di Stefano Morel (dinophis)
postato alle 11:02 del 10 Maggio 2008 in TecnologiaTorna alla home

La decisione di passare a Linux, le prime difficoltà iniziali e infine gli urli di gioia. Salvo continuare ad avere ancora problemi. Ma forse la colpa non è il sistema operativo

Sarà passato un anno da quando ho installato Ubuntu. Dico un anno, così a caso, per distinguermi da chi ha smesso una cattiva abitudine, che invece è pronto a snocciolarti giorno, mese, anno, e magari anche l’ora. Ma per il resto ci somiglio proprio, son in tutto e per tutto un ex-Windows dipendente. Superata la fase del “Ciao, sono Stefano e ho un problema”, posso finalmente gettarmi un occhio alle spalle, e vedere a cosa mi ha portato questa conversione. Innanzitutto è da OpenOffice, che vi scrivo, lasciatemi partire con entusiasmo. Per chi non lo sapesse - quanti siete ancora, in due? - OpenOffice è il Word di Linux. C’è tutto l’Office, ed è gratuito. E’ tutto gratuito, niente più licenze da craccare o da comprare, se proprio lo volete. Giù le barbe finte, intesi?

LA PROVA - Un anno fa mi son fatto una promessa: smetterò di usare Windows, almeno a casa. Mi convertirò alla “nuova” religione, farò parte del popolo eletto. E ancora, mi farà bene, sarà economico, mi farà sentire più libero. E così ho fatto la mia prima installazione di Ubuntu, la 7.04 (per gli amici Feisty Fawn), tra mille peripezie. C’è una cosa che si chiama “Terminale”, dovete saperlo. Quello serve a fare la differenza, tra voi niubbi o scettici di Ubuntu; su quello ci si scrivono i comandi in linux, e se volete vi fate le operazioni da menu, come tutti. Ma se siete bravi, o convinti di entrare appieno nella nuova filosofia, digitate i comandi direttamente dal “Terminale”, in stretto dialetto linux. Magari, come me, avete qualche rimembranza di quei quattro comandi DOS che vi salvavano in extremis, quando non bastava lanciare un semplice bat. Io il “Terminale” l’ho usato sì e no cinque volte, tutte nel primo mese. Ho dovuto reinstallare tutto, ho perso anche gli archivi sul secondo disco, perchè ho litigato col programma per le partizioni, per far finta che sapevo quel che facevo. Il problema è che il novanta per cento delle volte non ho trovato il programma che cercavo, scegliendolo dal praticissimo menu delle installazioni. Il dieci per cento delle volte mi riportava nel baratro della memoria, con nomi come AMsn, Amule, GiocoFreeCell, o addirittura VLC. Ho qualche piccolo problemino ancora, lo ammetto, ma sto cercando veramente di mettermi in riga. Ad esempio quando accendo il PC, per loggarmi devo farlo alla cieca, su una schermata nera, perchè quella schermata non è supportata dal mio monitor, o viceversa: si stanno sulle palle, insomma. O altre cosucce, come i video che vedo e non vedo, ma non per lingeries semitrasparenti. Sul sento-non sento, poi, è un capitolo a parte. Ho due schede audio, sfortunatamente, ma prima di ogni accensione non so mai quale il Sig. Ubuntu si decida ad utilizzare. Così ogni volta devo estrarre case e risistemare impianti, leggetela pure in senso edilizio, che dà più idea della fatica.

OGGI - Non chiedetemi quindi come sia tornare a casa dal lavoro, dove non posso sottrarmi alla tirannia di Windows, e accendere questo catafalco, dove l’unica cosa che mi rasserena è il pensiero che non riceverò visite di controllo alle mie licenze. Che peraltro in anni ed anni di programmi copiati o craccati non ho mai ricevuto. Stasera ha iniziato a rallentare tutto, si è bloccato. Mi si è chiuso improvvisamente il browser, gli aggiornamenti automatici sono andati in loop. Mi si è parato davanti lo spettro di MS Windows, ho temuto di esserci dentro un’altra volta, le stesse sensazioni, la stessa paura che da un momento all’altro sarebbe successo l’irreparabile. Il pinguino è poco a poco diventato vorace come un ippopotamo, prendendo le stesse pessime abitudini del tanto disprezzato monopolista. Ma a quel punto ho spento lo zoccolo del PC, ho deciso di non riavviarlo, stavolta. Forse è da lì, da quella macchina che nasce quella cattiva abitudine. La malattia, anzi, di voler guadagnar tempo perdendo tempo.

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