Tribunali in ordine sparso nella lotta al P2P

16/03/2010 - In Europa manca una legge o una raccomandazione che possa far convergere le sentenze dei giudici in un’unica direzione. Dopo la vituperata sentenza italiana su Google, la Spagna rivoluziona la prassi internazionale. In attesa della Norvegia.  Fa notizia la sentenza

     
 

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In Europa manca una legge o una raccomandazione che possa far convergere le sentenze dei giudici in un’unica direzione. Dopo la vituperata sentenza italiana su Google, la Spagna rivoluziona la prassi internazionale. In attesa della Norvegia.

 Fa notizia la sentenza spagnola, non perché sia sconvolgente, ma perché nel suo buon senso, rompe la prassi finora seguita di difendere a spada tratta le società di produzione che hanno mosso guerra al peer to peer. Recependo totalmente la linea difensiva dei proprietari dei siti per lo scambio dei file torrent, ha equiparato questi luoghi a comuni motori di ricerca: sui loro server non ci sono contenuti illegali, e non sono dunque responsabili di alcuna violazione. Abbiamo già visto  come Google per prima, e tutti i motori di ricerca tradizionali, indicizzino ormai tutti i file, anche quelli illegali, senza che nessuna società si sogni di portarli in giudizio. La sentenza, per quanto apparentemente scontata, è salutata come un’inversione di rotta per tutti i file sharers.

E LA BAIA TORNA IN AULA – In questi giorni sta iniziando in Norvegia anche il processo di appello contro Pirate Bay. Per due volte il sito è scampato all’oscuramento nelle terre di Harald V, ma la Federazione dell’industria fonografica norvegese (IFPI) non si dà per vinta. Ai giudici scandinavi la scelta di confermare le precedenti sentenze, forti anche di quel che è appena successo in Spagna, o guardare altrove e cedere alle pressioni delle major.

L’ITALIA CATTIVA MAESTRA – Se la Spagna ha affermato un principio importantissimo per la comunità che condivide idee e contenuti on line, senza barriere e restrizioni, l’Italia ha recentemente condannato Google per dei contenuti video offensivi caricati su YouTube da un gruppo di studenti. La storia, tra l’altro scoperta da Giornalettismo, fece scalpore al tempo, ma nessuno si sarebbe mai immaginato una conclusione del genere. L’unico aspetto positivo della vicenda è stato che il giudice ha attaccato un colosso come Google, che ha ricevuto la solidarietà perfino dell’amministrazione Obama.

L’ACTA, IL KILLER DEL FILE SHARING? – Obama ha rilanciato  recentemente la difesa del diritto d’autore. Ma invece di portare la questione in seno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) dove avrebbe dovuto confrontarsi alla pari con tutti gli Stati contraenti, spinge per un accordo separato, dai contenuti segreti, di portata mondiale. Il paladino della rete, che tra l’altro è stata arma vincente nella campagna di Obama, ha deciso di abbandonare i suoi sostenitori per difendere i grandi gruppi di pressione di Washington. Assieme alla Commissione europea (ma con un Parlamento europeo sul piede di guerra) sta cercando di costruire un consenso su un accordo segreto tra i grandi paesi industrializzati, che valga poi per il resto del mondo. Un passo indietro perfino rispetto ai tanto vituperati accordi Trips. La caccia alle streghe del p2p sta per tornare?

     
 

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