Crescita, anche in Italia si può

20 aprile 2010

La crisi congiunturale non è finita. Ma non è questo il punto: arrovellarsi sui quei segnali più o meno positivi fa perdere di vista il vero problema del nostro paese: la capacità di creare benessere, o più modestamente ricchezza. Il Pil procapite, dal 2000 al 2007 è rimasto fermo e nell’ultimo biennio è addirittura diminuito del 4,1%. Rispetto agli altri paesi europei, che pure non sono stati brillantissimi, è arretrato di 10 punti percentuali, e secondo l’Fmi continuerà inesorabilmente a scendere. E quando gli standard di vita si riducono, le società incattiviscono: cala la tolleranza, si riduce l’equità, si blocca la mobilità sociale. La crescita, non solo nel senso puramente quantitativo, è l’imperativo per l’Italia se non vuole definitivamente scivolare sul crinale del declino. Ma mai come in questo caso, tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare.

Perché non c’è accordo sulle ricette da seguire. Non c’è neppure accordo se una ricetta sia davvero possibile. Ma provarci è indispensabile. La scelta del governo sin qui è stata quella di non provare a “rovesciare il tavolo” con riforme strutturali, ma lasciare che passi la nottata. Come? Puntando sul sommerso, abbassando i costi “fiscali” per le imprese, per tenere botta di fronte al crollo di ordinativi e produzione e reggere così la concorrenza degli agguerriti cinesi, mentre con la cassa integrazione si garantisce la pace sociale, in un paese che non ha mai pensato ai giovani ma sempre ai “capi famiglia”.

E’ una scelta perdente: le imprese italiane che producono merci e servizi lavorano con i motori al minimo, sono piccole e sottocapitalizzate alla mercé del credito bancario, sono specializzate nei settori tradizionali e quindi in diretta competizione con quelle di paesi agguerriti. Paesi che potranno contare per molti anni su vantaggi competitivi in termini di costi (del lavoro, ma non solo) irraggiungibili in Italia, a meno di non voler mettere presto a rischio quel poco che resta del “contratto sociale” tra categorie e territori. Siamo l’ottavo Paese industriale mondo, ma partecipiamo ai processi d’innovazione in modo risibile. La terra dell’inventore del telefono e la patria della macchina da scrivere non ha aziende che producono telefonini o personal computer. Il belpaese del turismo, della pizza, del caffè, non ha una sola catena alberghiera nazionale, e nel mondo le catene di pizzerie o di caffè sono tutte straniere. Nonostante non ci manchino le eccellenze, come ad esempio l’industria meccanica strumentale, esse sono lasciate completamente sole a combattere la dura battaglia del mercato mondiale.

Molte cose si potrebbero fare, ma quattro sono le priorità: restituire ai giovani, i veri esclusi di questo Paese, le opportunità di vivere una vita volta a progettare il futuro: politiche della casa, politiche sociali e soprattutto la riforma delle riforme: il lavoro, eliminando le storture di una flessibilità confusa con la precarietà. Una politica industriale che la smetta di alimentare le rappresentanze di categoria con gli aiuti a pioggia in nome della sussidiarietà orizzontale, e che a partire dalle nostre caratteristiche, punti sulle filiere e nei settori molto specializzati dove siamo ancora molto forti. Una sfida che passa per lo sviluppo delle reti tra imprese e centri di ricerca pubblici e privati, per la diversificazione energetica che punti sulle energie del futuro (compreso il nucleare “pulito”), per una politica dei trasporti e della logistica all’altezza di un paese moderno. Ancora, creare un vero Stato liberale (che non significa liberista), dove la concorrenza non è una parola vuota, le riforme della Pa non si fanno con i tornelli e la giustizia che funziona non è quella che garantisce impunità a corrotti e concussi. E infine, ricordarsi che l’accountability delle classi dirigenti locali non si fa con il machete di un federalismo da gattopardi, ma con il paziente lavoro sporco di cesello della lotta a sprechi nascosti in mille rivoli sparsi per ministeri, regioni, province, comuni.

Ma per un paese dove i partiti politici non sembrano neppure capaci di presentare le liste elettorali,  chi vince le elezioni litiga il giorno dopo, mentre l’opposizione sa solo litigare attorno al proprio ombelico, a dire queste cose sembra di essere dei marziani.

2 commenti a Crescita, anche in Italia si può

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