Cultura

Il profeta

24 marzo 2010

Con i consueti mesi di ritardo rispetto al resto del mondo (però abbiamo battuto il Brasile!) esce anche in Italia un altro fiammante esempio di epic crime drama, un genere che conta tra le sue fila opere come Scarface, Il padrino e compagnia bella…

Appartenere a una famiglia del genere porta inevitabilmente attenzione. Ci si sente sulle spalle un peso assai pesante e si vuole in tutti i modi ripagare lo spettatore di questo carico di attenzione. Jacques Audiard, il regista del film, ha nella sua storia un carico misto di dubbi e fiducia. Gli ultimi due film da lui diretti sono infatti piuttosto altalenanti: si va dal buono ed emozionante De battre mon coeur s’est arrêté (titolo con un’insensata traduzione in italiano) fino a risalire a Sulle mie labbra, un banale thriller con pochi spunti malamente sviluppati. Non c’è però solo Audiard dietro il sipario: questo profeta può vantare svariati padri, il cui tocco è importante e facilmente riconoscibile sulla scena. Si vanno dalle influenze di Abdel Raouf Dafri, scrittore dell’epic crime drama a cui questo profeta deve di più come impostazione narrativa: Nemico pubblico n°1 (distribuito in due parti e interpretato da Vincent Cassel, da non confondere col film quasi omonimo di Mann). Terzo e ultimo padre (che vacca questa madre!) è Nicolas Peufaillit, la cui consulenza all’horror La Horde è riconoscibile anche in questa pellicola. Cosa può venir fuori da così tante fonti tutte dotate di una certa personalità? Di sicuro nulla di anonimo, anche se questa non è una garanzia nè nel bene nè nel male.

MALIK EL DJEBENA – Il profeta narra sei anni della vita di un ragazzo arabo, Malik. Questi sei anni sono per lui molto importanti e cominciano con la sua maggiore età. Nell’incipit vediamo Malik entrare nel carcere accompagnato dall’avvocato. I sei anni successivi sono l’entità della sua condanna. Non vengono spese molte parole sul suo passato, sul perchè Malik si trovi all’interno di un carcere diviso tra arabi e corsi. Il motivo è che di Malik ci interessa soprattutto il presente e il futuro. Aggredito dai soprusi di un ambiente violento e inospitale, il ragazzo trova protezione nel gruppo di terroristi corsi che lo disprezzano ma hanno bisogno di lui per alcuni lavori sporchi. Piano piano, come nei classici stilemi dell’epic crime drama, Malik vede crescere la sua importanza in questo gruppo, fino a vedersi assegnati lavori sempre più importanti. E a cominciare con uno zingaro anche delle attività in proprio. La domanda che sottende tutte le vicende è: come uscirà Malik da questi sei anni di vita?

O’ MALACARN E’ NU GUAPP ‘E CARTON – Sebbene appartenente al genere di film sopra citati, Il profeta assomiglia molto più da vicino al primo (e migliore) film di Tornatore: Il Camorrista. Ne riprende infatti l’ambientazione carceraria e una certa attenzione a qualcosa che spesso l’epica trascura: il realismo. Tale realismo viene ricercato, tra le altre cose, nella presentazione dei personaggi. Attorno al nostro profeta stanno moltissimi altri criminali, non c’è un protagonismo assoluto nè dei caratteri troppo distinti. Non esistono maschere, ma persone, con i loro difetti e manie bieche. Ma solo abbozzate, presentate in maniera incompleta. Perchè nella realtà nessuno viene introdotto da preamboli e dialoghi di presentazione. In questo non si possono avanzare critiche alla pellicola, che sceglie volutamente l’abbozzo dei suoi personaggi. Se critiche se ne vogliono muovere, queste devono risiedere in una forse troppo prolungata e diluita durata: data la mancanza di necessità di tanti preamboli non si comprende a fondo perchè dedicare così tanto spazio anche ad aspetti trascurabili. In questo è l’influenza di Dafri a farsi sentire: abituato all’amplissimo respiro che Jacques Mesrine del suo nemico pubblico gli permetteva, non ha saputo trovare un buon modo di declinare l’epica di Malik.

2 commenti a Il profeta

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