Goldman Sachs, furbetti del mercatino contro Sec

19/04/2010 - Come e perché la banca americana è finita sotto indagine in America. E in che modo rischia di andare a finire. Era una tranquilla giornata di contrattazione sulla Borsa di New York, venerdi’ 16 aprile 2010, quando si diffuse la

     
 

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Come e perché la banca americana è finita sotto indagine in America. E in che modo rischia di andare a finire.

Era una tranquilla giornata di contrattazione sulla Borsa di New York, venerdi’ 16 aprile 2010, quando si diffuse la notizia che Goldman Sachs era accusata di frode per la vendita di obbligazioni strutturate risalenti al 2007 (link G). Pochi secondi e il panico si era già diffuso. Chi? Goldman! Cosa? Frode! E perché? Un CDO! Quando? Nel 2007! Nel 2007 si vendevano ancora i CDO? Non ci credo!

Sembra una vita fa, ma nel 2007 l’economia mondiale andava ancora a gonfie vele e i segnali di cedimento sembravano niente più che il preludio ad una “correzione tecnica”, un giro defatigante prima del prossimo scatto. Sembra una vita fa, ma nel 2007 le banche d’investimento valevano miliardi di dollari, Lehman Brothers non era ancora fallita e la più bella del reame, Goldman Sachs, poteva persino fregiarsi di avere il suo ex-CEO al Ministero del Tesoro. Sembra una vita fa, ma nel 2007 era ancora possibile pronunciare parole come synthetic dynamic collateralized debt obligation senza seminare il panico in una platea di investitori. Anzi, pronunciandole si dimostrava di essere particolarmente à la page.

In questo passato ormai mistico, succedevano spesso cose come questa:

I. Si creava una società “veicolo” deputata all’acquisto/vendita di titoli “vari”

II. Si davano a questa società i mezzi finanziari per comprare/vendere questi titoli. Come?

III. Si facevano emettere a questa società titoli di debito da vendere agli investitori.

Lo schema era consolidato, gli usi molteplici e nessuna banker in abitino Prada avrebbe degnato di un’occhiata il povero strutturatore che avesse attaccato bottone parlando di questa roba. Per aggiungere un po’ di pepe avrebbe dovuto (quanto meno!):

IV. Dare mandato ad un rinomato hedge fund di gestire gli acquisti/vendite.

V. Non compare e vendere direttamente i titoli ma operare tramite derivati.

VI. Focalizzare l’attività su titoli legati a mutui subprime.

“Hedge fund”, “derivati” e “sub-prime” già avrebbero reso il discorso un po’ più cool e colpito la banker in abitino Prada quasi come una Magnum di Crystal. E gran parte dei famigerati CDO che tanto pianto e stridore di denti hanno generato tra 2008 e 2009 funzionavano (a grandi) linee cosi’. Complicato? Un po’, forse. Illegale? Decisamente no. Ma allora, viene da chiedersi, cosa diamine ha fatto ancora Goldman Sachs per meritarsi un’accusa tanto infamante? Eccoci all’ultima terzina di ingredienti:

VII. Dare mandato al rinomato hedge fund di scegliere i titoli sub-prime da mettere in portafoglio nonostante il rinomato hedge fund sia cosi’ ottimista sulle sorti di quei titoli che ha scommesso sul fatto che i prezzi di detti titoli crolleranno.

VIII. Sostenere che (anche fosse vero) non ci sono conflitti d’interesse perché tanto il rinomato hedge fund ha investito anche i suoi dollaroni nella società “veicolo” – salvo poi scoprire che non è vero.

IX. Fingersi sorpresi quando, sei mesi dopo, il 99% del portafoglio titoli selezionato dal rinomato hedge fund ha ricevuto una revisione negativa del rating (ok questo non è reato ma contribuisce a peggiorare le reazioni).

Non sappiamo cosa avrebbe fatto la banker in abitino Prada una volta illustratole gli ultimi tre punti. Sappiamo per certo che alla Security and Exchange Commission non l’han presa bene.

     
 

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