Può determinare il successo o il fallimento di un programma. Favorire la carriera di un personaggio oppure decretarne la sua disfatta. Vi raccontiamo cosa davvero si nasconde dietro la società di rilevazione dei dati d’ascolto dei programmi televisivi.
Era il 1946 quando Darryl Zanuck, boss della celebre casa di produzione cinematografica americana 20th Century Fox, stroncava la tv con la seguente profezia: “La gente si stancherà subito di passare la sera a guardare dentro una scatola di legno“. Mai previsione fu tanto sbagliata, come sappiamo. La televisione, in tutti questi anni, ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo del nostro Paese: ha contribuito a cambiarne gli usi ed i costumi, ha favorito l’aumento delle conoscenze individuali e collettive risultando, in definitiva, un fattore di “partecipazione” e dunque di democrazia. Con il passare del tempo, però, ha indotto nella società anche preoccupanti fenomeni “negativi“. Si pensi al “conformismo di massa” e alla “valorizzazione” dell’effimero e dell’esteriore. Quella passività sostanziale che, oggettivamente, ha ridotto gli spazi di autonoma ed originale formazione della personalità individuale. Una “misura” di questa deviazione socio-culturale, paradossalmente, è proprio l’Auditel, la società di rilevazione dei dati sull’ascolto dei programmi tv.
DALLA QUALITÀ ALLA QUANTITÀ – Fino ad una trentina di anni fa, la Tv di Stato contava su un Servizio opinioni che aveva il compito, essenzialmente, di misurare “il gradimento e la partecipazione degli spettatori“, ossia controllava la “qualità” stessa dei programmi trasmessi. Con l’avvento delle tv private e l’irrompere del mercato pubblicitario con la concorrenza spesso sleale dei nuovi “network”, invece è radicalmente cambiato questo sistema. In sostanza, si è rapidamente passati da una rilevazione “qualitativa” ad una “quantitativa” del gradimento di un programma televisivo. Da quel momento in poi – siamo nei “rampanti” anni ’80 – difatti, non è importato più sapere se alla gente sia piaciuto o meno un programma; quello che davvero conta è che lo guardi! Proprio nel 1986 è nata la società di rilevamento dei dati d’ascolto dei programmi televisivi, denominata appunto Auditel. A partire da quell’anno, inoltre, nel nostro vocabolario è entrato a far parte la parola inglese “audience“. Letteralmente il termine indica “le persone alla portata d’orecchio”, in realtà è una vera e propria “unità di misura” che computa l’insieme della popolazione, ossia dei telespettatori, che viene raggiunta dal mezzo televisivo in un determinato periodo di tempo. Un dato fondamentale per i pubblicitari e per gli stessi network (specie quelli privati) che dalla raccolta pubblicitaria fanno la loro principale fonte di guadagno. Ecco, quindi, come si è compiuto il passaggio dal dato qualitativo a quello quantitativo.
I CONTROLLATI SI FANNO CONTROLLORI – L’Auditel, pertanto, nasce quasi un quarto di secolo fa, grazie ad un accordo stretto tra la Rai, il vecchio monopolista pubblico, la Fininvest, il principale network privato e l’Upa, ossia gli utenti della pubblicità, le agenzie ed i media center. A questi, in un secondo momento, si è poi aggiunto la Fieg, la federazione degli editori. Appare così fin troppo evidente quale coacervo di potere economico “controlla” la nuova società, che è, quindi, ben lungi dall’essere un ente terzo ed indipendente. Eppure, i dati che quotidianamente la società di rilevazione fornisce vengono interpretate con la stessa devozione di un oracolo. Del resto, su queste cifre vengono costruite le fortune di questo o quel programma televisivo, le carriere dei loro protagonisti e di tutto quello che ne consegue: la messa in onda o l’eliminazione dello stesso, la variazione di un intero palinsesto ecc. Intorno a questi numeri espressi, a seconda dei casi e della rilevanza, in forma assoluta o in quella percentuale ruotano, difatti, milioni e talvolta miliardi di euro.




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Lessi tempo fa un libro di R. Gisotti, La favola dell’auditel, e vedo che ne è uscita anche la seconda parte. Evidentemente a qualcuno sta bene che le cose rimangano così “fumose”. D’altra parte, cosa pretendere da chi ancora propina gli oroscopi avallandoli con la propria vera o presunta autorità?
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Oddio, mi paiono conclusioni un po’ semplicistiche. Tutta la statistica si basa sul concetto di “campione” essendo impossibile avere l’intera popolazione su cui basare determinate osservazioni. Anche perché se si avesse questa possibilità sempre e comunque, non si avrebbe la statistica, che appunto studia, fra l’altro, la composizione ideale affinché un campione sia rappresentativo. Per cui non capisco che cosa ci sia di cosa esaltante nello “scoprire” che esiste campione auditel. Semmai sarebbe più interessante dimostrare che la sua numerosità e/o composizione non risponde alle buone norme della statistica, e non fermarsi a presentare il solo dato numerico che può far credere che chi ha scritto l’articolo non abbia mai studiato statistica in vita sua.
Quanto poi a chi ha fondato l’Auditel non vedo nulla di strano che vi sia presente l’ente rappresentativo dei pubblicitari e contemporaneamente gli enti televisivi e degli editori: d’altronde i primi sono coloro che comprano spazi pubblicitari e quindi sono interessati a sapere se quello che vanno a comprare sia per loro utile, quindi è giusto che controllino. Analogamente, chi vende tali spazi pubblicitari è interessato che a controllarli non sia solo chi li debba poi comprare. L’unico modo per avere un “controllore” che limiti dubbi e conflitti d’interesse è che esso sia rappresentativo di tutte le parti in causa.
Magari sarebbero da approfondire altri aspetti controversi delle rilevazioni auditel. Ad esempio: tempo fa circolava la voce (tutta da confermare in ogni suo aspetto, ma potrebbe essere uno spunto interessante da approfondire) che Striscia la Notizia gonfiasse i dati d’ascolto approfittando del fatto che le rilevazioni cessano quando compaiono i titoli di coda o la parola fine. Essendo noto che la seconda parte del programma (quella dopo lo stacco pubblicitario per intenderci) era meno seguita della prima, pare che Ricci avesse escogitato l’escamotage di… mandare in onda due trasmissioni. La prima, “Striscia” finiva coi conduttori che davano lo spazio alla pubblicità e subito dopo appariva una strana immagine con un ideogramma giapponese. La seconda si intitolava “SOS Gabibbo” e iniziava con una immagine del rosso pupazzone con l’indicazione di un numero verde a cui chiamarlo. L’escamotage era che l’ideogramma (che effettivamente andava in onda) era la parola “fine” scritta in giapponese, e che “SOS Gabibbo” non era un rimando ad un servizio offerto da Striscia ma la “Sigla iniziale” di un secondo e diverso programma.
Sarebbe interessante prima di tutto verificare tutto quanto sopra riportato e, se corrispondente al vero, verificare se in altri contesti si sono usati giochetti del genere.
può far credere che chi ha scritto l’articolo non abbia mai studiato statistica in vita sua
scusate l’infelice frase, ma solo rileggendola dopo averla postata mi sono reso conto che può essere interpretata in modo troppo negativo. Intendevo dire che so benissimo che l’autore conosce statistica per cui l’esigenza di dover stare nei limiti di “spazio” può far credere il contrario parendo essersi soffermato solo sull’entità numerica del campione senza altra precisazione.
Inizio con una precisazione sulla querrelle di Striscia. Lo share viene rilevato per fasce orarie, minuto x minuto. Al quale poi viene associato il programma andato in onda effettivamente in quel momento. Quindi il fatto della “Fine” di un programma e “l’inizio” di un altro come raddonta Rado, fu il frutto di una polemica artefatta per rispondere proprio a Ricci che, a sua volta, sosteneva di avere più spettatori di “Affari tuoi” che andava in onda, guarda caso, nello stesso momento nonostante l’Auditel, dicesse il contrario con i suoi dati.
Altra precisazione, siccome di Statistica l’autore ne sa qualcosa… non discute il fatto che 14.000 utenti siano un campione “efficace” dell’universo dei telespettatori italiani. L’autore, al più, evidenzia alcune falle del sistema di rilevazione. Il fatto che nessuno può effettivamente assicurare chi in quel momento stia guardando la tv (il padre, la madre, i figli, la nonna ecc. poiché, al più, si conosce solo “quale” telecomando viene adoperato) o addirittura che qualcuno stia effettivamente guardando la tv (magari è lasciata “involontariamente” accesa e sintonizzata). Inoltre, i criteri di selezione delle famiglie, a detta di alcuni esperti, non appaiono sempre limpidissimi.
L’autore, infine, non discute che in Auditel ci siano “i controllati” (rai e mediaset) ma trova, tuttavia, singolare che le due suddette società ci stiano in posizione dominante e non, magari come sarebbe più logico, di semplice e simbolica partecipazione. Le due società concorrono a determinarne così i vertici societari, tecnici e le stesse metodologie di rilevamento ecc.
Grazie.
Ehm “Racconta Rado”…
Infatti la mia era più una puntualizzazione di “stile” che di contenuto, sul discorso del campione. Pareva che si facesse pesare più la componente numerica che gli altri fattori comunque segnalati.
Sull’Auditel però non mi pare che fosse scritto che RAI e Mediaset abbiano un peso superiore agli altri partecipanti, il che in effetti è uno squilibrio, come avevo precisato nel commento quando sottolineavo che semmai la presenza di solo uno degli operatori in un mercato nell’organo di controllo poteva essere definita strana.
Sulla storia di Striscia, era un mio ricordo (che come precisavo era tutto da appurare: l’unico dato che mi sentivo di confermare era la presenza dell’ideogramma).
Grazie a te per le precisazioni.
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Mi sfugge perché un servizio come l’auditel dovrebbe essere “terzo e indipendente”: alla fine produce dati ad uso e consumo delle reti (i venditori) e dei pubblicitari (gli acquirenti), per cui mi pare ovvio che se lo paghino loro e decidano loro come deve funzionare!
Proprio perché alla fine lo paghi tu (la rai sarebbe pubblica)
Se è pubblica perché c’è la pubblicità? Per assonanza?
Per lo stesso motivo che c’è una omologazione dei format. Omologazione fondata come detto su indici quantitativi e non qualitativi. La pubblicità serve al “pubblico” per reggere alla concorrenza del “privato”. Come Mediaset ha “Pubblitalia ’80″ per la raccolta pubblicitaria, così la Rai ha “Sipra” per la sua raccolta. Il canone serve a garantire il cosiddetto “servizio pubblico” e (soprattutto) a gestire una macchina burocratica elefantiaca.
Questo è un caso evidente di vittoria del “format” (adesso ci vuole) privato “all’italiana” su quello pubblico. Ho scritto volutamente tra virgolette all’italiana, poiché per quanto privato, quel format è cresciuto e pasciuto senza alcuna reale concorrenza, senza rispettare vincoli e leggi. Tanto è vero, ogni volta che ha messo il naso fuori dal nostro Paese, è stato sempre sonoramente sconfitto dalla concorrenza degli altri grandi network europei (pubblici e privati).
Vorresti dire che Silvio non sa fare la TV? Dai che non ci credi nemmeno tu… Gli uomini di tutt’Europa ci invidiano la quantità di tette&culi presenti sulla TV italiana! Poi io ho presente Telecinco che in Spagna va piuttosto bene, quali sarebbero queste imprese disastrose?
Cazzate a parte, ti stai contraddicendo: la pubblicità non dovrebbe servire a fronteggiare la concorrenza del privato se c’e’ un’elefantiaca burocrazia no? in un’azienda privata prima si taglierebbero i costi. Allora diciamo le cose come stanno, la RAI si mangia i soldi del canone e per non andare in bancarotta è costretta ad inseguire Mediaset su qualunque terreno, scordandosi il proprio ruolo di servizio pubblico. Ma non confondiamo gli effetti con le cause, se la RAI non fosse un’idrovora di soldi pubblici potrebbe campare benissimo di solo canone e dare un servizio pubblico di ottima qualità – e tra l’altro nei canali tematici mi pare lo faccia, RaiStoria o come si chiama e’ un gioiellino.
Telecinco è molto esposto con le banche. Per il resto c’è stato il fallimento di La 5 in Francia e le sberle prese da Murdoch. Altro che tette e culi.
La televisione di servizio, semplicemente non è competitiva con le tette ed i culi di cui parli. La Rai dovrebbe essere ridimensionata e nessuno scava una buca sotto i suoi piedi. Ridimensionare la Rai significherebbe dare campo libero a Mediaset sempre che poi non arrivi Murdoch e si inculi tutti.
Premesso che di statistica ne ho sempre masticata poca, per me rimane un atto di fede dimostrare che un campione di 5000 sia rappresentativo di una popolazione di circa 60.000.000 di persone.
Sarebbe gradito un accenno al test che consente di garantire l’accettabilità statistica di questo campione…
Dubbio finale: come si fa a dimostrare che il campione preso in esame ha i comportamenti statistici medi di tutta la popolazione???
Quali sono i criteri che hanno portato alla scelta di una famiglia piuttosto che un altra?
E’ possibile che chi accetta di partecipare a questo tipo di campione abbia delle caratteristiche statistiche comuni tali da compromettere la validità del campione stesso?
Purtroppo la stessa Auditel non fornisce molti dettagli su come sceglie questo campione. Dice solo che è rappresentativo della popolazione italiana. Comunque il campione è composto di circa 14.000 individui tutti espressione di 5.101 famiglie. Ad onor del vero c’è da dire che, solitamente, per i sondaggi elettorali ad esempio, con la metodologia CATI (le interviste telefoniche) il campione è tipicamente di qualche migliaio di persone. L’errore varia da 3 a 8 punti percentuale (mediamente).
In pratica, quando provi a stimare la media di una popolazione da un campione, la deviazione standard (una sorta di margine di errore) della stima e’ pari a s/n^1/2 con s = variabilità della popolazione (ad esempio se tutta la popolazione in un determinato momento guarda la partita, la variabilità è zero) e n = dimensione del campione. Quindi questo margine di errore scende molto velocemente all’aumentare di n, mentre al di sopra di una certa soglia i vantaggi di aumentare il campione sono ridotti. Diciamo che – se scelto bene – un campione come quello Auditel è estremamente rappresentativo.
E’ possibile che chi accetta di partecipare a questo tipo di campione abbia delle caratteristiche statistiche comuni tali da compromettere la validità del campione stesso?
Si’ è possibile, si chiama sample selection bias. Non ho idea di come lo risolvano all’Auditel ma ci lavora qualcuno che di statistica ne capisce sicuramente piu’ di me e te
per me rimane un atto di fede dimostrare che un campione di 5000 sia rappresentativo di una popolazione di circa 60.000.000 di persone
Studiando statistica si scopre che non solo campioni a prima vista ritenuti esigui della popolazione siano più che sufficienti a darne poi una rappresentazione molto simile alla reale, ma addirittura che per lungo tempo si componevano campioni ancora più numerosi degli attutali finché non si è scoperta una regola matematica per la quale era dimostrabile che si potevano ridurre senza perdere di efficacia.
p.s.: dovrei ritirare fuori i miei testi di statistica I e II ma ricordo che anch’io rimasi colpito da queste apparenti sproporzioni campione/popolazione