possa desumere una regola strutturale, allora diciamo pure che qualunque regola economica e’ inferenziale!
Che l’eccesso di offerta di lavoro sia dovuta ad un eccesso di prezzo è pacifico e nessuno lo nega, credo.
Quello che dibattivo su Comicomix è se un eccessivo prezzo del lavoro generi una riduzione degli investimenti tramite riduzione della competitività, cosa che non sono riuscito a dimostrare, ma a me sembra intuitiva, e a Comicomix no. Ho provato a fare due conti ma non sono approdato a nulla al momento.
Appena risolvo un po’ di equazioni di Bellman scrivo un articolo.
Non capisco come sia possibile che nelle analisi sull’economia disastrata al sud, non si consideri mai il fattore criminalità organizzata, che è un’azienda leader in Europa, che fa lavorare migliaia di persone a nero. La gente al sud si ammazza di fatica, per vedersi trattata male. I mali del sud e la mentalità del sud sono purtroppo una forma di difesa. Invece di fare chiacchiere cercate di non alimentare certi meccanismi, prima di tutto informando bene su come si sono sviluppate le due italie e in secondo luogo aprendo un poco la mente al vicino di casa. nel nord c’è molto provincialismo e poca apertura emntale.
Cara Marianna,
non ti ascolteranno mai. A certi signori torna comodo pensare ad un Sud cui far pagare sempre le spese di tutto.
Questo bel discorso centrato sulla produttività, glissa, o meglio dimentica non casualmente, che la produttività è frutto di tante cose. Una su tutte le infrastrutture.
Dunque facciamo un esempio. Ti pongo una domanda. Chi di noi due produrrà di più se io devo lavorare un ettaro di terra con una zappa e tu, per la stessa estensione di terra, hai un trattore? E chi produrrà di più se tu hai chilometri di strade ferrate nuove e veloci e io ho ancora ferrovie obsolete a binario unico (e dire che la prima ferrovia è stata realizzata a Sud con i “retrogradi” Borbone!)?
E’ solo un elemnto.
Un’altra domanda. A chi giova un Sud privo di mezzi e sistematicamente depredato? Al Sud o al Nord? A chi giova quindi un bel taglio ai salari del Sud? A questi signori conviene, non costruire le ferrovie e al contempo accusare il Sud di bassa produttività per prendersi pure parte dei soldi del Sud! Assurdo.
Peccato che non si riesca ancora a comprendere che una politica miope di questo tipo oltre ad ammazzare il Sud alla lunga indebolisce tutta l’Italia.
Sto sviluppando una viva e sincera ammirazione per il vittimismo terrone, in confronto la AS Roma ha un carattere d’acciaio.
Farei notare che parlo esplicitamente di Mafia, e che sì, le infrastrutture fanno parte della bassa dotazione di capitali che genera una bassa produttività, ma dedurre da ciò che non si debbano tagliare i salari viola ogni principio della logica: la produttività è bassa, dunque i salari sono alti, e dunque investire non è conveniente. Questo semplice ragionamento vedo che non è passato, e finché non passerà il Sud non avrà speranze.
Poi, ripeto: non è l’unico problema. E’ solo un problema rilevante, la cui rimozione è una condizione necessaria per uscire dal sottosviluppo.
Wow. Che argomenti poderosi a sostegno della tesi del Nostro. La sua risposta si concretizza in un insulto: “terrone”.
Sono felice; dimostra la fragilità della tesi e la bassezza di colui che la sostiene.
Ma veniamo ai punti della questione.
Di vittimismo certo si tratta, ma di quello del Nord (se avessi deciso di scendere a livello del Nostro, avrei dovuto scrivere: “vittimismo dei barbari”). E’ un fatto: appena le cose si mettono male, il Nord si lamenta e come al solito accusa il Sud di essere di intralcio (e di vittimismo).
Un esempio?
Cosa fa il Nord quando la crisi attanaglia anche le grandi fabbriche (mai gli operai)? Semplice: fa la vittima e chiede aiuto allo Stato. E così ecco gli incentivi alla rottamzione, che non sono altro che grandi aiuti alle fabbriche del Nord. E infatti si “aiuta” a rottamare auto, moto frigoriferi, etc. A proposito, come mai i divani no? A sì, quelli li producono in Puglia..
Un altro esempio? La recente invocazione, dai toni frignoni, di niente poco di meno che… il protezionismo! Ma come, i campioni del liberalismo? Quelli che “i più bravi sopravvivono”? E sì, quando il gioco si fa duro è meglio piangere e accusare il Sud. Chiedendogli anche di sentirsi cittadini di serie B. Sono decenni che agricoltura e pesca del Sud sono sotto l’attacco di paesi terzi (e politiche nazionali punitive); allora non si è mai parlato di protezionismo. Allora era il Sud che non sapeva fare impresa, che faceva la vittima e non sapeva stare in Europa!
Insomma la lamentela, il vittimismo è di casa a Milano non a Napoli dove quando i poveracci sbraitano e mettono in scena la classica “commedia napoletana”, ricevono prontamente le attenzioni di Canale 5 ma non certo incentivi alla rottamazione.
Veniamo alla brillante tesi e al ragionamento alla sua base.
Il Nostro dice; “la produttività è bassa, dunque i salari sono alti, e dunque investire non è conveniente”. Se la produttività è bassa è perchè mancano gli strumenti. Considerando quello di cui si dispone la produttività è ottima. Tagliando i salari si deprime una zona già duramente colpita e quindi si creano situazioni ancora più favorevoli alla crescita della criminalità; e questo sì che è un fattore che contribuisce ad abbassare la produttività. Altro che attirare capitali! Non si attira quindi un bel niente. Credo che in Irak i salari siano bassissimi ma è difficile pensare di investire lì.
Io lo ripeto. Per aumentare la produttività servono tante cose. Una delle più importanti è un’adeguata rete di infrastrutture. E questo è compito dello Stato, non dei capitali o degli investimenti privati. Che poi arriveranno se il territorio sarà dotato di infrastrutture.
Infine un’ultima picconata alla malconcia tesi del Nostro.
A che serve pagare un operaio del Nord 1000 euro e uno del Sud 800, se poi in Romania, in Africa, in India, in Brasile in CINA etc etc, il costo del lavoro è così basso (inparagonabile) che le fabbriche si spostano comunque lì?
Mi verrebbe da dire: solo a soddisfare il vittimismo del Nord e a umiliare il Sud. In verità la risposta è: non serve a nessuno.
Per competere e superare le sfide c’è bisogno di lavorare insieme al rinnovamento del Paese e per fare questo c’è bisogno di Giustizia e… infrastrutture.