L’annuncio sulla Bbc: il governo cinese ha deciso di dare l’ultimatum a Google, il quale non conferma né smentisce. In ogni caso l’annuncio ufficiale dovrebbe arrivare lunedì. L’addio dovrebbe avvenire il 10 aprile. La fonte primaria sono i media cinesi, dopo le polemiche tra Pechino e il gigante di Mountain View sulla censura e sulla pirateria contro gli indirizzi di posta gmail degli attivisti per i diritti umani. Il China Business News ha citato fonti locali secondo cui lunedi’ saranno anche annunciati gli indennizzi per lo staff cinese.
L’azienda californiana non ha mai rimesso in discussione la propria posizione, dopo gli attacchi hacker. Il governo ha già invitato le società cinesi che operano con Google a trovare alternative, il motore di ricerca occupa il 38% del mercato cinese. Google ha cercato di inserirsi nel crescente mercato della rete cinese da molto tempo. Ha iniziato entrando dalla porta sul retro, per non destare troppo scalpore, acquisendo una piccola percentuale (il 2,3 per cento) della società Baidu, uno dei motori di ricerca più usati in terra cinese. Era giugno 2004, e Mountain View si liberò delle sue azioni solo 2 anni dopo, per lanciare il suo google.cn. L’affare fruttò comunque 55 milioni di dollari.
Dal 2006 alla fine del 2009 il rapporto tra il gigante delle ricerche globali e il governo cinese ha avuto diversi alti e bassi. Google si è allineato dietro i filtri cinesi nonostante le critiche e le proteste delle associazioni occidentali, anche durante le Olimpiadi. Insomma anche per gli autoproclamati paladini della rete libera, Larry Page e Sergey Brin, business is business, as usual. La partita economica ben valeva il sacrificio delle libertà di opinione. Ma ad un certo punto le richieste cinesi si devono esser fatte sempre più pressanti, e Google deve aver iniziato a dire qualche no.
L’inizio del 2010 viene segnato da un attacco informatico partito dalle università cinesi verso diverse società statunitensi. Google denuncia il tentativo (a quanto pare fallito), almeno secondo il portavoce di Google) di rubare i contenuti delle lettere elettroniche di potenziali nemici di Pechino. L’azienda di Mountain View risponde con una critica pubblica, un appello alle autorità americane, ma soprattutto – per alcune ore finché il governo cinese non ha preso le sue contromosse – ha tolto i filtri di ricerca rendendo disponibili informazioni, immagini e testi di tutte quelle notizie che fanno parte della lista nera cinese, dagli accadimenti di piazza Tienanmen alle notizie sul Dalai Lama o sulla “setta” Falun Gong.
I dirigenti di Google stanno trascorrendo ultimamente molto tempo in aule di tribunali: a parte il caso comico italiano (se non ci fosse una condanna penale), i problemi sono sempre di violazioni della privacy, e l’immagine del motore di ricerca come “buono” e antitetico al mostro Microsoft si stava sempre più erodendo. Lasciare la Cina significherebbe perdere tanti soldi, ma allo stesso tempo con questa mossa a Mountain View torneranno a cavalcare l’onda del consenso popolare. Rifarsi un’immagine ha il suo costo, esattamente come per la chirurgia estetica.





















