Le assicurazioni italiane crescono poco e rendono ancora meno per i loro azionisti. Strategie discutibili, mezzi trasformismi e crisi matrimoniali in un settore ammalato di immobilismo
Un po’ perché è la settimana giusta, un po’ perché è la logica conseguenza di quello che abbiamo detto sulle banche, è ora di accendere le luci della ribalta in questi giorni sulle assicurazioni. Le Generali ovviamente, ma anche lo stuolo delle ancelle della polizza che le fanno da corona e ne seguono il destino. L’analisi più giusta l’ha fatta, come spesso gli accade, Alessandro Penati un mese fa su Repubblica:
“La questione centrale è se Geronzi diventa presidente di Generali. Quale sia la sua visione del futuro del settore assicurativo (che dovrà affrontare un decennio con rischi in crescita, e rendimenti reali quasi nulli), dei rapporti col sistema bancario, o come intenda cambiare governance o gestione dell’azienda, nessuno lo sa, e non importa più di tanto: neanche ai “grandi” soci, imprenditori e banche, ai quali l’investimento in Generali interessa, evidentemente, per ragioni diverse dalle fortune del titolo in Borsa (salvo poi lamentarsi della scarsa considerazione del mercato per Generali).”
PARENTESI – Una volta tanto quello che è scritto nella parentesi è più importante del resto: “rischi in crescita e rendimenti reali quasi nulli”. Il crollo dei valori dei titoli finanziari e immobiliari ha colpito le assicurazioni europee molto meno delle banche (piccolo segnale che una regolazione più stretta ha un effetto reale sull’entità dei rischi assunti dagli operatori finanziari), ma le conseguenze sono uguali per tutti: tassi d’interesse bassi e prospettiva dei ritorni sull’azionario e sull’obbligazionario molto incerta, per la prima volta anche in una prospettiva di lungo termine. Dunque la corsa in questo settore tornerà ad essere ancorata alla produzione “reale” (leggi vendita di polizze)
e meno sulla capacità di gestire il risparmio e i patrimoni. Il maggior peso della forza vendita e riscossione dei premi dovrebbe favorire chi opera nel mercato italiano, la finanziarizzazione d’altronde ha interessato soprattutto i grandi colossi Allianz e Axa. Solo che nel frattempo il Leone ha perso qualche artiglio di troppo.
THE LION SLEEPS … – Come faceva notare un’interessante analisi di Mf del 20 marzo scorso, Generali ha aumentato sia la raccolta complessiva che quella netta (la differenza tra polizze chiuse e quelle nuove) molto di più dei concorrenti internazionali, pur partendo da un fatturato più basso: 70 miliardi contro i 90 di Allianz e i 97 di Axa. Eppure nonostante il sostegno di soldi “veri” dei clienti (che al momento contano di più dei patrimoni di dubbia valutazione), la compagnia italiana ha ridotto il risultato operativo, mentre gli altri lo hanno aumentato. La gestione tecnica (costo dell’acquisizione dei clienti, redditività delle polizze, costi di struttura) sono tutti peggiori della media dei grandi d’Europa. La strategia degli amministratori delegati Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot sta mostrando i suoi punti deboli proprio ora che dovrebbe portare i suoi frutti. La crescita internazionale a Trieste doveva differenziare il rischio e non servire disegni imperialistici, l’allergia per le avventure finanziarie doveva dare alla società una forza relativa maggiore proprio quando i concorrenti pagavano il prezzo della speculazione. Invece Generali è cresciuta meno degli anni di boom e in quelli di crisi si rivela meno flessibile e reattiva. Più che prudenza questo si chiama immobilismo. Le capitalizzazioni di Borsa raccontano molto bene questa difficoltà, anche se il peso del rapporto incestuoso con Mediobanca è un ulteriore fattore di sconto sul titolo.


