Ispra: al capolinea l’autonomia della ricerca ambientale
19/03/2010 - Se passasse il regolamento in discussione alle Camere così come è stato presentato, al ministro Prestigiacomo sarebbero affidati non solo i poteri di controllo gestionale, ma anche quelli di indirizzo scientifico. E fine dell’indipendenza dei ricercatori In Italia la ricerca
Se passasse il regolamento in discussione alle Camere così come è stato presentato, al ministro Prestigiacomo sarebbero affidati non solo i poteri di controllo gestionale, ma anche quelli di indirizzo scientifico. E fine dell’indipendenza dei ricercatori
In Italia la ricerca ha pochi soldi e rischia di essere anche senza autonomia, almeno quella ambientale. Sarà questa la conseguenza del decreto governativo n.193, attualmente in
discussione alle commissioni parlamentari, che contiene lo schema di regolamento per l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), ente nato nel 2008 dalla fusione dei tre preesistenti, vigilati dal Ministero dell’ambiente (ICRAM, INFS, APAT), che nelle dichiarazioni del ministro Stefania Prestigiacomo doveva avere una mission volta a migliorare la tutela e la salvaguardia dell’ambiente in Italia, ma oggi con questo regolamento vedrebbe cancellate tutte le sue caratteristiche di autonomia, sia dal punto di vista scientifico che da quello gestionale e contabile, garantite tra l’altro dall’articolo 33, sesto comma, della Costituzione, nonché dalla Carta europea dei ricercatori.
IL TETTO CHE SCOTTA – “Dopo la battaglia sul tetto dell’Ispra e la nostra vittoria, per quanto parziale – dice Massimiliano Bottaro, ricercatore precario dell’Istituto e candidato alle elezioni regionali del Lazio come indipendente nelle liste del Partito democratico – la prima speranza che avevamo, al di là dell’ovvio obiettivo di salvare i nostri posti di lavoro (e sappiamo che alcuni colleghi ad oggi ancora non hanno firmato il rinnovo) era che all’ISPRA, il più importante istituto pubblico che si occupa di ricerca e controllo ambientale, si cambiasse finalmente registro, tornando a svolgere le nostre attività a favore della collettività, valorizzando le professionalità, non solo quelle precarie ma anche chi non si rassegna a stare dietro una scrivania, quando dovrebbe fare ben altro: invece il regolamento in discussione alle camere cancella completamente l’autonomia della ricerca, rendendo l’Istituto una semplice succursale del ministero dell’ambiente, che deciderà tutto, dalla nomina del consiglio di amministrazione e del presidente alla loro revoca, fino all’entità e la distribuzione dei finanziamenti all’Ispra”.![]()
CENTRO DI GRAVITÀ – Contraddizioni che non sono sfuggite ai membri delle commissioni parlamentari ambiente e bilancio, che in questi giorni stanno esaminando il testo per dare il loro parere. A criticare il regolamento non è stata solo l’opposizione ma gli stessi relatori di maggioranza, Giuseppe Marinello e Roberto Tortoli: il primo ha chiesto che il provvedimento affronti in modo “più adeguato il problema il problema della confluenza nell’Istituto di personale proveniente da enti diversi e con profili diversi, per evitare il rischio di contenziosi che potrebbero avere effetti finanziari negativi sul suo futuro” e ha anche sottolineato il problema di un forte accentramento interno, in capo al presidente e al consiglio di amministrazione, sia per quanto riguarda l’indirizzo politico che quello gestionale, anche se il problema è soprattutto quello di un vero e proprio “asservimento” dell’ISPRA al ministro di turno, visto che quest’ultimo proporrà il presidente e nominerà tutti i membri del Cda, il collegio dei revisori dei conti e ben sei membri (su 7) del comitato scientifico.
SUPERPOTERI – Una procedura inedita – come denunciato in una lettera ai parlamentari dal sindacato di base Usi – Rdb Ricerca, visto “che in tutti gli altri Epr il Cda rappresenta una pluralità di tematiche scientifiche, per cui in ISPRA servirebbero esperti provenienti dal ministero dell’Università e della Ricerca, dal MIPAF e dalla Conferenza Stato-Regioni, per fare solo alcuni esempi”. L’accentramento di potere su presidente e Cda – aggiungono i sindacalisti – “ha effetti negativi sulle attività dell’Istituto finalizzate a protezione
ambientale e ricerca, e oltretutto non si dice esplicitamente (art.5) che il presidente debba avere un’alta qualificazione scientifica, mentre viene tenuta aperta la strada a una figura genericamente “istituzionale”. Altrettanto grave è il fatto che il ministro abbia il potere di sciogliere autonomamente il Consiglio e cessare il presidente, non solo per “gravi irregolarità” ma anche per “inosservanza delle linee direttive ministeriali o mancato raggiungimento degli obiettivi indicati” (art.11)”. Fortissime limitazioni all’autonomia dell’Istituto e dei suoi ricercatori, quindi, e il disconoscimento di una serie di attività svolte al suo interno, ad esempio tutte quelle di prevenzione, su cui si dovrebbe puntare in un paese con gravi problemi di dissesto idrogeologico, che cerca di uscire dalla logica emergenziale in cui è oggi la tutela dell’ambiente in Italia. Peraltro, la notizia della proroga fino a giugno del commissariamento dell’Istituto, ormai in corso da quasi due anni, smentisce un altro degli impegni presi dalla Ministro col sindacato e i lavoratori, quando negli incontri di gennaio disse che avrebbe posto fine alla situazione “provvisoria” entro la fine di questo mese.













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