di Dario Ferri (Dario)
postato alle 09:07 del 9 Maggio 2008 in EconomiaTorna alla home

Ecco la nuova mappa di chi conta nell’Italia del Berlusconi IV. I poteri forti si riposizionano con il nuovo governo. Il primo banco di prova è Alitalia. Poi ci sono le infrastrutture.

Il ritorno al governo è datato 13 aprile del 2008, ma la vera svolta, quella che corona una vita di successi, è arrivata per Silvio Berlusconi qualche mese prima. Il 14 dicembre 2007 i soci di Mediobanca – su spinta di Cesare Geronzi e dei francesi di Bollorè e Ben Ammar – hanno accolto Fininvest nel patto di sindacato della merchant bank. E da allora anche il Biscione, con il signore delle televisioni per il quale Cuccia “usava termini impronunciabili”, è entrato nella mutualità del capitalismo a debito italiano.

POTERI FORTI? - Come insegnano le recenti vicende di Marco Tronchetti Provera, se un membro del club finisce sotto attacco, scatta un cordone di sicurezza per evitare che ne risenta tutto il sistema. Tanto che c’è chi dice che con il socio di Mediobanca a Palazzo Chigi, il conflitto d’interessi è destinato a decuplicare. Il Berlusconi del 1994 prometteva la rivoluzione liberale (e doveva difendere le sue aziende), quello del 2008 deve evitare di essere travolto dalla crescita zero e dalla monnezza napoletana. E con lui il Paese. Dal canto loro i poteri forti – residui del capitalismo familiare, ex new comers del mattone che hanno scoperto la finanza, banche e assicurazioni uniche detentrici della liquidità – hanno problemi non da meno. Intanto i loro referenti politici – la vittoria di Alemanno a Roma è stato l’ultimo colpo – sono stati spazzati via. E poi bisogna concludere l’estenuante processo di riorganizzazione, imparando a competere all’estero e nel contempo difendere le proprie rendite di posizione (il mercato interno) dagli stranieri. Ci sono gli spazi perché queste due debolezze (politica ed economica) trovino un equilibrio per convivere e fare affari assieme.

POTERI A DEBITO! - Così i soliti poteri a debito potrebbero ottenere quello che Prodi aveva rifiutato al banchiere in fila per le primarie (Corrado Passera), alla tessera numero uno del Pd (Carlo De Benedetti) o al raider dalemiano (Roberto Colaninno) : mettere piede alla Magliana a un prezzo conveniente, garantirsi la pax sindacale eppoi, dopo un tournaround non troppo lungo, rivedere sul mercato una compagnia risanata e intascare una forte plusvalenza. Allora non deve sorprendere che persino Marco Fossati – estensione finanziaria di Giovanni Bazoli – abbia promesso a Bruno Ermolli una fiche al pari degli “amici” Marco Tronchetti Provera, Salvatore Ligresti o Ennio Doris. E il pressing del Cavaliere su Alitalia avrebbe fatto la gioia anche dei Benetton: indipendentemente da un loro intervento nella cordata tricolore, a Ponzano Veneto sono molto preoccupati per l’eccesso di voli che lo smantellamento di Malpensa ha fatto registrare a Fiumicino. Aeroporto, controllato attraverso l’Adr e vicino al collasso, che già l’anno scorso ha rischiato di perdere la concessione dell’Enac.

UN PRESIDENTE OPERAIO - Ma tra Ponzano e Arcore il feeling potrebbe rafforzarsi grazie a Sintonia: cassaforte del gruppo con una potenza finanziaria da 10 miliardi di euro per le infrastrutture, dopo l’affaire Autostrade-Abertis ha deciso di guardare soltanto all’estero. Bene, una leva per fare cambiare idea a veneti potrebbe essere la ridefinizione della convenzione autostradale, rimasta in sospeso dopo i tanti tira e molla di Antonio Di Pietro. Proprio le infrastrutture diventano il luogo d’incontro naturale tra politica e affari. Anche senza scomodare il Ponte sullo stretto o l’Expo 2005, in Italia la autostrade sono cresciute un quinto rispetto alla media Ue; le ferrovie sono inferiori di un terzo rispetto alle necessità dei passeggeri. Per i signori del mattone e della logistica (Gavio, Ligresti, i Romano, i Rocca, Toto, fino all’Impregilo e Astaldi) ci sono prospettive per un grande business. Se ci fossero i soldi.

CHI METTE I SOLDI? - Così è necessario bussare alle porte di chi ce l’ha. Innanzitutto le banche, che aspettano da Tremonti nuove regole per rendere meno onoroso il project financing. E su questo versante Passera (SanIntesa) e Fabrizio Palenzona (Unicredit) hanno già mandato segnali concilianti. Oppure le Fondazioni, che chiedono di non alzare la tassazione sulle rendite e di rivedere i limiti di investimento in relazione alla raccolta. Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri e che nel 2001 Berlusconi voleva sostituire alla Cariplo con Ermolli, non esclude di mettere una fiche per Alitalia. Eppoi ci sono le assicurazioni. Fabio Cerchiai, leader dell’Ania, pretende che il nuovo governo faccia saltare le liberalizzazioni di Bersani (fine dell’agente monomandatario e obbligo di trasparenza sul prezzo testa). E sembra di sentire Generali, dove i francesi di Bollorè non vogliono scossoni. In cambio – e non la prima volta che Cerchiai lo dice – si è pronti a mettere sul piatto i 3mila miliardi di euro che il settore ha in pancia e di garantire all’Italia quegli “investitori istituzionali” che le mancano.

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