Esteri

Libano: si vis pacem, para bellum

13 maggio 2008

Un governo senza potere, un equilibrio precario tra fazioni, mentre il “Partito di Dio” raccoglie sempre più consensi; il tutto all’ombra dei vicini ingombranti Siria e Israele. Perché il Libano è di nuovo sull’orlo della guerra civile. O della pace.

Dal nostro inviato (?) a Beirut

È una paura antica quella che si respira a Beirut in questi giorni. La paura di rivivere quanto è già accaduto. Perché la guerra civile che ha piegato il Libano per quindici anni, dal 1975 e il 1990, è un ricordo ancora vivo in seno a tutte le famiglie. Tornano alla mente quindi le tragedie dei singoli, le violenze subite – ma anche perpetrate – da parte di tutte le confessioni religiose e da parte di tutte le milizie. Quel che si teme è tornare a quindici anni fa a rivivere l’incubo degli scontri.

VECCHIE PAURE - Il vuoto di potere alla Presidenza della Repubblica sta raggiungendo il punto di non ritorno, confermando le preoccupazioni di chi aveva ammonito la comunità internazionale della necessità di una mediazione. Da parte di chiunque, fosse stato l’Onu, gli Stati Uniti oppure l’Unione Europea. È da novembre dello scorso anno che, in Parlamento, governo e opposizione non riescono a mettersi d’accordo per l’elezione di un nuovo Capo dello Stato. In realtà un candidato ci sarebbe. Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, il generale cristiano maronita Michel Suleyman, potrebbe soddisfare le esigenze di tutti. A patto però, come sottolineano i partiti sciiti di Amal ed Hezbollah, che la sua nomina venga accompagnata da un pacchetto di riforme ben preciso. Ma queste richieste, secondo il governo di Fouad Siniora, non possono essere accettate.

4 commenti a Libano: si vis pacem, para bellum

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  3. Alessandro

    Bel pezzo, complimenti. Peccato che la politica estera e soprattutto il medioriente non attecchisce molto sui lettori italiani.Condiviso l’analisi sul ruolo di Hezbollah. L’unica cosa: “ma la coerenza non ha valore politico in Medio Oriente”, si ci sto, ma in occidente?

  4. stefano

    il problema sulla legittimità di Hezbollah ce lo poniamo noi dal nostro punto di vista occidentale. Dal punto di vista libanese e più in generale arabo non esistono questi problemi, perché da tempo è nel consesso delle forze politiche legittime; e lo è da ben prima della guerra dei 34 giorni.
    Lo è fin da quando i governi della “ricostruzione” presieduti da Rafiq Hariri riconoscevano (certamente anche su indicazione di Damasco) a Hezbollah il diritto a mantenere la propria struttura paramilitare per proseguire la lotta contro l’occupante israeliano.

    Se è vero che tutti i governi interessati sperano nella soluzione pacifica della ormai lunghissima crisi libanese, allora dobbiamo cominciare a renderci conto che bisogna ragionare col metro degli “indigeni” e non con quello che noi da esterni riteniamo valido. La crisi libanese prima che internazionale è una crisi interna, e tu l’hai spiegata molto bene: si tratti di una lotta di potere fra gruppi economici, religiosi, etnici, tribali. Su queste linee di frattura si innestano le tensioni internazionali, e non sarebbe la prima volta che le azioni o interferenze provenienti dall’esterno hanno effetti deleteri, sia che giungano da Damasco o Tel Aviv, da Washington o Parigi, da Riyadh o Teheran (ma fra tutti Teheran è il paese con minor peso specifico nel contesto libanese, perché è generalmente sopravvalutata la capacità di influenzare e dirigere l’Hezbollah da parte degli Ayatollah).

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