La primavera arriva anche in Kuwait
di Mazzetta - L'emirato è il più "democratico" dei paesi del Golfo, ma lo sceicco preferirebbe di no
Dopo essere stata messa in fuga da Saddam e riportata al potere dagli americani, la monarchia del Kuwait ha concesso qualche riforma, che ora vorrebbe rimangiarsi
LE PROTESTE - Un centinaio di manifestanti sono rimasti feriti nel corso degli scontri con le forze di sicurezza a Kuwait City, dove migliaia di persone sono scese in piazza contro la nuova legge elettorale, prendendo parte pacificamente a una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni. La polizia ha usato lacrimogeni e granate assordanti per disperdere la folla, alcuni hanno raccontato anche di severe bastonate e dell’uso di proiettili di gomma. Tra i 15 arrestati figura anche un ex deputato islamico, e non è il primo.
LA REPRESSIONE - Oggi i giornali dell’emirato riportano un decreto che vieta gli assembramenti di più di 20 persone e ricorda che la polizia ha l’ordine di disperdere qualsiasi assembramento illegale. Le proteste sono scoppiate all’annuncio dell’emiro di voler cambiare la legge elettorale in previsione delle prossime elezioni parlamentari previste per il primo dicembre.
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LA MONARCHIA - Dal 1991 ad oggi la famiglia al Sabah ha ceduto brandelli del potere assoluta che condivide con le altre monarchie del Golfo in favore di un inquinamento “parlamentare” dell’assolutismo. Inquinamento inizialmente sopportato in quanto la monarchia si assicurava la maggioranza, ma che dalle elezioni del 2006 in poi hanno visto in grosse difficoltà il primo ministro, un al Sabah al governo da decenni, che si è dovuto confrontare con una maggioranza parlamentare che lo ha accusato di corruzione e del coinvolgimento in diversi scandali.
LE REGOLE LE FA LUI – Con il rischio di un bis all’orizzonte lo sceicco ha pesato bene di cambiare la legge elettorale per rendere più difficile l’affermazione dell’opposizione, alcuni dicono per spaccarla e dividerla, ma per ora sembra si tratti del classico boomerang. Il governo ha sì fatto ricorso alla forza e all’intimidazione, ma per esempio non ha avuto il coraggio di affrontare Musallem al-Barrak, il leader dell’opposizione che ha reagito lanciando gravi accuse alla monarchia. In compenso sono finiti in galera tre parlamentari che hanno detto più o meno le stesse cose.
L’OPPOSIZIONE - Al Barrak ha promosso la “marcia per la dignità”, che è stata dispersa con la violenza senza che l’unità dell’opposizione ne abbia risentito. In Kuwait, oltre a un panorama dei media libero e vibrante, nonostante una severa censura verso chi “offende” re e governo, ci sono gruppi tribali, i Fratelli Musulmani, i salafiti, i nazionalisti liberali, la sinistra e anche un forte movimento giovanile, quello che con la sua “rivoluzione arancione” nel 2006 costrinse l’emiro a riformare finalmente la legge elettorale in modo da rendere contendibile la maggioranza.
SI SPERA NON REAGISCA MALE - A quella sconfitta la famiglia Sabah ha reagito con la contestata riforma, già passata al vaglio della corte costituzionale che, strano a dirsi per un paese del Golfo, ha dato torto al re. Che per il momento sembra incline a risolvere la disputa con le cattive maniere, anche se non pare poter disporre della forza militare per sedare l’opposizione con la violenza.
IL PERICOLO SAUDITA - L’opposizione dal canto suo, pur conscia della sua forza, guarda con inquietudine a quanto accaduto in Bahrein e teme che il futuro del confronto possa prevedere l’arrivo nel paese di truppe saudite a sostegno della repressione, quando non addirittura di mercenari stranieri, secondo l’esempio del vicino al Khalifa. Possibilità per ora solo teorica, viste le differenze tra la situazione nei due paesi, ma non assolutamente remota o da scartare qualora la casa regnante si sentisse davvero costretta con le spalle al muro.
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