L’uomo che voleva essere un serial killer

22/10/2012 - di

Thomas Quick ha confessato 30 omicidi. Tutti falsi

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    Questa è la storia di un uomo che si è attribuito più di 30 omicidi: e nessuno di essi, pare, con ogni probabilità, era vero. Solo che lui è in ospedale psichiatrico da molti, moltissimi anni; anche da prima che iniziasse ad inventare questi immaginari omicidi. Si chiama Sture Bergwall, ma il mondo ha imparato a temerlo come Thomas Quick.

     

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    APPARTENENZA - “Si trattava di appartenere a qualcosa”: in sostanza, si sentiva solo. In un lungo reportage Elizabeth Day sul Guardian racconta di come l’ha incontrato nell’ospedale psichiatrico dove è detenuto fin da quando – in giovane età – si rese responsabile di una serie di crimini minori e venne giudicato incapace di intendere; si è guadagnato la sua fiducia e si è fatta raccontare come ha fatto a truffare il sistema di giustizia svedese.

    Perché la parte più incredibile della storia sembra essere il capire come questo vero e proprio mitomane sia riuscito a fabbricarsi alibi falsi, fornire prove inventate, ricostruzioni completamente immaginari di omicidi che non aveva commesso, ingannando varie giurie e rimediando condanne almeno per otto omicidi commessi in tutta la Scandinavia negli anni ’90. Parliamo di ricostruzioni molto articolate, fornite sotto l’effetto di benzodiazepine a cui durante gli interrogatori “aveva ampi accesso” come paziente della struttura, comprendenti violenza sessuale e cannibalismo ai danni delle sue vittime. Tutto inventato, eppure tutto sistematicamente creduto: come faceva?

    PSICOLOGIA INVERSA - Facile, dice lui: leggeva un giornale o un libro nella biblioteca della struttura e si faceva un’idea sul quadro delle indagini. Dopodiché dagli stessi inquirenti, dagli psicologi che lo interrogavano, ascoltando, apprendeva piccoli dettagli sui casi per i quali veniva interrogato; sulla base di quelli inventava di sana pianta ricostruzioni perfettamente verosimili, tanto che, anche oggi mentre i tribunali svedesi stanno sottoponendo a revisione le sue condanne, c’è chi continua a dire che il colpevole in effetti è lui perché “conosceva dettagli che solo l’assassino poteva”. Incredibile, a livello del Joker, dicevamo, perché gli stessi inquirenti, recatisi sui luoghi degli omicidi con Quick in persona, si bevvero clamorosamente le sue balle: come il caso di  Therese Johannessen, uccisa in Norvegia presso un lago. La polizia lo portò sul luogo del delitto, e lui affermò di aver fatto a pezzi la donna e di averla gettata nel lago.

    NIENTE PROVE - La polizia dragò il lago e non trovò nulla; prese un pezzo di legno secco sulle rive come “frammento d’osso”. Gry Storvik fu uccisa ad Oslo nel 1985; Quick dichiarò di averla violentata prima di ucciderla. Il problema è che Quick si è sempre dichiarato gay, e le tracce di sperma sul corpo della donna non combaciavano. Fu ugualmente condannato. Ma perché? “Volevo appartenere a qualcosa”, dice alla giornalista: “Ero una persona solitaria. Volevo appartenere al gruppo dei criminali violenti, perché peggiori o gravi i crimini, più interessante diventava la persona per il personale psichiatrico” della struttura di Sater, dove ricordiamo era comunque detenuto da tempo. Parlare di omicidi “scatenava una reazione nel suo interlocutore” e lui, strafatto di farmaci, viaggiava con la fantasia e inventava tutto. Era felice. Cinque degli otto omicidi per cui è condannato sono già stati cancellati, e gli altri lo saranno presto.

     

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