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	<title>Commenti a: Il sud nella palude dei finanziamenti a fondo perduto</title>
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		<title>Di: GIUSTO</title>
		<link>http://www.giornalettismo.com/archives/5726/sud-assistenzialismo/#comment-11964</link>
		<dc:creator>GIUSTO</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 08:36:19 +0000</pubDate>
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		<description>almeno saremmo amministrati da una sola mafia....</description>
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		<title>Di: Leonardo Daverio Patrizi</title>
		<link>http://www.giornalettismo.com/archives/5726/sud-assistenzialismo/#comment-11960</link>
		<dc:creator>Leonardo Daverio Patrizi</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 08:07:06 +0000</pubDate>
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		<description>@ Patico

il che non confuta quel che ho scritto e che risulta dalle statistiche.

Allora diciamo ai mafiosi di far studiare i figli e poi, come avevo proposto su IHC, diamo il sud in gestione direttamente alla mafia e chiudiamo questa storia dei trasferimenti da Roma.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@ Patico</p>
<p>il che non confuta quel che ho scritto e che risulta dalle statistiche.</p>
<p>Allora diciamo ai mafiosi di far studiare i figli e poi, come avevo proposto su IHC, diamo il sud in gestione direttamente alla mafia e chiudiamo questa storia dei trasferimenti da Roma.</p>
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		<title>Di: vento del sud</title>
		<link>http://www.giornalettismo.com/archives/5726/sud-assistenzialismo/#comment-11881</link>
		<dc:creator>vento del sud</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2008 17:36:59 +0000</pubDate>
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		<description>Se volete, possiamo continuare...</description>
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		<title>Di: vento del sud</title>
		<link>http://www.giornalettismo.com/archives/5726/sud-assistenzialismo/#comment-11879</link>
		<dc:creator>vento del sud</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2008 17:28:54 +0000</pubDate>
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		<description>...Nel 1867  una nuova legge  disponeva l’incameramento e la conseguente liquidazione di tutto il patrimonio  fondiario della Chiesa che in Sicilia raggiungeva i due terzi dell’intera proprietà terriera. 

 

Il provvedimento aveva nell’Isola effetti molto diversi da quelli del resto d’Italia in quanto, per il particolare passato politico di Regno indipendente della Sicilia, la proprietà della Chiesa, risalente sino al tempo dei Re normanni, si era andata accrescendo nei secoli, anche per i “lasciti” di numerose case patrizie, ed aveva raggiunto una estensione di gran lunga  superiore a quella delle altre regioni. L’enorme ricchezza che ne derivava consentiva, inoltre, alle Congregazioni religiose  di dare ogni sorta di assistenza alle classi meno abbienti delle città e delle campagne. 

 

In breve tempo l’Isola vedeva sparire l’immenso patrimonio sul quale vivevano migliaia di famiglie. 

 

E se da un lato cresceva sempre più forte l’opposizione politica e clericale, dall’altro si creava un grave motivo di disordine civile e morale con lo scioglimento delle corporazioni religiose e l’accaparramento da parte dello Stato di tutti i loro beni.

 

La vendita dei beni della Chiesa gettava sul lastrico  migliaia di persone che avevano basato le loro attività sulla conduzione delle proprietà ecclesiastiche ed accresceva enormemente la generale miseria, anche in conseguenza del venir meno dell’assistenza sociale fornita dagli ordini religiosi secolari e regolari.

 

Dal punto di vista economico la Sicilia veniva a comprare dallo Stato i propri beni, in gran parte donati alla Chiesa dal popolo siciliano o dalle autorità che lo rappresentavano, e dei quali il lavoro dei siciliani aveva fatto aumentare il reddito ed il valore. 

Poiché i compratori, lusingati anche dalla falsa promessa governativa di essere esentati dal pagamento delle imposte fondiarie fino al 1880, investivano  quasi tutte le loro disponibilità finanziarie nell’acquisto dei terreni, si ritrovavano senza più denaro per poter pagare le migliorie agricole e i salari ai propri braccianti, con conseguenze disastrose per la sopravvivenza di un numero incalcolabile di famiglie. Le susseguenti rivolte contadine innescavano quel sistema di consorterie mafiose che si poneva a difesa delle prerogative e dei privilegi dei grossi proprietari terrieri. 

 

La vendita dei beni ecclesiastici incamerati e del demanio “antico”, unitamente a tutte le rendite dei beni ecclesiastici censiti, fruttava allo Stato, nel corso di qualche decennio, l’incredibile somma di quasi 800 milioni di lire (più di centomila miliardi di lire attuali).

 

Quest’enorme massa di denaro, proveniente dalle professioni liberali, dall’agricoltura latifondista, dalle industrie e dai commerci più attivi di quel periodo in Sicilia, veniva a mancare al potenziamento e allo sviluppo delle aziende e delle imprese esistenti, poiché impiegata nell’acquisto di altra proprietà rurale, peraltro meno redditizia.

 

In cambio lo Stato non dava niente alla Sicilia, anzi, dal quarto della rendita dei beni ecclesiastici concessi in enfiteusi, dovuto per legge ai comuni isolani, faceva tutte le possibili detrazioni, al punto che le amministrazioni comunali non avevano più nulla o quasi con cui soddisfare, come la stessa legge prevedeva, le pubbliche necessità come quelle dell’igiene  e della  istruzione popolare gratuita.

Alcuni comuni, di contro, si ritrovavano debitori verso lo Stato delle poche anticipazioni già riscosse.

 

Ha scritto, giustamente, Aristide Buffa in “Tre Italie”, ESA editrice, 1961: “I danni esercitati dalla vendita dei beni ecclesiastici…furono incommensurabili e hanno i loro effetti fino ad oggi…”; i soldi ricavati, “…se spesi nell’Isola, l’avrebbero trasformata in uno dei paesi più progrediti del tempo…ma allora urgeva la costruzione delle ferrovie nel Piemonte e nell’Alta Italia, per cui, praticamente, al dissanguamento della Sicilia corrispose la creazione, a nord del Po, dell’ambiente adatto per l’impianto delle nuove industrie…”   

 

Furono le stesse autorità di governo, con Quintino Sella, ministro delle finanze, ad ammettere, poi, candidamente che: “occorreva confiscare e vendere i beni degli Ordini monastici della Sicilia per rassodare il bilancio dello Stato e colmare il deficit di 625 milioni”, e ad annunziare  trionfalmente, nel 1876, per bocca del Minghetti, il pareggio del bilancio. 


(sintesi tratta da “La Storia Proibita” di vari autori, “Storia della Sicili” di S.Correnti, “Quel che si pens in Sicilia” di L. Cosmerio, “Storia della Sicilia dal 1860″ di G. Oddo e G. DeStefano, “Realtà Siciliana” di G. Garretto, “TRe Italie” di Aristide Buffa, “Anatomia della questione meridionale” di E.Sterpa.)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230;Nel 1867  una nuova legge  disponeva l’incameramento e la conseguente liquidazione di tutto il patrimonio  fondiario della Chiesa che in Sicilia raggiungeva i due terzi dell’intera proprietà terriera. </p>
<p>Il provvedimento aveva nell’Isola effetti molto diversi da quelli del resto d’Italia in quanto, per il particolare passato politico di Regno indipendente della Sicilia, la proprietà della Chiesa, risalente sino al tempo dei Re normanni, si era andata accrescendo nei secoli, anche per i “lasciti” di numerose case patrizie, ed aveva raggiunto una estensione di gran lunga  superiore a quella delle altre regioni. L’enorme ricchezza che ne derivava consentiva, inoltre, alle Congregazioni religiose  di dare ogni sorta di assistenza alle classi meno abbienti delle città e delle campagne. </p>
<p>In breve tempo l’Isola vedeva sparire l’immenso patrimonio sul quale vivevano migliaia di famiglie. </p>
<p>E se da un lato cresceva sempre più forte l’opposizione politica e clericale, dall’altro si creava un grave motivo di disordine civile e morale con lo scioglimento delle corporazioni religiose e l’accaparramento da parte dello Stato di tutti i loro beni.</p>
<p>La vendita dei beni della Chiesa gettava sul lastrico  migliaia di persone che avevano basato le loro attività sulla conduzione delle proprietà ecclesiastiche ed accresceva enormemente la generale miseria, anche in conseguenza del venir meno dell’assistenza sociale fornita dagli ordini religiosi secolari e regolari.</p>
<p>Dal punto di vista economico la Sicilia veniva a comprare dallo Stato i propri beni, in gran parte donati alla Chiesa dal popolo siciliano o dalle autorità che lo rappresentavano, e dei quali il lavoro dei siciliani aveva fatto aumentare il reddito ed il valore. </p>
<p>Poiché i compratori, lusingati anche dalla falsa promessa governativa di essere esentati dal pagamento delle imposte fondiarie fino al 1880, investivano  quasi tutte le loro disponibilità finanziarie nell’acquisto dei terreni, si ritrovavano senza più denaro per poter pagare le migliorie agricole e i salari ai propri braccianti, con conseguenze disastrose per la sopravvivenza di un numero incalcolabile di famiglie. Le susseguenti rivolte contadine innescavano quel sistema di consorterie mafiose che si poneva a difesa delle prerogative e dei privilegi dei grossi proprietari terrieri. </p>
<p>La vendita dei beni ecclesiastici incamerati e del demanio “antico”, unitamente a tutte le rendite dei beni ecclesiastici censiti, fruttava allo Stato, nel corso di qualche decennio, l’incredibile somma di quasi 800 milioni di lire (più di centomila miliardi di lire attuali).</p>
<p>Quest’enorme massa di denaro, proveniente dalle professioni liberali, dall’agricoltura latifondista, dalle industrie e dai commerci più attivi di quel periodo in Sicilia, veniva a mancare al potenziamento e allo sviluppo delle aziende e delle imprese esistenti, poiché impiegata nell’acquisto di altra proprietà rurale, peraltro meno redditizia.</p>
<p>In cambio lo Stato non dava niente alla Sicilia, anzi, dal quarto della rendita dei beni ecclesiastici concessi in enfiteusi, dovuto per legge ai comuni isolani, faceva tutte le possibili detrazioni, al punto che le amministrazioni comunali non avevano più nulla o quasi con cui soddisfare, come la stessa legge prevedeva, le pubbliche necessità come quelle dell’igiene  e della  istruzione popolare gratuita.</p>
<p>Alcuni comuni, di contro, si ritrovavano debitori verso lo Stato delle poche anticipazioni già riscosse.</p>
<p>Ha scritto, giustamente, Aristide Buffa in “Tre Italie”, ESA editrice, 1961: “I danni esercitati dalla vendita dei beni ecclesiastici…furono incommensurabili e hanno i loro effetti fino ad oggi…”; i soldi ricavati, “…se spesi nell’Isola, l’avrebbero trasformata in uno dei paesi più progrediti del tempo…ma allora urgeva la costruzione delle ferrovie nel Piemonte e nell’Alta Italia, per cui, praticamente, al dissanguamento della Sicilia corrispose la creazione, a nord del Po, dell’ambiente adatto per l’impianto delle nuove industrie…”   </p>
<p>Furono le stesse autorità di governo, con Quintino Sella, ministro delle finanze, ad ammettere, poi, candidamente che: “occorreva confiscare e vendere i beni degli Ordini monastici della Sicilia per rassodare il bilancio dello Stato e colmare il deficit di 625 milioni”, e ad annunziare  trionfalmente, nel 1876, per bocca del Minghetti, il pareggio del bilancio. </p>
<p>(sintesi tratta da “La Storia Proibita” di vari autori, “Storia della Sicili” di S.Correnti, “Quel che si pens in Sicilia” di L. Cosmerio, “Storia della Sicilia dal 1860″ di G. Oddo e G. DeStefano, “Realtà Siciliana” di G. Garretto, “TRe Italie” di Aristide Buffa, “Anatomia della questione meridionale” di E.Sterpa.)</p>
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	<item>
		<title>Di: vento del sud</title>
		<link>http://www.giornalettismo.com/archives/5726/sud-assistenzialismo/#comment-11877</link>
		<dc:creator>vento del sud</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2008 17:25:30 +0000</pubDate>
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		<description>...In conseguenza dell’unificazione finanziaria, la Sicilia, nel giro di pochissimi anni, era sottoposta ad un peso fiscale così ingente da comprometterne quasi totalmente e definitivamente ogni possibilità di sviluppo economico e sociale.

 

Al contrario, sotto i borboni, come acutamente riferiva P. Carcano in “Cinquant’anni di storia italiana” (1911), l’Isola non si era trovata mai “menomamente travagliata da tutto quell’insieme di balzelli” ai quali era andata incontro dopo la sua unificazione all’Italia, né “da tutte le gravi addizioni in pro delle province e dei comuni”, ne dai dazi di consumo governativi, dalle imposte di successione, ed, in generale, sugli affari, e “godevasi della esenzione dalla coscrizione, ciò che, per quanto nocivo dal riguardo politico, era nondimeno un conforto per il povero…”.

 

Liberata per un po’ dalla tassa sul macinato, nel 1868, la Sicilia, come le altre regioni d’Italia, tornava ad essere  gravata da quell’impopolare tributo, in odio al quale si erano mossi a combattere assieme a Garibaldi i ceti più poveri dell’Isola.

  

Intorno al 1876, la Sicilia pagava :

      

       -  più di nove milioni per imposte sui terreni;

       -  più di otto milioni  per imposte sui fabbricati;

-  più di nove milioni per imposte sul macinato (un settimo 

    del totale percepito dallo Stato);

       -  undici milioni per imposte sugli affari;

       -  dieci milioni per imposte sul lotto;

-  otto milioni per imposte sui tabacchi (pagate per 

           l’estensione all’isola del monopolio di Stato);

       -  circa dieci milioni per imposte sul registro e sul bollo.

 

Il tutto per un valore complessivo che corrispondeva all’incirca alla decima parte degli introiti totali dell’erario italiano.

 

Poiché l’imposta sui terreni colpiva l’estensione piuttosto che l’effettivo reddito della proprietà, ne derivava che il proprietario terriero in Sicilia pagava, a parità di estensione, le stesse tasse di quello del continente, ma con un reddito agricolo molto minore per la scarsa produttività dei terreni. 

 

Sul reddito agrario e in genere su quello di tutta la proprietà fondiaria gravavano anche le tasse sugli affari, sul registro e sul bollo.

 

Nel 1862, con la legge Corleo, tutti gli atti di censuazione che sotto il regime borbonico erano tassati in maniera lievissima, venivano gravati della tassa piemontese sul registro e sul bollo che essendo fissa ed oscillante, secondo gli affari, da un minimo di L. 0.85 a L. 3.40, danneggiava le piccole contrattazioni per le quali non era prevista una tassa proporzionalmente esigua.

In tal modo la tassa di registro che nel 1860 toccava appena i due milioni, nel 1897 raggiungeva i diciannove milioni  (con una svalutazione, nello stesso periodo, da 1 a 4 ).

 

Anche l’imposta sui fabbricati colpiva più fortemente la Sicilia poiché la popolazione contadina, che nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale si avvantaggiava della esenzione fiscale accordata al caseggiato rurale, nell’Isola  viveva nei paesi  o alla periferia delle città, rinunciando ad abitare in campagna per la mancanza  di acqua, strade, sicurezza, difese contro la malaria e di agi civili anche minimi.

 

Aggiungasi che l’imposta applicata alla proprietà immobiliare e fondiaria isolana derivava da un catasto le cui operazioni d’aggiornamento, mentre nella parte continentale del regno borbonico si erano svolte tra il 1808 e il 1818, in Sicilia erano state avviate tra il 1835 e il 1858, cioè in un periodo in cui il valore dei terreni si era quasi raddoppiato. Per tale motivo i borboni avevano stabilito per la Sicilia un’aliquota fiscale pari alla metà di quella applicata nel napoletano. 

L’amministrazione finanziaria italiana, ritenendo invece che l’Isola pagasse meno del Napoletano, ne aumentava inesorabilmente l’aliquota. 

 

L’agricoltura isolana veniva in tal modo colpita nel suo patrimonio territoriale da imposte molto più pesanti dello stesso meridione d’Italia, imposte che non esercitavano alcun peso sul prezzo dei prodotti agricoli che restavano bassi, a differenza di quelli industriali del Nord che, protetti sempre dai governi nazionali, consentivano ai produttori di rivalersi  delle tasse sul compratore. 

 

La legge del 1877 sulla revisione del reddito imponibile dei fabbricati deludeva ancor di più le aspettative dell’Isola, poiché si trasformava in un’esosa operazione finanziaria dello Stato che apriva la via ad un generale aumento dell’imposta, fino al doppio e al triplo di quella precedente.

 

In segno di protesta molti siciliani mandavano al prefetto le chiavi delle loro case, mentre nelle campagne un gran numero di piccoli proprietari cominciava ad abbandonare le proprie terre.

 

L’imposta sul macinato aumentava in maniera crescente procedendo da Nord verso il Sud d’Italia e le Isole per il tipo di alimentazione delle popolazioni meridionali, basato soprattutto per ragioni climatiche ed economiche, sul consumo di pane e pasta. Incredibilmente, tra il 1876 e il 1880,  era concessa dallo Stato una riduzione della tassa sul macinato dei bassi cereali come il mais, l’orzo, etc., notoriamente coltivati e consumati nel settentrione d’Italia (polenta e pane d’orzo).

 

Alle tasse sui consumi (dazio-consumo), sulla famiglia (focatico), ricadenti soprattutto sui ceti agricoli meno abbienti che risiedevano entro la cinta daziaria, si aggiungevano  quelle sul bestiame e sulle successioni, e a tutte si sovrapponevano le tasse comunali e provinciali.

 

La diffusa impossibilità a pagare   le numerosissime  imposte causava la scomparsa di moltissimi piccoli poderi. 

 

Ai contadini isolani, anche per misere cifre dovute all’erario, veniva tolta la terra che costituiva per loro l’unico mezzo di sostentamento e che il governo nazionale si era impegnato, con molte promesse, a distribuire. Nella sola provincia di Caltanissetta, tra il 1883 e il 1893, si contavano 16.662 espropriazioni da parte del demanio. Succedeva, poi, che lo Stato, non riuscendo a vendere subito i terreni alle aste,  provocava il loro abbandono, con un ulteriore danno per l’agricoltura siciliana.


(sintesi tratta da &quot;La Storia Proibita&quot; di vari autori, &quot;Storia della Sicili&quot; di S.Correnti, &quot;Quel che si pens in Sicilia&quot; di L. Cosmerio, &quot;Storia della Sicilia dal 1860″ di G. Oddo e G. DeStefano, “Realtà Siciliana” di G. Garretto, “TRe Italie” di Aristide Buffa, “Anatomia della questione meridionale” di E.Sterpa.)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230;In conseguenza dell’unificazione finanziaria, la Sicilia, nel giro di pochissimi anni, era sottoposta ad un peso fiscale così ingente da comprometterne quasi totalmente e definitivamente ogni possibilità di sviluppo economico e sociale.</p>
<p>Al contrario, sotto i borboni, come acutamente riferiva P. Carcano in “Cinquant’anni di storia italiana” (1911), l’Isola non si era trovata mai “menomamente travagliata da tutto quell’insieme di balzelli” ai quali era andata incontro dopo la sua unificazione all’Italia, né “da tutte le gravi addizioni in pro delle province e dei comuni”, ne dai dazi di consumo governativi, dalle imposte di successione, ed, in generale, sugli affari, e “godevasi della esenzione dalla coscrizione, ciò che, per quanto nocivo dal riguardo politico, era nondimeno un conforto per il povero…”.</p>
<p>Liberata per un po’ dalla tassa sul macinato, nel 1868, la Sicilia, come le altre regioni d’Italia, tornava ad essere  gravata da quell’impopolare tributo, in odio al quale si erano mossi a combattere assieme a Garibaldi i ceti più poveri dell’Isola.</p>
<p>Intorno al 1876, la Sicilia pagava :</p>
<p>       &#8211;  più di nove milioni per imposte sui terreni;</p>
<p>       &#8211;  più di otto milioni  per imposte sui fabbricati;</p>
<p>-  più di nove milioni per imposte sul macinato (un settimo </p>
<p>    del totale percepito dallo Stato);</p>
<p>       &#8211;  undici milioni per imposte sugli affari;</p>
<p>       &#8211;  dieci milioni per imposte sul lotto;</p>
<p>-  otto milioni per imposte sui tabacchi (pagate per </p>
<p>           l’estensione all’isola del monopolio di Stato);</p>
<p>       &#8211;  circa dieci milioni per imposte sul registro e sul bollo.</p>
<p>Il tutto per un valore complessivo che corrispondeva all’incirca alla decima parte degli introiti totali dell’erario italiano.</p>
<p>Poiché l’imposta sui terreni colpiva l’estensione piuttosto che l’effettivo reddito della proprietà, ne derivava che il proprietario terriero in Sicilia pagava, a parità di estensione, le stesse tasse di quello del continente, ma con un reddito agricolo molto minore per la scarsa produttività dei terreni. </p>
<p>Sul reddito agrario e in genere su quello di tutta la proprietà fondiaria gravavano anche le tasse sugli affari, sul registro e sul bollo.</p>
<p>Nel 1862, con la legge Corleo, tutti gli atti di censuazione che sotto il regime borbonico erano tassati in maniera lievissima, venivano gravati della tassa piemontese sul registro e sul bollo che essendo fissa ed oscillante, secondo gli affari, da un minimo di L. 0.85 a L. 3.40, danneggiava le piccole contrattazioni per le quali non era prevista una tassa proporzionalmente esigua.</p>
<p>In tal modo la tassa di registro che nel 1860 toccava appena i due milioni, nel 1897 raggiungeva i diciannove milioni  (con una svalutazione, nello stesso periodo, da 1 a 4 ).</p>
<p>Anche l’imposta sui fabbricati colpiva più fortemente la Sicilia poiché la popolazione contadina, che nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale si avvantaggiava della esenzione fiscale accordata al caseggiato rurale, nell’Isola  viveva nei paesi  o alla periferia delle città, rinunciando ad abitare in campagna per la mancanza  di acqua, strade, sicurezza, difese contro la malaria e di agi civili anche minimi.</p>
<p>Aggiungasi che l’imposta applicata alla proprietà immobiliare e fondiaria isolana derivava da un catasto le cui operazioni d’aggiornamento, mentre nella parte continentale del regno borbonico si erano svolte tra il 1808 e il 1818, in Sicilia erano state avviate tra il 1835 e il 1858, cioè in un periodo in cui il valore dei terreni si era quasi raddoppiato. Per tale motivo i borboni avevano stabilito per la Sicilia un’aliquota fiscale pari alla metà di quella applicata nel napoletano. </p>
<p>L’amministrazione finanziaria italiana, ritenendo invece che l’Isola pagasse meno del Napoletano, ne aumentava inesorabilmente l’aliquota. </p>
<p>L’agricoltura isolana veniva in tal modo colpita nel suo patrimonio territoriale da imposte molto più pesanti dello stesso meridione d’Italia, imposte che non esercitavano alcun peso sul prezzo dei prodotti agricoli che restavano bassi, a differenza di quelli industriali del Nord che, protetti sempre dai governi nazionali, consentivano ai produttori di rivalersi  delle tasse sul compratore. </p>
<p>La legge del 1877 sulla revisione del reddito imponibile dei fabbricati deludeva ancor di più le aspettative dell’Isola, poiché si trasformava in un’esosa operazione finanziaria dello Stato che apriva la via ad un generale aumento dell’imposta, fino al doppio e al triplo di quella precedente.</p>
<p>In segno di protesta molti siciliani mandavano al prefetto le chiavi delle loro case, mentre nelle campagne un gran numero di piccoli proprietari cominciava ad abbandonare le proprie terre.</p>
<p>L’imposta sul macinato aumentava in maniera crescente procedendo da Nord verso il Sud d’Italia e le Isole per il tipo di alimentazione delle popolazioni meridionali, basato soprattutto per ragioni climatiche ed economiche, sul consumo di pane e pasta. Incredibilmente, tra il 1876 e il 1880,  era concessa dallo Stato una riduzione della tassa sul macinato dei bassi cereali come il mais, l’orzo, etc., notoriamente coltivati e consumati nel settentrione d’Italia (polenta e pane d’orzo).</p>
<p>Alle tasse sui consumi (dazio-consumo), sulla famiglia (focatico), ricadenti soprattutto sui ceti agricoli meno abbienti che risiedevano entro la cinta daziaria, si aggiungevano  quelle sul bestiame e sulle successioni, e a tutte si sovrapponevano le tasse comunali e provinciali.</p>
<p>La diffusa impossibilità a pagare   le numerosissime  imposte causava la scomparsa di moltissimi piccoli poderi. </p>
<p>Ai contadini isolani, anche per misere cifre dovute all’erario, veniva tolta la terra che costituiva per loro l’unico mezzo di sostentamento e che il governo nazionale si era impegnato, con molte promesse, a distribuire. Nella sola provincia di Caltanissetta, tra il 1883 e il 1893, si contavano 16.662 espropriazioni da parte del demanio. Succedeva, poi, che lo Stato, non riuscendo a vendere subito i terreni alle aste,  provocava il loro abbandono, con un ulteriore danno per l’agricoltura siciliana.</p>
<p>(sintesi tratta da &#8220;La Storia Proibita&#8221; di vari autori, &#8220;Storia della Sicili&#8221; di S.Correnti, &#8220;Quel che si pens in Sicilia&#8221; di L. Cosmerio, &#8220;Storia della Sicilia dal 1860″ di G. Oddo e G. DeStefano, “Realtà Siciliana” di G. Garretto, “TRe Italie” di Aristide Buffa, “Anatomia della questione meridionale” di E.Sterpa.)</p>
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		<title>Di: vento del sud</title>
		<link>http://www.giornalettismo.com/archives/5726/sud-assistenzialismo/#comment-11872</link>
		<dc:creator>vento del sud</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2008 16:38:17 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.giornalettismo.com/?p=5726#comment-11872</guid>
		<description>...Alla formazione del capitale liquido del nuovo regno,  la Sicilia concorreva, assieme alle province del regno napoletano, con una quota pari a 443 milioni di monete su un totale di 668.

F.S. Nitti, chiedendosi dove era, intorno al 1860, la ricchezza in Italia, pubblicava il seguente quadro:

 - Regno delle Due Sicilie………milioni in monete   443,2 

 - Lombardia……………….……milioni in monete      8,1

 - Ducato di Modena…………….milioni in monete      0,4 

 - Parma e Piacenza……………..milioni in monete       1,2      

 - Roma……………………….…milioni in monete     35,3

 - Romagne, Marche, Umbria…...milioni in monete     55,3

 - Piemonte, Liguria, Sardegna….milioni in monete     27,0

 - Toscana………………………..milioni in monete     85,2

 - Veneto…………………………milioni in monete     12,7

            

Il regno delle Due Sicilie aveva il doppio della  ricchezza   di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme.

        
Poiché le monete ritirate, in gran parte d’oro e  d’argento, erano sostituite con carta moneta, i governi del nuovo regno potevano disporre di enormi riserve in metallo prezioso con cui pagare all’estero le materie prime e quant’altro occorresse a sviluppare l’industrializzazione ed il livello di vita del nord del Paese.        

        
Grati per il “vantaggioso cambio” i siciliani cantavano, in quel periodo, “L’oru e l’argentu squagghiaru ppi l’aria, di carta la visteru la Sicilia”. 

Maffeo Pantaleoni, nel 1891, provava che il Mezzogiorno d’Italia contribuiva assai più del Settentrione alle entrate dello Stato, e precisamente avendo il 27 % della ricchezza nazionale, pagava il 32 % delle imposte.         

 
Lo stesso Nitti, nel suo libro “Nord e Sud”, calcolava che lo Stato, nel ‘900, spendeva 71,15 lire annue per ogni abitante della Liguria e solo 19,88 lire annue per ogni abitante della Sicilia. 

Al fine di inserire l’Italia nel processo di industrializzazione europeo si trasformavano, infatti, le basi dell’economia centro-settentrionale da agricole in industriali, concentrando e facendo attirare i capitali dove essi potevano trovare condizioni più vantaggiose di impiego e di rendita.

Con l’unificazione del debito pubblico il nuovo Stato italiano aveva già fatto pagare al Sud gli investimenti per le infrastrutture necessarie allo sviluppo industriale del continente. 

 

Le politiche economiche governative, poi, per proteggere i prodotti industriali “nazionali”, imponevano ai manufatti esteri altissime tariffe doganali.  Ciò obbligava al consumo esclusivo di prodotti industriali “padani”, e gli enormi profitti conseguiti provocavano, ancora di più, il   trasferimento di capitali dall’agricoltura alla nascente industria, con un continuo impoverimento dei proprietari e dei coltivatori di terre. 

Le città e le campagne della Sicilia venivano a costituire un mercato di consumo dei prodotti industriali del Nord, alla cui invasione si opponevano solamente le ristrettezze economiche degli isolani e le difficoltà dovute alle vie di comunicazione. 

Mentre nel resto d’Italia  i prodotti agricoli siciliani, a causa dei forti dazi sul loro consumo e della concorrenza extraisolana, restituivano  profitti scarsissimi, in Sicilia i manufatti settentrionali, protetti sempre dalle dogane italiane, conseguivano profitti altissimi. 

E se ciò finiva con l’indirizzare i capitali in cerca di maggiori profitti verso le industrie continentali, toglieva allo stesso tempo all’agricoltura, soprattutto meridionale e isolana,  quelle risorse indispensabili al suo sviluppo. 

Se era vero che la ricchezza immobiliare siciliana superava, fino al 1890, quella industriale del Nord, era pur vero che l’unico risultato conseguito era quello di attirare su di sé un’ingente massa di tributi, che si risolvevano inevitabilmente nel potenziamento dell’economia industriale settentrionale.

 Per questo motivo il Colajanni affermava che le  tariffe del 1887 avevano consentito la creazione dell’industria italiana, a danno interamente dell’agricoltura del Meridione e delle Isole.

(sintesi tratta da “Storia della Sicilia dal 1860″ di G. Oddo e G. DeStefano, “Realtà Siciliana” di G. Garretto, “TRe Italie” di Aristide Buffa, “Anatomia della questione meridionale” di E.Sterpa.)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230;Alla formazione del capitale liquido del nuovo regno,  la Sicilia concorreva, assieme alle province del regno napoletano, con una quota pari a 443 milioni di monete su un totale di 668.</p>
<p>F.S. Nitti, chiedendosi dove era, intorno al 1860, la ricchezza in Italia, pubblicava il seguente quadro:</p>
<p> &#8211; Regno delle Due Sicilie………milioni in monete   443,2 </p>
<p> &#8211; Lombardia……………….……milioni in monete      8,1</p>
<p> &#8211; Ducato di Modena…………….milioni in monete      0,4 </p>
<p> &#8211; Parma e Piacenza……………..milioni in monete       1,2      </p>
<p> &#8211; Roma……………………….…milioni in monete     35,3</p>
<p> &#8211; Romagne, Marche, Umbria…&#8230;milioni in monete     55,3</p>
<p> &#8211; Piemonte, Liguria, Sardegna….milioni in monete     27,0</p>
<p> &#8211; Toscana………………………..milioni in monete     85,2</p>
<p> &#8211; Veneto…………………………milioni in monete     12,7</p>
<p>Il regno delle Due Sicilie aveva il doppio della  ricchezza   di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme.</p>
<p>Poiché le monete ritirate, in gran parte d’oro e  d’argento, erano sostituite con carta moneta, i governi del nuovo regno potevano disporre di enormi riserve in metallo prezioso con cui pagare all’estero le materie prime e quant’altro occorresse a sviluppare l’industrializzazione ed il livello di vita del nord del Paese.        </p>
<p>Grati per il “vantaggioso cambio” i siciliani cantavano, in quel periodo, “L’oru e l’argentu squagghiaru ppi l’aria, di carta la visteru la Sicilia”. </p>
<p>Maffeo Pantaleoni, nel 1891, provava che il Mezzogiorno d’Italia contribuiva assai più del Settentrione alle entrate dello Stato, e precisamente avendo il 27 % della ricchezza nazionale, pagava il 32 % delle imposte.         </p>
<p>Lo stesso Nitti, nel suo libro “Nord e Sud”, calcolava che lo Stato, nel ‘900, spendeva 71,15 lire annue per ogni abitante della Liguria e solo 19,88 lire annue per ogni abitante della Sicilia. </p>
<p>Al fine di inserire l’Italia nel processo di industrializzazione europeo si trasformavano, infatti, le basi dell’economia centro-settentrionale da agricole in industriali, concentrando e facendo attirare i capitali dove essi potevano trovare condizioni più vantaggiose di impiego e di rendita.</p>
<p>Con l’unificazione del debito pubblico il nuovo Stato italiano aveva già fatto pagare al Sud gli investimenti per le infrastrutture necessarie allo sviluppo industriale del continente. </p>
<p>Le politiche economiche governative, poi, per proteggere i prodotti industriali “nazionali”, imponevano ai manufatti esteri altissime tariffe doganali.  Ciò obbligava al consumo esclusivo di prodotti industriali “padani”, e gli enormi profitti conseguiti provocavano, ancora di più, il   trasferimento di capitali dall’agricoltura alla nascente industria, con un continuo impoverimento dei proprietari e dei coltivatori di terre. </p>
<p>Le città e le campagne della Sicilia venivano a costituire un mercato di consumo dei prodotti industriali del Nord, alla cui invasione si opponevano solamente le ristrettezze economiche degli isolani e le difficoltà dovute alle vie di comunicazione. </p>
<p>Mentre nel resto d’Italia  i prodotti agricoli siciliani, a causa dei forti dazi sul loro consumo e della concorrenza extraisolana, restituivano  profitti scarsissimi, in Sicilia i manufatti settentrionali, protetti sempre dalle dogane italiane, conseguivano profitti altissimi. </p>
<p>E se ciò finiva con l’indirizzare i capitali in cerca di maggiori profitti verso le industrie continentali, toglieva allo stesso tempo all’agricoltura, soprattutto meridionale e isolana,  quelle risorse indispensabili al suo sviluppo. </p>
<p>Se era vero che la ricchezza immobiliare siciliana superava, fino al 1890, quella industriale del Nord, era pur vero che l’unico risultato conseguito era quello di attirare su di sé un’ingente massa di tributi, che si risolvevano inevitabilmente nel potenziamento dell’economia industriale settentrionale.</p>
<p> Per questo motivo il Colajanni affermava che le  tariffe del 1887 avevano consentito la creazione dell’industria italiana, a danno interamente dell’agricoltura del Meridione e delle Isole.</p>
<p>(sintesi tratta da “Storia della Sicilia dal 1860″ di G. Oddo e G. DeStefano, “Realtà Siciliana” di G. Garretto, “TRe Italie” di Aristide Buffa, “Anatomia della questione meridionale” di E.Sterpa.)</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: vento del sud</title>
		<link>http://www.giornalettismo.com/archives/5726/sud-assistenzialismo/#comment-11869</link>
		<dc:creator>vento del sud</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2008 16:06:25 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.giornalettismo.com/?p=5726#comment-11869</guid>
		<description>...Alle unanimi affermazioni dei  responsabili  del nuovo Stato che auspicavano l’attuazione di un vasto piano di opere pubbliche in Sicilia non corrispondeva un preciso impegno per l’approvazione di un programma organico e razionale, capace di attuare in tempi  brevi i “generosi” propositi della classe dirigente.

Le cause della cronica scarsezza delle opere pubbliche nell’Isola non erano soltanto dovute alle forti spese militari o ad altre innumerevoli necessità del paese, ma soprattutto, ad una scandalosa, quanto tollerata sperequazione nella spesa  statale in rapporto alla ricchezza e al reddito delle diverse regioni, molte delle quali avevano già usufruito, nei precedenti governi, di numerose opere di pubblica utilità.

Basterà dire che tra il 1862 e il 1896 il governo investiva oltre 450 milioni per lavori di impianti idraulici nel centro-nord (dighe, acquedotti, ecc.) e soltanto 1,3 milioni in Sicilia; che nel 1878 la provincia di Trapani non conosceva ancora la ferrovia; che la linea principale prevista per l’Isola, di 1075 chilometri,  avrebbe dovuto essere consegnata nel 1869, ma solo nel 1881 riusciva a raggiungere la lunghezza di 490 chilometri; che nel 1890 le ferrovie complementari siciliane erano eseguite solo per il 18%, mentre nel Settentrione della penisola erano eseguite per il 67% e nelle regioni centrali per il 46%; che veniva tollerata, nella società di gestione dei servizi ferroviari in Sicilia, la disparità di trattamento economico tra  dipendenti siciliani e  non siciliani, a favore di questi ultimi; che per opere di bonifiche e di sistemazione di torrenti, fino al 1884, erano stati spesi 40 milioni in tutta la penisola e solo 27 mila lire in Sicilia;  che  negli  anni  successivi  la percentuale di spesa dello Stato nell’Isola arrivava appena al 2,4 % dell’intero investimento nazionale; che nel periodo post-unitario la sproporzione fra la rete stradale isolana e quella nazionale andava continuamente aumentando, nonostante in Sicilia crescesse notevolmente la rete comunale, grazie  agli sforzi finanziari dei comuni; che quelle poche strade nazionali realizzate dallo Stato erano state ricavate dalla trasformazione di strade provinciali e comunali; che per le opere necessarie alla pubblica igiene e all’istruzione dell’Isola lo Stato demandava  il relativo onere alle già dissestate casse degli enti locali.

(sintesi tratta da &quot;Storia della Sicilia dal 1860&quot; di G. Oddo e G. DeStefano, &quot;Realtà Siciliana&quot; di G. Garretto, &quot;TRe Italie&quot; di Aristide Buffa, &quot;Anatomia della questione meridionale&quot; di E.Sterpa.)

 .</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230;Alle unanimi affermazioni dei  responsabili  del nuovo Stato che auspicavano l’attuazione di un vasto piano di opere pubbliche in Sicilia non corrispondeva un preciso impegno per l’approvazione di un programma organico e razionale, capace di attuare in tempi  brevi i “generosi” propositi della classe dirigente.</p>
<p>Le cause della cronica scarsezza delle opere pubbliche nell’Isola non erano soltanto dovute alle forti spese militari o ad altre innumerevoli necessità del paese, ma soprattutto, ad una scandalosa, quanto tollerata sperequazione nella spesa  statale in rapporto alla ricchezza e al reddito delle diverse regioni, molte delle quali avevano già usufruito, nei precedenti governi, di numerose opere di pubblica utilità.</p>
<p>Basterà dire che tra il 1862 e il 1896 il governo investiva oltre 450 milioni per lavori di impianti idraulici nel centro-nord (dighe, acquedotti, ecc.) e soltanto 1,3 milioni in Sicilia; che nel 1878 la provincia di Trapani non conosceva ancora la ferrovia; che la linea principale prevista per l’Isola, di 1075 chilometri,  avrebbe dovuto essere consegnata nel 1869, ma solo nel 1881 riusciva a raggiungere la lunghezza di 490 chilometri; che nel 1890 le ferrovie complementari siciliane erano eseguite solo per il 18%, mentre nel Settentrione della penisola erano eseguite per il 67% e nelle regioni centrali per il 46%; che veniva tollerata, nella società di gestione dei servizi ferroviari in Sicilia, la disparità di trattamento economico tra  dipendenti siciliani e  non siciliani, a favore di questi ultimi; che per opere di bonifiche e di sistemazione di torrenti, fino al 1884, erano stati spesi 40 milioni in tutta la penisola e solo 27 mila lire in Sicilia;  che  negli  anni  successivi  la percentuale di spesa dello Stato nell’Isola arrivava appena al 2,4 % dell’intero investimento nazionale; che nel periodo post-unitario la sproporzione fra la rete stradale isolana e quella nazionale andava continuamente aumentando, nonostante in Sicilia crescesse notevolmente la rete comunale, grazie  agli sforzi finanziari dei comuni; che quelle poche strade nazionali realizzate dallo Stato erano state ricavate dalla trasformazione di strade provinciali e comunali; che per le opere necessarie alla pubblica igiene e all’istruzione dell’Isola lo Stato demandava  il relativo onere alle già dissestate casse degli enti locali.</p>
<p>(sintesi tratta da &#8220;Storia della Sicilia dal 1860&#8243; di G. Oddo e G. DeStefano, &#8220;Realtà Siciliana&#8221; di G. Garretto, &#8220;TRe Italie&#8221; di Aristide Buffa, &#8220;Anatomia della questione meridionale&#8221; di E.Sterpa.)</p>
<p> .</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: PATICO PSICO</title>
		<link>http://www.giornalettismo.com/archives/5726/sud-assistenzialismo/#comment-11868</link>
		<dc:creator>PATICO PSICO</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2008 16:06:08 +0000</pubDate>
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		<description>sei Mirage sig. &quot;vento del sud&quot; ?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>sei Mirage sig. &#8220;vento del sud&#8221; ?</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: PATICO PSICO</title>
		<link>http://www.giornalettismo.com/archives/5726/sud-assistenzialismo/#comment-11867</link>
		<dc:creator>PATICO PSICO</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2008 16:04:08 +0000</pubDate>
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		<description>@ a L. Davvero Patrizio


la scarsa frequentazione di ambienti popolari e meridionali ti spinge a dire cose vere solo in parte

il probelama che ribadisco è che sono i cammorristi a non far studiare i figli 

ciò costringe i boss a delegare terzi lupi mannari famelici più di loro e privi di quell&#039; equilibrio, saggezza, managerialità e senso paternalistico di protezione del popolo di cui il boss cammorista spesso è dotato

(parlo per diretta conoscenza dei fatti) 

è una mezza provocazione la mia, ma non tanto</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@ a L. Davvero Patrizio</p>
<p>la scarsa frequentazione di ambienti popolari e meridionali ti spinge a dire cose vere solo in parte</p>
<p>il probelama che ribadisco è che sono i cammorristi a non far studiare i figli </p>
<p>ciò costringe i boss a delegare terzi lupi mannari famelici più di loro e privi di quell&#8217; equilibrio, saggezza, managerialità e senso paternalistico di protezione del popolo di cui il boss cammorista spesso è dotato</p>
<p>(parlo per diretta conoscenza dei fatti) </p>
<p>è una mezza provocazione la mia, ma non tanto</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Lkv</title>
		<link>http://www.giornalettismo.com/archives/5726/sud-assistenzialismo/#comment-11865</link>
		<dc:creator>Lkv</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2008 15:52:38 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.giornalettismo.com/?p=5726#comment-11865</guid>
		<description>E io che mi ero messo problemi pensando di essere andato troppo indietro nel tempo nel mio commento.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>E io che mi ero messo problemi pensando di essere andato troppo indietro nel tempo nel mio commento.</p>
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	</item>
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