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pubblicato il 12 maggio 2008 alle 11:05 dallo stesso autore - torna alla home

Giuliano Ferrara lamenta che “i cattolici come classe dirigente sono scomparsi dalle posizioni più influenti del sistema istituzionale e politico” e che così “le condizioni per il dispiegarsi dell’anarchia etica ci sono tutte”. Il Riformista parla di “linea anticlericale del premier”. Esattamente, di che cazzo parlano?

1. Mercoledì 7 maggio, dalle pagine de Il Foglio, Giuliano Ferrara lamenta che “i cattolici come classe dirigente sono scomparsi dalle posizioni più influenti del sistema istituzionale e politico“, che ai posti chiave mancano “politici di formazione cattolica, con legami intellettuali o militanti o di rete civile e politica con il movimento cattolico organizzato, in tutte le sue forme, e con la chiesa“, e che così “le condizioni per il dispiegarsi dell’anarchia etica ci sono tutte“, a dispetto di quanto “il referendum sulla fecondazione assistita e il family day” avrebbero dovuto suggerire a Silvio Berlusconi nel riempire le caselle dei ministeri e delle presidenze dei due rami del Parlamento. Il giorno dopo, come accade quasi sempre, qualcuno raccoglie il lamento di Giuliano Ferrara e, semplificandolo senza un grammo di verecondia, arriva a parlare di “cattolici epurati dai posti che contano” e di “linea anticlericale del premier” (il Riformista). Ma il meglio – si fa per dire – lo dà Michele Brambilla (il Giornale, 9.5.2008), che definisce il Berlusconi IV un “governo de-cattolicizzato” e arriva a ipotizzare un “tradimento dell’elettorato cattolico“, ma non dispera: “Il cattolico crede che una cosa è giusta o sbagliata a prescindere da chi la fa. Quindi, sarà soddisfatto se sulla scuola, sulla famiglia e sulla vita il governo farà quel che ha sempre promesso di fare; non se i ministri o i viceministri avranno una patente da devoti“. Chissà se sarà riuscito a tranquillizzare Giuliano Ferrara, fatto sta che, in attesa di verificare se l’azione di governo saprà tenersi o no aderente al magistero della Chiesa, il rischio di “anarchia etica” rimarrebbe: perché Maurizio Lupi non va alla Sanità, perché Alfredo Mantovano non va alla Giustizia, perché Roberto Formigoni è rimasto a Milano, ecc. Sì, è vero, “il presidente della Camera ha pronunciato nel suo discorso inaugurale parole ispirate al più puro ratzingerismo” (Il Foglio, 7.5.2008) e c’è un sottosegretario alla

Presidenza del Consiglio che è pure Gentiluomo della Casa Pontificia, ma basterà per scongiurare il rischio di “anarchia etica“? Chissà, vedremo. Resta il fatto – tragicomicamente palese in questo cupo gorgo ansioso –

che, in questo paese, c’è chi concepisce il governo della cosa pubblica come mero ripetitore della dottrina morale cattolica, almeno per quanto attiene alle materie “eticamente sensibili“, quella roba “non negoziabile” sulla quale il cittadino è chiamato a esprimere la propria opinione quando proprio non se ne può fare a meno, per il rischio che possa esprimerne una sbagliata. Unicuique suum, a ciascuno il suo: agli iraniani il khomeinismo, agli italiani il “ratzingerismo”. Ma rimane il primato della civiltà giudaico-cristiana su quella islamica: da noi gli omosessuali non si impiccano, per esempio, ci si limita a considerarli dei malati (Claudio Risè) con sgradevoli tendenze all’esibizionismo (Gianni Alemanno) o, tutt’al più, dei disgraziati dall’”inclinazione oggettivamente disordinata [bisognosi di] rispetto, compassione, delicatezza” (Catechismo, 2358); va da sé che a costoro non si possono riconoscere pari diritti, sennò la società s’infrocerebbe tutta.

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