Esteri

L’Obamacare è storia

22 marzo 2010

La riforma sanitaria è finalmente approdata sulla scrivania di Obama, pronta per essere introdotta nella legislazione americana. Dopo una lunga traversia ed una corsa all’ultimo voto, la Camera dei Rappresentanti ha approvato la legge già licenziata del Senato, inviando al contempo alla Camera Alta la misura di correzione al testo proposta da Obama per risolvere le contraddizioni tra i due articolati.

IIl lungo e travagliato percorso dell’Obamacare non poteva che concludersi con una rincorsa all’ultimo voto. La leadership democratica ha recuperato un po’ di dissidenti di novembre, quando 38 democratici si schierarono contro la prima versione della riforma sanitaria. Il difficile lavoro di recupero si è però scontrato con nuovi Rappresentanti intenzionati a bocciare il testo del Senato, e i 219 voti necessari a passare l’Obamacare sono arrivati nella classica zona Cesarini. Pelosi ed Obama hanno preferito trattare con il blocco di Stupak, una mezza dozzina o poco più di più di Rappresentanti antiabortisti, che avevano votato a favore del primo testo solo grazie ad un emendamento che vietava il finanziamento federale delle pratiche abortive. La riproposizione di un simile vincolo al testo del Senato avrebbe fatto deragliare la riforma, ma un accordo è stato trovato grazie ad un regolamento presidenziale, l’Executive Order, che ribadirà i principi enunciati nel precedente emendamento Stupak. Una soluzione che permette di trovare una copertura ai democratici antiabortisti che hanno votato a favore della riforma, ma che è sicuramente meno stringente di un emendamento alla legge, così che anche il numeroso fronte pro choice, maggioritario tra i Dems, non debba temere per la tutela del diritto alla scelta delle donne.

PROSEGUE AL SENATO - La firma di Obama non esaurisce il percorso della riforma , anche se è ormai legge la copertura sanitaria di più di 30 milioni di americani, il maggior ampliamento del Welfare State statunitense degli ultimi 40 anni. Va ora al Senato il testo proposto dalla Casa Bianca, la conciliazione tra gli articolati delle due Camere che potrà essere approvato con la più semplice procedura di riconciliazione, che permette di superare l’ostruzionismo abbassando il quorum alla maggioranza semplice. Più di 50 senatori democratici si sono impegnati ad approvare il testo passato alla Camera, mentre rimarrà aperta la polemica sulle linee guida che il ministero della Salute darà sui finanziamenti alle pratiche abortive. L’Executive Order è vago, e ripete ciò che è già presente nella legislazione statunitense. I repubblicani nel frattempo minacciano tuoni e fulmini contro l’Obamacare, ma nella storia americana nessun ampliamento del Welfare, Social Security così come Medicare, è stato mai cancellato nonostante l’iniziale opposizione del Gop, che quando è tornato al potere ha sempre amministrato l’eredità sociale lasciata dai liberal.

IL DESTINO DI UNA PRESIDENZA - In poco più di un anno Obama ha realizzato ciò che nessun presidente americano, e democratico, ha mai ottenuto. La copertura sanitaria (quasi) universale è già ora il lascito più importante della sua Amministrazione, e al di là dell’enorme difficoltà con la quale questo obiettivo è stato raggiunto, la portata storica di questo voto è subito evidente. Il presidente ha dimostrato una grande capacità di reazione nell’ultimo mese, imponendo tempi ristretti e obiettivi concreti ai legislatori democratici. Dopo l’iniziale caos seguito alla clamorosa batosta in Massachusetts, Obama ha svolto quel ruolo di leadership parzialmente mancata nei mesi precedenti. L’aver lasciato al Congresso ampio spazio di manovra ha indubbiamente reso più difficile, e impopolare, il percorso della riforma, ma nell’ultimo mese il presidente ha chiarito il destino della sua Amministrazione. La probabile sconfitta alle midterm e il tonfo nella roccaforte liberal del Massachusetts avrebbero consigliato cautela e forse l’abbandono della riforma sanitaria, ma Obama è rimasto coerente con le promesse della campagna elettorale. Nel controverso elogio di Reagan enunciato al Reno Gazette-Journal a inizio 2008 il candidato Obama promise di essere una figura capace di trasformare lo scenario della politica americana, cambiando la traiettoria di direzione del Paese. L’introduzione di una copertura sanitaria universale rappresenta quella svolta, la rivincita del liberalism dopo decadi di sottomissione ideologica. L’Obamacare potrebbe anche costare molti voti, e alcuni commentatori conservatori già rimarcano l’analogia col biennio progressista di Lyndon Johnson, che portò al riconoscimento dei diritti politici e civili dei neri e all’intervento statale nella sanità per anziani e poveri, ma che fece implodere la coalizione sociale del New Deal che aveva vinto la maggior parte delle elezioni dei 40 anni precedenti. Ma nel 2010 nessun politico americano si sogna di togliere il diritto al voto dei neri oppure a cancellare Medicare, dimostrazione che il metodo di misurazione migliore degli interventi legislativi non è certo l’elezione successiva. Obama ha deciso di guardare oltre il vantaggio immediato – probabilmente la riforma sanitaria danneggerà i democratici nel medio termine – e ha scommesso su un progetto capace di migliorare la società americana. La storia sarà il giudice di questo tentativo, una sorte che non tocca a molti presidenti.

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