Un governo senza potere, un equilibrio precario tra fazioni, mentre il “Partito di Dio” raccoglie sempre più consensi; il tutto all’ombra dei vicini ingombranti Siria e Israele. Perché il Libano è di nuovo sull’orlo della guerra civile. O della pace.
Dal nostro inviato (?) a Beirut
È una paura antica quella che si respira a Beirut in questi giorni. La paura di rivivere quanto è già accaduto. Perché la guerra civile che ha piegato il Libano per quindici anni, dal 1975 e il 1990, è un ricordo ancora vivo in seno a tutte le famiglie. Tornano alla mente quindi le tragedie dei singoli, le violenze subite - ma anche perpetrate - da parte di tutte le confessioni religiose e da parte di tutte le milizie. Quel che si teme è tornare a quindici anni fa a rivivere l’incubo degli scontri.
VECCHIE PAURE - Il vuoto di potere alla Presidenza della Repubblica sta raggiungendo il punto di non ritorno, confermando le preoccupazioni di chi aveva ammonito la comunità internazionale della necessità di una mediazione. Da parte di chiunque, fosse stato l’Onu, gli Stati Uniti oppure l’Unione Europea. È da novembre dello scorso anno che, in Parlamento, governo e opposizione non riescono a mettersi d’accordo per l’elezione di un nuovo Capo dello Stato. In realtà un candidato ci sarebbe. Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, il generale cristiano maronita Michel Suleyman, potrebbe soddisfare le esigenze di tutti. A patto però, come sottolineano i partiti sciiti di Amal ed Hezbollah, che la sua nomina venga accompagnata da un pacchetto di riforme ben preciso. Ma queste richieste, secondo il governo di Fouad Siniora, non possono essere accettate.
DEPORRE LE ARMI - In realtà quella della Presidenza è una causa, se non una scusa, contingente. Il Libano è sull’orlo di una nuova guerra civile perché i tanti e diversi gruppi armati che costituiscono il complesso panorama politico nazionale non vogliono raggiungere un compromesso, abbandonare le armi e imboccare la strada della politica. Sono 18 le confessioni religiose che pullulano in Libano, un Paese grande come il nostro Abruzzo e abitato da 3 milioni di persone. Ebbene, in una simile costellazione di culture, nessuno nutre la minima intenzione di cedere un solo metro di terreno al suo avversario.
I cristiani non vogliono accettare il fatto di non essere più maggioranza del Paese e quindi di non poter detenere da soli le redini del potere come un tempo. Il lungo capitolo della loro indiscussa leadership è finito. E questo si vede. È rimasta loro la memoria con cui osservano il mare dall’alto della Madonna di Jounieh, pregando che si compia il miracolo e che il Libano torni nelle loro mani. Ma, purtroppo per loro, questo altro non è che un sogno. Perché Amine Gemayel e Samir Geagea sono costretti a doversi alleare con i sunniti di Hariri, altrimenti nel governo non ci sarebbero nemmeno. E perché contemporaneamente devono fronteggiare un “osso duro” qual è Michel Aoun, la cui scelta di allearsi con Hezbollah e quindi con la Siria - per quanto incoerente, ma la coerenza non ha valore politico in Medio Oriente - altro non ha fatto che spaccare la comunità cristiana. Aoun fa paura. Perché da solo potrebbe vincere davvero. Facendo leva sugli indecisi, potrebbe rubare la scena a Suleyman, assumendo quel ruolo di Presidente della Repubblica compiacente con il “Partito di Dio“.
LA FORZA DI HEZBOLLAH - Questo, dal canto suo, sa come muoversi. Sia politicamente sia da un punto di vista operativo. Dopo la “guerra dei 34 giorni” - il conflitto contro Israele dell’estate del 2006 - ha mostrato di disporre di un’agenda politica dettagliata e realizzabile, cosa non di poco conto da queste parti. La popolazione locale, soprattutto al sud, epicentro della comunità sciita, subisce il fascino del segretario di Hezbollah, Hassan Nasrallah.
Ma il consenso non poggia solo sugli strali di guerra che il volitivo mullah sa lanciare contro Israele. Il “Partito di Dio” è forte perché è ben organizzato, sa intervenire concretamente sui problemi sociali ed economici di una realtà disagiata, vittima dei bombardamenti israeliani due anni fa. E quando la popolazione vede che non è lo Stato a ricostruire le strade, a riaprire le scuole e a dar dai lavoro ai giovani, bensì una realtà parallela, allora orienta il suo voto in favore di quest’ultima. Hezbollah è la sola forza politica libanese che sa mantenere vive le speranza delle madri, sicure che i figli ricevano un’istruzione, dei ragazzi, che trovano lavoro nei cantieri che a centinaia sono aperti fra Tiro e Sidone e di tutti coloro che sperano in un Libano di pace.
OLTRECONFINE - Infine ci sono incognite che arrivano da fuori. Israele e Siria, ciascuno da una propria direzione e con obiettivi manifestamente discordanti tra loro, guardano il Libano come un predatore assiste all’agonia della sua bestia ferita. Il primo è palese che vorrebbe tentare il passo contro Hezbollah e mettere il suo territorio a ferro e fuoco come sta facendo con Gaza. Ma sa anche in quali rischi incorrerebbe se scatenasse una nuova guerra. Rischi di immagine sul piano internazionale e rischi di non farcela, perché le probabilità non sono totalmente in suo favore. Damasco, a sua volta, non riesce a digerire il fatto di aver abbandonato il campo. La risoluzione dell’Onu n.1559, adottata immediatamente dopo l’attentato in cui morì l’ex premier libanese Rafiq Hariri, il 14 febbraio 2005,
costrinse le truppe del regime di Bashar el-Assad ad abbandonare il Libano, dopo avervi stanziato per circa quindici anni, con il beneplacito della comunità internazionale. Ebbene tutto ciò a Damasco lo si ricorda come un affronto, cancellabile con un ritorno di ingerenza nella politica interna di Beirut. Tanto più che l’idea di una “Grande Siria”, che includa anche il Libano, non è stata mai abbandonata.
HOW TO… - Ecco, è per tutti questi motivi che in Libano si spara oggi. Ed è strano pensare che - come nella maggior parte dei casi - anche questo rigurgito di violenza è fatto perché tutti vorrebbero vivere in un Paese più bello e in pace. Il problema è come farla questa pace. Se dando spazio anche a Hezbollah, riconoscendolo finalmente come un partito politico dotato di un consenso elettorale che non può essere sottovalutato, oppure andandogli contro, risvegliando così gli antichi odi che già avevano distrutto Beirut vent’anni fa.
Dalle finestre dei grandi alberghi che danno sulla Corniche si vede un mare tranquillo. Il sole al tramonto fa allungare le ombre dei faraglioni. Infine c’è il vento. È una bella poesia d’immagine, questa. Peccato che sia deturpata da tante cose umane.


























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Libano: si vis pacem, para bellum : Giornalettismo…
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Bel pezzo, complimenti. Peccato che la politica estera e soprattutto il medioriente non attecchisce molto sui lettori italiani.Condiviso l’analisi sul ruolo di Hezbollah. L’unica cosa: “ma la coerenza non ha valore politico in Medio Oriente”, si ci sto, ma in occidente?
il problema sulla legittimità di Hezbollah ce lo poniamo noi dal nostro punto di vista occidentale. Dal punto di vista libanese e più in generale arabo non esistono questi problemi, perché da tempo è nel consesso delle forze politiche legittime; e lo è da ben prima della guerra dei 34 giorni.
Lo è fin da quando i governi della “ricostruzione” presieduti da Rafiq Hariri riconoscevano (certamente anche su indicazione di Damasco) a Hezbollah il diritto a mantenere la propria struttura paramilitare per proseguire la lotta contro l’occupante israeliano.
Se è vero che tutti i governi interessati sperano nella soluzione pacifica della ormai lunghissima crisi libanese, allora dobbiamo cominciare a renderci conto che bisogna ragionare col metro degli “indigeni” e non con quello che noi da esterni riteniamo valido. La crisi libanese prima che internazionale è una crisi interna, e tu l’hai spiegata molto bene: si tratti di una lotta di potere fra gruppi economici, religiosi, etnici, tribali. Su queste linee di frattura si innestano le tensioni internazionali, e non sarebbe la prima volta che le azioni o interferenze provenienti dall’esterno hanno effetti deleteri, sia che giungano da Damasco o Tel Aviv, da Washington o Parigi, da Riyadh o Teheran (ma fra tutti Teheran è il paese con minor peso specifico nel contesto libanese, perché è generalmente sopravvalutata la capacità di influenzare e dirigere l’Hezbollah da parte degli Ayatollah).