di Abramo Rincoln (Abr)
postato alle 11:02 del 26 settembre 2008 in SportTorna alla home

INGINOCCHIATEVI! - A riprova del substrato valoriale “forte” di questo sport e della sua funzione di “collante culturale” down under, guardate la foto qui a fianco. 1 novembre 2003, Brisbane Aus., fasi eliminatorie della Coppa del Mondo: Samoani e Sudafricani dopo essersele date di santa ragione, tutti assieme inginocchiati in mezzo al campo a ringraziare il Signore. Scene come questa non sono infrequenti, soprattutto con le squadre isolane e Sudafricane; s’e’ ripetuta anche nella finale dell’ultimo Mondiale, ovviamente del tutto ignorata dalla laica e repubblicana regia francese.  La Fede, esperienza personale, c’entra poco: questa e’ una rappresentazione d’Identita’, questo e’ valore positivo non vana melassa qualunquista.  Torniamo a terra, alle cose che possiamo capire e fare anche quassu’ tra noi “evoluti”: alla fine della partita di rugby, comunque se magna e soprattutto se beve tutti insieme: e’ il famoso “Terzo Tempo”, scambiato dai soliti adorabili zamarri calciofili con una pratica che in realta’ dovrebbe essere di ogni sport: salutarsi e ringraziarsi alla fine della partita. Lo sport infatti dovrebbe avere il ruolo di conflitto simbolico altamente regolato che sfoga l’’aggressivita’ insita e rinforza i vincoli clanici, come le prove iniziatiche nelle tribu’ di cacciatori –raccoglitori: il fatto che “fingiamo” di farci la guerra dimostra prima di tutto che  siamo della stessa tribu’, che ci rispettiamo, mentre guarda caso uno degli elementi costanti della guerra vera, dalla preistoria alla politica dei nostri giorni, e’ negare l’umanita’ stessa degli avversari (per poterne fare quello che ci pare).  

PRIMA DI TUTTO IL RISPETTO - A quanto pare solo l’estremismo fisico e sacrificale del rugby e’ ancora in grado insegnare ai suoi adepti questo banale concetto di rispetto dell’avversario. Nonostante il professionismo, nonostante la sempre rischiosa diffusione a mentalita’ estranee all’anglosassone (Francia, Italia, Argentina, Georgia, Romania). Forse il rugby non e’ uno sport come gli altri, e’ una filosofia: lo spingere assieme, il temprarsi nel dolore e nella fatica, i ruoli e la gerarchia, il cameratismo, il rispetto dovuto ad avversari ed arbitro (dieci metri di penalita’ ogni volta che ci si permette di alzare un sopracciglio su una sua decisione).  Al punto che un famoso laburista inglese se ne usci’ con la battuta: “Una bomba nel parcheggio di Twickenham (stadio della nazionale, ndr) in un giorno di test match, e l’Inghilterra si libera dei governi conservatori per un paio di generazioni”. Nei colloqui di assunzione in Inghilterra (un milione di praticanti, in Italia sono 70.000) e’ normale ti chiedano che sport hai praticato: se rispondi “rugby”, a maggior ragione in un ruolo di mischia, hai detto tutto. Il controcanto a tale visione very British implementata down under viene ovviamente dalle lande Boreali, in particolare dalla Francia, paese dove il rugby ha una grandissima tradizione e base di praticanti nel SudOvest, estesa progressivamente a tutto il Midi. Tutte lande prevalentemente e rudemente rurali, fino a quando ha fatalmente raggiunto “l’isola di Francia”, Parigi.  Vogliamo mostrare a tutti ma soprattutto al “gentil sesso” inteso piu’ come gender che come fenotipo, il contributo piu’ “urbano”, modernista , edonista della grande citta’ alla tradizione rugbistica. Della serie non si butta via niente, la foto qui sotto e’ tratta da  “Les Dieux du Stade”, il calendario “hot” pubblicato  dalla squadra parigina dello Stade Francais nel 2008, dove militano tra gli altri gli italiani Sergio Parisse (capitano),  Mauro e Mirco Bergamasco.  Ci sta di tutto, nel rugby come tra i conservatori, down under o dove si vuole. 

(per le foto si ringraziano i siti http://www.nephelim.net e http://www.aussierulesuk.com)

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