Uno dei capisaldi della politica per lo sviluppo del mezzogiorno è storicamente il trasferimento a fondo perduto di una mole consistente di risorse finanziarie. L’esperienza insegna che, più che una cura, essi sono una malattia: la palude in cui è impantanto il mezzogiorno
La contrattazione nazionale collettiva del lavoro è uno dei maggiori problemi del Mezzogiorno, in quanto produce elevata disoccupazione, soprattutto di lungo termine, e allontana i capitali. Eppure le moltissime, tutte fallimentari, politiche per il Mezzogiorno non si limitano a sperare che la retorica giuslavoristica
del diritto al lavoro riempia le tasche dei disoccupati più di un lavoro vero. Ci sono anche i finanziamenti agevolati, i trasferimenti assistenziali, e l’assunzione nella P. A. Che assistere o assumere chi si trova in stato di minorità economica per via delle politiche cosiddette “sociali” non sia la soluzione è evidente. Ma perché i finanziamenti agevolati non hanno mai fatto sviluppare il Sud?
I FINANZIAMENTI A FONDO PERDUTO - Un finanziamento agevolato si ha quando si ottengono fondi a costi inferiori a quelli di mercato; un finanziamento a fondo perduto si ha quando il debitore riceve credito e non deve restituire niente. La domanda di credito agevolato è per definizione superiore all’offerta di credito, limitata ad esempio da quanto lo Stato riesce a togliere al Nord con la tassazione. Cosa succede quando la domanda supera l’offerta? Deve intervenire un meccanismo di razionamento. Sul mercato è in genere il prezzo: se la domanda di credito è eccessiva, i tassi di interesse salgono. Non è il caso dei finanziamenti a fondo perduto, a interesse nullo, e neanche di quelli a interessi agevolati.
COME RAZIONARE IL CREDITO - Come si fa quindi a razionare il credito? Ci sono varie possibilità:
1. Burocrazia - La domanda di credito è ridotta dal costo delle pratiche burocratiche.
2. Regolamentazioni - Le richieste di finanziamenti devono soddisfare determinati requisiti, come la presenza di un progetto industriale o un piano di assunzioni.
3. Rapporti personali - La probabilità di ottenere finanziamento cresce se si è parente o amico del funzionario incaricato, o se si sono avuti in passato relazioni professionali con quest’ultimo.
4. Corruzione - I fondi vanno a chi offre di più, ma non al risparmiatore che mette a disposizione credito, ma al funzionario che prende le decisioni.
5. Intimidazione - La mafia dice che chi f
a richiesta di fondi verrà bastonato.
6. Socialismo - Lo stato decide come allocare le risorse con un piano quinquennale di stampo sovietico dove si specifica cosa, come, quanto produrre.
7. Lotteria - Tra tutte le richieste di finanziamento pervenute se ne scelgono alcune a caso.
QUESTE SONO SOLUZIONI? - La burocrazia (1) non uguaglierà mai domanda e offerta di finanziamenti a fondo perduto: spendere 100€ in una fila per chiederne un milione sarà sempre un buon investimento. Aggiungerei che la lotteria (7) sta lì solo per ridere: mi chiedo però perché non si ride anche delle altre sei assurdità. Forse perché sarebbe meglio piangere. Le regolamentazioni (2) molto possono per ridurre la domanda di credito, ad esempio impedendo la richiesta di finanziamenti per ristrutturare abitazioni; ma è ovvio che l’attività imprenditoriale non possa essere sostituita dalla burocrazia: qualcuno deve decidere come allocare le risorse, non è possibile avere un insieme di regole statiche che prendono decisioni. I rapporti personali (3) tutto sono tranne che economicamente efficienti: e sono pure profondamente iniqui. La corruzione e l’intimidazione (4 e 5) non vanno prese sul serio come soluzione del problema: sono l’ovvia e inevitabile conseguenza dei finanziamenti a pioggia, ma non hanno nulla a che fare con una razionale allocazione delle risorse. Rimane il socialismo (6), che ha fallito ovunque. Il problema della decisione centralizzata sull’allocazione delle risorse e che profitti e perdite dipendono da una miriade di fattori specifici,
contingenti, locali, dispersi… la produzione è così complessa che nessun dittatore sociale benevolo può effettivamente risolvere il cosiddetto “problema del calcolo economico“: l’unico modo per allocare razionalmente le risorse è il sistema dei prezzi. L’esperienza socialista dimostra che questo sistema genera corruzione infinita e distrugge il tessuto sociale, rendendo le persone corrotte e incapaci di cooperare ed impegnarsi.
PER USCIRE DALLA PALUDE - Non esiste quindi un meccanismo efficiente per allocare i capitali messi a disposizione del Sud. E gran parte dei meccanismi di razionamento concepibili sono proni a fenomeni di corruzione e beneficeranno la parte più corrotta della società meridionale, non ultime le varie mafie. Inutile farsi illusioni. Forse il Sud non ha le capacità morali e istituzionali di crescere, neanche senza i problemi creati dallo Stato con le sue insulse politiche. Un “nation building” non si fa in un paio d’anni: la società richiede cultura, valori, istituzioni, carattere. Forse il Sud è così malridotto che l’unica alternativa allo Stato, nel breve termine, è la Mafia: di certo, finché ci saranno queste politiche non si uscirà mai dalla palude.


























effettivamente è inutile continuare a dare soldi al Sud, almeno a tassi agevolati o a fondo perduto
ci si riduce solo ad ingrassare la mafia o, giustamente, le mafie…..
la mafia casalese, vesuviana, fregrea, arzanese, pollenatrocchiese, ecc…ecc…
la mafia dei liberi professionisti coi giusti agganci…..che lucrano percentuali fino al 25 % del finanziamento
la mafia degli impiegati della PA che lavorano per ingrassare le loro numerose famiglie avute da più fonti produttrici (50 % finanziamento)
la mafia dei beneficiari di seconda fascia dei finanziamenti che sapendo la provenienza delle commesse, a loro volta si “allargano” nei preventivi….tanto paga pantalone
eppur, quel poco arriva…..e se si levasse pure quel poco come si disseterebbero gli assetati ?
si spera che per far dispetto alla mogliera non si decida di tagliar la recchia a questa piuttosto che intervenire sul piano della legalità o della istruzione convincitoria nei confronti di una donna e perciò un po’ stronza
Forse e’ lo Stato che non ha le capacita’ morali e istituzionali per far crescere il Sud
Esco un po’ fuori dal tema dell’articolo, ma non troppo, vado solo un po’ indietro nel tempo.
Nel Sud il flusso continuo dei trasferimenti ha provocato un aumento del reddito disponibile e una conseguente crescita dei consumi (che non ha portato a una crescita corrispondente dell’offerta) e una dipendenza dalle strutture esterne da cui venivano i finanziamenti e l’offerta, bloccando in questo modo (se non con poche eccezioni) un piano locale di sviluppo.
Idee esogene di sviluppo sono state impiantate alla c**** di cane senza tenere in considerazione le specificita’ dei luoghi, esportando il modello del Nord in un Sud diverso e che quindi richiedeva diversi modelli. L’attenzione si e’ concentrata tutta sul reddito, senza puntare all’incremento della produttivita’, senza puntare all’impiego efficente dei fattori produttivi, ecc.
Insomma, sembrava piu’ la creazione di consumatori che lo sviluppo di un territorio.
perché non hai citato i miei pezzi in merito? schifoso libertario romano fru-fru!
Si ok, tutto va bene, ma se con i fondi non sono riusciti a mettersi in piedi, ora che c’è crisi nera e chi versa le tasse si rifiuta di buttarle in pattumiera e chiede giustamente un rendiconto, come farà a svilupparsi il mezzogiorno ????
“forse il Sud non ha le capacità morali di crescere”: un po’ pesantuccia… comunque ho apprezzato il taglio ironico del pezzo.
Prostata. Con un padre napoletano e senza aver mai votato Lega posso permettermelo.
Comunque è un’ipotesi. Volevo scongiurare che qualcuno pensasse che volevo dire che basta togliere lo Stato e di colpo stiamo in Paradiso. Io ho dimostrato che meno Stato è una condizione necessaria. La frase che giustamente dici che è pesante serve a far intendere che non è necessariamente anche sufficiente.
Leonardo: Non avevo i link a portata di mano. Scusa!
Patito Psico: penso che con le gabbie salariali comincerebbe a ridursi di molto la disoccupazione. E questo garantirebbe l’indipendenza economica a molti, soprattutto giovani. Inoltre aumenterebbe la competitività del Sud. Il costo del lavoro non è l’unico indicatore di competitività, certo, ma è comunque rilevante. Infine, togliendo gli aiuti a pioggia comincerebbe a funzionare il mercato dei capitali, cosa che è una condizione necessara per lo sviluppo.
Rita: non è che non si sono messi in piedi nonostante i fondi, ma per via dei fondi (e dell’assunsione nella P.A. (Parassita Amministrazione), e per la rigidità salariale che uccide il mercato del lavoro. Politiche redistributive che non distruggano le possibilità di sviluppo si possono trovare: il problema è che amministratori e sindacati preferiscono mangiarci sopra. A giudicare dalla demenza delle politiche, per molti il Meridione è un pretesto, non un obiettivo.
D’accordo con te, in linea di principio. Credo però che il problema della criminalità organizzata sia un po’ peggio di come lo dipingi: ad esempio, negli anni ‘70 e ‘80 molti piccoli imprenditori settentrionali furono dissuasi dall’investire - senza aiuti pubblici - al Sud perchè erano sistematicamente vittima di intimidazione ed estorsione. In questo senso, secondo me viene PRIMA l’intervento dello Stato, nel senso della guerra alle mafie combattuta con mezzi efficaci, e poi l’imprenditoria privata.
In un mondo ideale, la mia misura favorita sarebbe uno scambio massiccio di studenti di medie e superiori tra Nord e Sud, in modo da creare capitale sociale con la trasmissione orizzontale di valori. Ovvio che non può avvenire per costrizione, altrimenti facciamo come la Cina di Mao, ma se proprio si vogliono usare soldi pubblici allora che li si usino per borse di studio finalizzate. E’ difficile cambiare la testa a quarantenni rassegnati, molto più semplice esporre il ragazzino meridionale a un mondo dove i voti a scuola non dipendono dal fatto d’essere figlio di uno o dell’altro caporione.
Una volta create le condizioni per il superamento della mentalità criminale, l’investimento privato verrà da sè. O per lo meno questa è la mia opinione!
Concordo.
Però vedo anche un probabile legame tra aiuti e criminalità. Non c’è bisogno di aiuti per avere criminalità: basta anche ricchezza prodotta in loco, ovviamente. Però…
Di certo se lo stato si limitasse a far rispettare la legge e magari al massimo a dare assegni ai poveri assoluti, anziché contribuire a bloccare la crescita, sarebbe meglio.
Le mafie al sud sono state sempre funzionali ai potentati massonici del nord. Per questo non sono mai state combattute veramente.
Esse hanno servito in maniera eccellente le necessità dei nostri ingordi \”fratelli\” padani grazie al ritorno finaziario dei ricavi mafiosi che attraverso le filiali bancarie \”nazionali\” (padane) hanno sovvenzionato il credito al nord.
Sono servite anche a smaltire tutta la merda prodotta dai \”civili\” imprenditori settentrionali, a perpetuare nel tempo l\’immagine sinistra di un sud tutto criminale favorendo il solo turismo al nord e a costringere a tener china la testa ai meridionali per non farli ribellare contro questo sistema \”nazionale\” discriminatorio.
Anche i finanziamenti a fondo perduto e quelli agevolati sono serviti ad ingrassare le innumerevoli imprese del nord che hanno operato nel tempo al sud per realizzare quelle opere che dovevano servire anche ad attenuare un po\’ l\’immorale gap infrastrutturale, venutosi a creare, stranamente, subito dopo l\’unità d\’Italia, tra le due parti del paese.
Piangersi addosso e dare la colpa agli altri fa sentire meglio ma non risolve i problemi. Indubbiamente le politiche italiane fanno schifo e c’è parassitismo e marciume a livelli notevoli. Ma bisogna individuare problemi specifici e proporre soluzioni specifiche, anche se, OVVIAMENTE, le soluzioni NON VERRANNO MAI APPLICATE.
A tutti i problemi d’Italia, soprattutto del Sud, aggiungo uno che non è stato considerato: la giustizia italiana non funziona. E senza tribunali non si può fare attività economica.
al Sud i voti non dipendono da chi si è figlio per il semplice motivo che al Sud i pezzi grossi se ne fottono del figlio che va a scuola
e sbagliano
in tal modo non creano una nuova generazione capace di far compiere quel salto di qualità che necessiterebbe per passare dalla gestione armata del territorio alla gestione politica dello stesso e non più da gragari di furbetti arrivisti ancora più cammorristi degli stessi cammorristi cui spesso non manca un sincero spirito altruistico e di aiuto alla popolazione
si lascia tutto inveve alla razzia politica di delinquenti egoisti capaci solo di usare la penna e la lingua (in tutti i sensi)
Rocco Chinnici, il magistrato palermitano assassinato dalla mafia il 29-07-1983, nella sua relazione sulla mafia tenuta nell’incontro di studio per magistrati organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura a Grottaferrata il 03-07-1978 così ebbe testualmente a scrivere e ad esprimersi: “Riprendendo le fila del nostro discorso, prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione, non era mai esistita in Sicilia”, e più oltre aggiunge:
“La mafia … nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”.
Ph Patico, ma se il sud ha la maggior percentuale di laureati in Italia?! Ma hai mai fatto un giro tra avvocati e notai per esempio?
A nord si nasce con la fabbrichetta di papà avviata, non serve la scuola.
Diciamo che poi vanno a lavorare a nord perché a sud è impossibile!
da: http://www.tocqueville.it/Link.....?id=258931
Padri della Patria: Liborio Romano
Se c’è un liberale del Risorgimento che meriterebbe di stare in un Pantheon, insieme ai vari padri della patria (li conoscete tutti, Cavour, Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanule Il) è certamente Liborio Romano, il grande liquidatore del Regno delle Due Sicilie.
L’uomo che mise la camorra a presidiare Napoli, ma non lo si può scrivere sui libri di storia! Altrimenti ai giovani meridionali potrebbero girare le scatole e, quando terminano le scuole, invece di andarsene a lavorare, metterebbero tutto a soqquadro.
Figlio più illustre di Patù. Primogenito di una nobile e antica famiglia dalle tradizioni liberali, completò gli studi a Lecce, si laureò in Giurisprudenza a Napoli nella cui Università fu anche professore.
Sin da giovane visse intensamente l’impegno politico frequentando gli ambienti legati alla Carboneria e diventando interprete appassionato delle più alte idealità del Risorgimento italiano, e per questo fu sospeso dall’insegnamento universitario.
Nel 1860, quando ormai con Francesco II stavano per consumarsi gli ultimi atti del Regno dei Borboni, a Napoli Liborio Romano detto “Don Libò”, era ormai conosciuto in tutti gli ambienti come il più brillante principe del Foro partenopeo.
Venne nominato prima Prefetto di Polizia e subito dopo Ministro dell’Interno e della Polizia, e si trovò nella necessità di traghettare tramite Garibaldi, il Regno di Napoli dai Borboni ai Savoia, la situazione era esplosiva, a Napoli poteva succedere di tutto.
In quel frangente il nostro Don Libò, scese a patti con la camorra locale, rimasta fino allora relegata ai margini del sistema, coinvolgendone gli esponenti di spicco nel lavoro di mantenimento della quiete pubblica.
E così avvenne: la calma e l’ordine regnarono sovrani.
Garibaldi poté giungere solo e senza armi alla Stazione ferroviaria di Napoli, accolto da Liborio Romano in persona circondato da un popolo in festa.
Nelle Elezioni politiche del gennaio 1861, le prime del Regno d’Italia unita don Liborio fu il Deputato più votato in Italia, eletto in ben otto collegi elettorali: il 20 luglio 1865 si chiudeva la sua esperienza parlamentare.
Le premesse per il futuro disastro istituzionale vi erano tutte; la calma era solo apparente.
Come al solito ai naviganti l’ardua risposta.
(Scritto da Gio da Batiorco in Italia in mezzo at 08:03)
«Il 1860 trovò questo popolo vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta.
Egli comprava e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia; tutti nella loro condizione vivevano contenti del proprio stato…Adesso l’opposto…E poi le tasse più dissanguatrici…Vedrete che, con tre successioni in una famiglia (e possono verificarsi in un solo anno, nella famiglia stessa) dall’agiatezza si balza alla mendicità.
Quanto alla pubblica istruzione, sino al 1859, era gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia. Adesso nessuna cattedra scientifica…Nobili, plebei, ricchi, poveri, clericali, atei, tutti aspirano ad una prossima restaurazione dei Borboni…».
(Conte Alessandro Bianco di Saint-Joroz, capitano di Stato maggiore piemontese)
«Spioni dell’antica polizia, uscieri, commessi di magazzino, etc., sono oggi nominati giudici, prefetti, sottoprefetti, amministratori…Un mio amico trovava installato, in qualità di giudice, un individuo che, mediante quattro carlini, gli aveva procurato reiterati convegni con una sgualdrina.
L’arbitrio governativo non ha limiti: un onesto uomo può ritrovarsi disonorato, da un momento all’altro, per la bizza del più meschino funzionario…Facendo un calcolo approssimativo, possiamo arrivare alla spaventevole cifra, per il Regno delle Due Sicilie, di 52 mila incarceramenti all’anno, di 9.400 deportati all’anno, mentre sotto l’esecrato governo borbonico il numero dei carcerati non oltrepassò i 10 mila e i deportati non arrivarono neanche a 94…Si fucila a casaccio, senza processo, senza indagini…Il reclutamento è stato definito giustamente una tratta di bianchi: si arrestano, si seviziano le madri, le sorelle di ogni presunto refrattario e su di esse si sfrena ogni libidine…».
(Conte Alessandro Bianco di Saint-Joroz, capitano di Stato maggiore piemontese)
E io che mi ero messo problemi pensando di essere andato troppo indietro nel tempo nel mio commento.
@ a L. Davvero Patrizio
la scarsa frequentazione di ambienti popolari e meridionali ti spinge a dire cose vere solo in parte
il probelama che ribadisco è che sono i cammorristi a non far studiare i figli
ciò costringe i boss a delegare terzi lupi mannari famelici più di loro e privi di quell’ equilibrio, saggezza, managerialità e senso paternalistico di protezione del popolo di cui il boss cammorista spesso è dotato
(parlo per diretta conoscenza dei fatti)
è una mezza provocazione la mia, ma non tanto
sei Mirage sig. “vento del sud” ?
…Alle unanimi affermazioni dei responsabili del nuovo Stato che auspicavano l’attuazione di un vasto piano di opere pubbliche in Sicilia non corrispondeva un preciso impegno per l’approvazione di un programma organico e razionale, capace di attuare in tempi brevi i “generosi” propositi della classe dirigente.
Le cause della cronica scarsezza delle opere pubbliche nell’Isola non erano soltanto dovute alle forti spese militari o ad altre innumerevoli necessità del paese, ma soprattutto, ad una scandalosa, quanto tollerata sperequazione nella spesa statale in rapporto alla ricchezza e al reddito delle diverse regioni, molte delle quali avevano già usufruito, nei precedenti governi, di numerose opere di pubblica utilità.
Basterà dire che tra il 1862 e il 1896 il governo investiva oltre 450 milioni per lavori di impianti idraulici nel centro-nord (dighe, acquedotti, ecc.) e soltanto 1,3 milioni in Sicilia; che nel 1878 la provincia di Trapani non conosceva ancora la ferrovia; che la linea principale prevista per l’Isola, di 1075 chilometri, avrebbe dovuto essere consegnata nel 1869, ma solo nel 1881 riusciva a raggiungere la lunghezza di 490 chilometri; che nel 1890 le ferrovie complementari siciliane erano eseguite solo per il 18%, mentre nel Settentrione della penisola erano eseguite per il 67% e nelle regioni centrali per il 46%; che veniva tollerata, nella società di gestione dei servizi ferroviari in Sicilia, la disparità di trattamento economico tra dipendenti siciliani e non siciliani, a favore di questi ultimi; che per opere di bonifiche e di sistemazione di torrenti, fino al 1884, erano stati spesi 40 milioni in tutta la penisola e solo 27 mila lire in Sicilia; che negli anni successivi la percentuale di spesa dello Stato nell’Isola arrivava appena al 2,4 % dell’intero investimento nazionale; che nel periodo post-unitario la sproporzione fra la rete stradale isolana e quella nazionale andava continuamente aumentando, nonostante in Sicilia crescesse notevolmente la rete comunale, grazie agli sforzi finanziari dei comuni; che quelle poche strade nazionali realizzate dallo Stato erano state ricavate dalla trasformazione di strade provinciali e comunali; che per le opere necessarie alla pubblica igiene e all’istruzione dell’Isola lo Stato demandava il relativo onere alle già dissestate casse degli enti locali.
(sintesi tratta da “Storia della Sicilia dal 1860″ di G. Oddo e G. DeStefano, “Realtà Siciliana” di G. Garretto, “TRe Italie” di Aristide Buffa, “Anatomia della questione meridionale” di E.Sterpa.)
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…Alla formazione del capitale liquido del nuovo regno, la Sicilia concorreva, assieme alle province del regno napoletano, con una quota pari a 443 milioni di monete su un totale di 668.
F.S. Nitti, chiedendosi dove era, intorno al 1860, la ricchezza in Italia, pubblicava il seguente quadro:
- Regno delle Due Sicilie………milioni in monete 443,2
- Lombardia……………….……milioni in monete 8,1
- Ducato di Modena…………….milioni in monete 0,4
- Parma e Piacenza……………..milioni in monete 1,2
- Roma……………………….…milioni in monete 35,3
- Romagne, Marche, Umbria……milioni in monete 55,3
- Piemonte, Liguria, Sardegna….milioni in monete 27,0
- Toscana………………………..milioni in monete 85,2
- Veneto…………………………milioni in monete 12,7
Il regno delle Due Sicilie aveva il doppio della ricchezza di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme.
Poiché le monete ritirate, in gran parte d’oro e d’argento, erano sostituite con carta moneta, i governi del nuovo regno potevano disporre di enormi riserve in metallo prezioso con cui pagare all’estero le materie prime e quant’altro occorresse a sviluppare l’industrializzazione ed il livello di vita del nord del Paese.
Grati per il “vantaggioso cambio” i siciliani cantavano, in quel periodo, “L’oru e l’argentu squagghiaru ppi l’aria, di carta la visteru la Sicilia”.
Maffeo Pantaleoni, nel 1891, provava che il Mezzogiorno d’Italia contribuiva assai più del Settentrione alle entrate dello Stato, e precisamente avendo il 27 % della ricchezza nazionale, pagava il 32 % delle imposte.
Lo stesso Nitti, nel suo libro “Nord e Sud”, calcolava che lo Stato, nel ‘900, spendeva 71,15 lire annue per ogni abitante della Liguria e solo 19,88 lire annue per ogni abitante della Sicilia.
Al fine di inserire l’Italia nel processo di industrializzazione europeo si trasformavano, infatti, le basi dell’economia centro-settentrionale da agricole in industriali, concentrando e facendo attirare i capitali dove essi potevano trovare condizioni più vantaggiose di impiego e di rendita.
Con l’unificazione del debito pubblico il nuovo Stato italiano aveva già fatto pagare al Sud gli investimenti per le infrastrutture necessarie allo sviluppo industriale del continente.
Le politiche economiche governative, poi, per proteggere i prodotti industriali “nazionali”, imponevano ai manufatti esteri altissime tariffe doganali. Ciò obbligava al consumo esclusivo di prodotti industriali “padani”, e gli enormi profitti conseguiti provocavano, ancora di più, il trasferimento di capitali dall’agricoltura alla nascente industria, con un continuo impoverimento dei proprietari e dei coltivatori di terre.
Le città e le campagne della Sicilia venivano a costituire un mercato di consumo dei prodotti industriali del Nord, alla cui invasione si opponevano solamente le ristrettezze economiche degli isolani e le difficoltà dovute alle vie di comunicazione.
Mentre nel resto d’Italia i prodotti agricoli siciliani, a causa dei forti dazi sul loro consumo e della concorrenza extraisolana, restituivano profitti scarsissimi, in Sicilia i manufatti settentrionali, protetti sempre dalle dogane italiane, conseguivano profitti altissimi.
E se ciò finiva con l’indirizzare i capitali in cerca di maggiori profitti verso le industrie continentali, toglieva allo stesso tempo all’agricoltura, soprattutto meridionale e isolana, quelle risorse indispensabili al suo sviluppo.
Se era vero che la ricchezza immobiliare siciliana superava, fino al 1890, quella industriale del Nord, era pur vero che l’unico risultato conseguito era quello di attirare su di sé un’ingente massa di tributi, che si risolvevano inevitabilmente nel potenziamento dell’economia industriale settentrionale.
Per questo motivo il Colajanni affermava che le tariffe del 1887 avevano consentito la creazione dell’industria italiana, a danno interamente dell’agricoltura del Meridione e delle Isole.
(sintesi tratta da “Storia della Sicilia dal 1860″ di G. Oddo e G. DeStefano, “Realtà Siciliana” di G. Garretto, “TRe Italie” di Aristide Buffa, “Anatomia della questione meridionale” di E.Sterpa.)
…In conseguenza dell’unificazione finanziaria, la Sicilia, nel giro di pochissimi anni, era sottoposta ad un peso fiscale così ingente da comprometterne quasi totalmente e definitivamente ogni possibilità di sviluppo economico e sociale.
Al contrario, sotto i borboni, come acutamente riferiva P. Carcano in “Cinquant’anni di storia italiana” (1911), l’Isola non si era trovata mai “menomamente travagliata da tutto quell’insieme di balzelli” ai quali era andata incontro dopo la sua unificazione all’Italia, né “da tutte le gravi addizioni in pro delle province e dei comuni”, ne dai dazi di consumo governativi, dalle imposte di successione, ed, in generale, sugli affari, e “godevasi della esenzione dalla coscrizione, ciò che, per quanto nocivo dal riguardo politico, era nondimeno un conforto per il povero…”.
Liberata per un po’ dalla tassa sul macinato, nel 1868, la Sicilia, come le altre regioni d’Italia, tornava ad essere gravata da quell’impopolare tributo, in odio al quale si erano mossi a combattere assieme a Garibaldi i ceti più poveri dell’Isola.
Intorno al 1876, la Sicilia pagava :
- più di nove milioni per imposte sui terreni;
- più di otto milioni per imposte sui fabbricati;
- più di nove milioni per imposte sul macinato (un settimo
del totale percepito dallo Stato);
- undici milioni per imposte sugli affari;
- dieci milioni per imposte sul lotto;
- otto milioni per imposte sui tabacchi (pagate per
l’estensione all’isola del monopolio di Stato);
- circa dieci milioni per imposte sul registro e sul bollo.
Il tutto per un valore complessivo che corrispondeva all’incirca alla decima parte degli introiti totali dell’erario italiano.
Poiché l’imposta sui terreni colpiva l’estensione piuttosto che l’effettivo reddito della proprietà, ne derivava che il proprietario terriero in Sicilia pagava, a parità di estensione, le stesse tasse di quello del continente, ma con un reddito agricolo molto minore per la scarsa produttività dei terreni.
Sul reddito agrario e in genere su quello di tutta la proprietà fondiaria gravavano anche le tasse sugli affari, sul registro e sul bollo.
Nel 1862, con la legge Corleo, tutti gli atti di censuazione che sotto il regime borbonico erano tassati in maniera lievissima, venivano gravati della tassa piemontese sul registro e sul bollo che essendo fissa ed oscillante, secondo gli affari, da un minimo di L. 0.85 a L. 3.40, danneggiava le piccole contrattazioni per le quali non era prevista una tassa proporzionalmente esigua.
In tal modo la tassa di registro che nel 1860 toccava appena i due milioni, nel 1897 raggiungeva i diciannove milioni (con una svalutazione, nello stesso periodo, da 1 a 4 ).
Anche l’imposta sui fabbricati colpiva più fortemente la Sicilia poiché la popolazione contadina, che nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale si avvantaggiava della esenzione fiscale accordata al caseggiato rurale, nell’Isola viveva nei paesi o alla periferia delle città, rinunciando ad abitare in campagna per la mancanza di acqua, strade, sicurezza, difese contro la malaria e di agi civili anche minimi.
Aggiungasi che l’imposta applicata alla proprietà immobiliare e fondiaria isolana derivava da un catasto le cui operazioni d’aggiornamento, mentre nella parte continentale del regno borbonico si erano svolte tra il 1808 e il 1818, in Sicilia erano state avviate tra il 1835 e il 1858, cioè in un periodo in cui il valore dei terreni si era quasi raddoppiato. Per tale motivo i borboni avevano stabilito per la Sicilia un’aliquota fiscale pari alla metà di quella applicata nel napoletano.
L’amministrazione finanziaria italiana, ritenendo invece che l’Isola pagasse meno del Napoletano, ne aumentava inesorabilmente l’aliquota.
L’agricoltura isolana veniva in tal modo colpita nel suo patrimonio territoriale da imposte molto più pesanti dello stesso meridione d’Italia, imposte che non esercitavano alcun peso sul prezzo dei prodotti agricoli che restavano bassi, a differenza di quelli industriali del Nord che, protetti sempre dai governi nazionali, consentivano ai produttori di rivalersi delle tasse sul compratore.
La legge del 1877 sulla revisione del reddito imponibile dei fabbricati deludeva ancor di più le aspettative dell’Isola, poiché si trasformava in un’esosa operazione finanziaria dello Stato che apriva la via ad un generale aumento dell’imposta, fino al doppio e al triplo di quella precedente.
In segno di protesta molti siciliani mandavano al prefetto le chiavi delle loro case, mentre nelle campagne un gran numero di piccoli proprietari cominciava ad abbandonare le proprie terre.
L’imposta sul macinato aumentava in maniera crescente procedendo da Nord verso il Sud d’Italia e le Isole per il tipo di alimentazione delle popolazioni meridionali, basato soprattutto per ragioni climatiche ed economiche, sul consumo di pane e pasta. Incredibilmente, tra il 1876 e il 1880, era concessa dallo Stato una riduzione della tassa sul macinato dei bassi cereali come il mais, l’orzo, etc., notoriamente coltivati e consumati nel settentrione d’Italia (polenta e pane d’orzo).
Alle tasse sui consumi (dazio-consumo), sulla famiglia (focatico), ricadenti soprattutto sui ceti agricoli meno abbienti che risiedevano entro la cinta daziaria, si aggiungevano quelle sul bestiame e sulle successioni, e a tutte si sovrapponevano le tasse comunali e provinciali.
La diffusa impossibilità a pagare le numerosissime imposte causava la scomparsa di moltissimi piccoli poderi.
Ai contadini isolani, anche per misere cifre dovute all’erario, veniva tolta la terra che costituiva per loro l’unico mezzo di sostentamento e che il governo nazionale si era impegnato, con molte promesse, a distribuire. Nella sola provincia di Caltanissetta, tra il 1883 e il 1893, si contavano 16.662 espropriazioni da parte del demanio. Succedeva, poi, che lo Stato, non riuscendo a vendere subito i terreni alle aste, provocava il loro abbandono, con un ulteriore danno per l’agricoltura siciliana.
(sintesi tratta da “La Storia Proibita” di vari autori, “Storia della Sicili” di S.Correnti, “Quel che si pens in Sicilia” di L. Cosmerio, “Storia della Sicilia dal 1860″ di G. Oddo e G. DeStefano, “Realtà Siciliana” di G. Garretto, “TRe Italie” di Aristide Buffa, “Anatomia della questione meridionale” di E.Sterpa.)
…Nel 1867 una nuova legge disponeva l’incameramento e la conseguente liquidazione di tutto il patrimonio fondiario della Chiesa che in Sicilia raggiungeva i due terzi dell’intera proprietà terriera.
Il provvedimento aveva nell’Isola effetti molto diversi da quelli del resto d’Italia in quanto, per il particolare passato politico di Regno indipendente della Sicilia, la proprietà della Chiesa, risalente sino al tempo dei Re normanni, si era andata accrescendo nei secoli, anche per i “lasciti” di numerose case patrizie, ed aveva raggiunto una estensione di gran lunga superiore a quella delle altre regioni. L’enorme ricchezza che ne derivava consentiva, inoltre, alle Congregazioni religiose di dare ogni sorta di assistenza alle classi meno abbienti delle città e delle campagne.
In breve tempo l’Isola vedeva sparire l’immenso patrimonio sul quale vivevano migliaia di famiglie.
E se da un lato cresceva sempre più forte l’opposizione politica e clericale, dall’altro si creava un grave motivo di disordine civile e morale con lo scioglimento delle corporazioni religiose e l’accaparramento da parte dello Stato di tutti i loro beni.
La vendita dei beni della Chiesa gettava sul lastrico migliaia di persone che avevano basato le loro attività sulla conduzione delle proprietà ecclesiastiche ed accresceva enormemente la generale miseria, anche in conseguenza del venir meno dell’assistenza sociale fornita dagli ordini religiosi secolari e regolari.
Dal punto di vista economico la Sicilia veniva a comprare dallo Stato i propri beni, in gran parte donati alla Chiesa dal popolo siciliano o dalle autorità che lo rappresentavano, e dei quali il lavoro dei siciliani aveva fatto aumentare il reddito ed il valore.
Poiché i compratori, lusingati anche dalla falsa promessa governativa di essere esentati dal pagamento delle imposte fondiarie fino al 1880, investivano quasi tutte le loro disponibilità finanziarie nell’acquisto dei terreni, si ritrovavano senza più denaro per poter pagare le migliorie agricole e i salari ai propri braccianti, con conseguenze disastrose per la sopravvivenza di un numero incalcolabile di famiglie. Le susseguenti rivolte contadine innescavano quel sistema di consorterie mafiose che si poneva a difesa delle prerogative e dei privilegi dei grossi proprietari terrieri.
La vendita dei beni ecclesiastici incamerati e del demanio “antico”, unitamente a tutte le rendite dei beni ecclesiastici censiti, fruttava allo Stato, nel corso di qualche decennio, l’incredibile somma di quasi 800 milioni di lire (più di centomila miliardi di lire attuali).
Quest’enorme massa di denaro, proveniente dalle professioni liberali, dall’agricoltura latifondista, dalle industrie e dai commerci più attivi di quel periodo in Sicilia, veniva a mancare al potenziamento e allo sviluppo delle aziende e delle imprese esistenti, poiché impiegata nell’acquisto di altra proprietà rurale, peraltro meno redditizia.
In cambio lo Stato non dava niente alla Sicilia, anzi, dal quarto della rendita dei beni ecclesiastici concessi in enfiteusi, dovuto per legge ai comuni isolani, faceva tutte le possibili detrazioni, al punto che le amministrazioni comunali non avevano più nulla o quasi con cui soddisfare, come la stessa legge prevedeva, le pubbliche necessità come quelle dell’igiene e della istruzione popolare gratuita.
Alcuni comuni, di contro, si ritrovavano debitori verso lo Stato delle poche anticipazioni già riscosse.
Ha scritto, giustamente, Aristide Buffa in “Tre Italie”, ESA editrice, 1961: “I danni esercitati dalla vendita dei beni ecclesiastici…furono incommensurabili e hanno i loro effetti fino ad oggi…”; i soldi ricavati, “…se spesi nell’Isola, l’avrebbero trasformata in uno dei paesi più progrediti del tempo…ma allora urgeva la costruzione delle ferrovie nel Piemonte e nell’Alta Italia, per cui, praticamente, al dissanguamento della Sicilia corrispose la creazione, a nord del Po, dell’ambiente adatto per l’impianto delle nuove industrie…”
Furono le stesse autorità di governo, con Quintino Sella, ministro delle finanze, ad ammettere, poi, candidamente che: “occorreva confiscare e vendere i beni degli Ordini monastici della Sicilia per rassodare il bilancio dello Stato e colmare il deficit di 625 milioni”, e ad annunziare trionfalmente, nel 1876, per bocca del Minghetti, il pareggio del bilancio.
(sintesi tratta da “La Storia Proibita” di vari autori, “Storia della Sicili” di S.Correnti, “Quel che si pens in Sicilia” di L. Cosmerio, “Storia della Sicilia dal 1860″ di G. Oddo e G. DeStefano, “Realtà Siciliana” di G. Garretto, “TRe Italie” di Aristide Buffa, “Anatomia della questione meridionale” di E.Sterpa.)
Se volete, possiamo continuare…
@ Patico
il che non confuta quel che ho scritto e che risulta dalle statistiche.
Allora diciamo ai mafiosi di far studiare i figli e poi, come avevo proposto su IHC, diamo il sud in gestione direttamente alla mafia e chiudiamo questa storia dei trasferimenti da Roma.
almeno saremmo amministrati da una sola mafia….