Cosa succederà alla ragazza avvenente che manda lettere infuocate a un feroce criminale analfabeta, capitata quasi per caso in una caserma zeppa di uomini imbarazzati, caffeina e spermatozoi?
Storie miserabili, la rubrica che vi racconterà il quotidiano, quello che spesso vorremmo dimenticare, dei bassifondi. Per non dimenticare che c’è una realtà diversa dalla nostra, che non per questo scompare. E che bisogna conoscere.
Raffaella ha ricevuto una comunicazione dalla Procura. Raffaella è una che scrive. Che tiene una corrispondenza. Il suo amato è un delinquente efferato. Sarà per questo. Ha chiesto ripetutamente di incontrarlo. Anche solo per una notte d’amore. Lei sa che lui quella notte non la amerà mai, nemmeno per un minuto. È questo il motivo per cui ci si è accanita tanto. Raffaella è pronta per non giustificare.
Tanto anche i giudici sanno come vanno queste cose. Non c’è bisogno di dire la verità se la verità è ovvia. Lei è una donna: ha tutti i motivi e le ragioni per ammantare la cosa di mistero e seminare per educazione un rispettoso dubbio. Quasi un atto dovuto come aprirle la portiera ed essere gentili con lei. Raffaella siede nell’imbarazzo che non deve mai mancare in certi casi sennò l’autorità s’offende. Quel giudice a lato è proprio giovane.
La caserma è fornitissima, la gente ride, è sicura di aver sentito anche risa di donna. No, non erano per lei, no. Quel ragazzo le sorride, deve essere un nuovo acquisto certamente. Sembra proprio un posto allegro. Quasi quasi s’accende una sigaretta e ci scherza sopra anche lei. Su cosa? ma sulla vita che è così, un po’ assurda ma in fondo si sta così bene quando se ne rendono conto tutti quelli che stanno nella stessa stanza. Sei al sicuro, in quel momento. Lei è convinta che ci sia pericolo solo quando si scontrano due curiosità: le cose le si sanno, basta non parlarne. Poi ci sta quasi prendendo gusto. Il suo taglio nuovo di capelli all’inizio la imbarazzava perché fatto apposta per mettersi qui, a disposizione della legge. Se ne vergognava, come di una premura eccessiva, e stava pure con la testa innaturalmente ferma sulle prime, ma ora no . Chissà pure se in qualche modo investigativo dei loro se ne erano accorti. Accavalla le gambe. È la puttana del killer ora, uno di cui non ha neanche mai visto i buchi dei brufoli da vicino, trattata tra gli sbirri e le facce d’angelo però come una signora. Sofisticata, così doveva sembrare. Eppure non che stesse dicendo qualcosa.
Raffaella gigioneggia. A quelle domande, si sente bella. Il suo giudice, a quelle risposte, si sente stanco. Ha bisogno di un caffè. E poi quella demente che scrive lettere d’amore ad un analfabeta che ha mangiato persino un cuore umano che batteva sta cominciando a dargli sui nervi con quell’aria da tè delle cinque. Più per cattiveria umana che per altro, tanto alla signora il genere non dovrebbe dispiacere: così si umilia e magari ridiventa utile. Tanto ha imparato in quella sarabanda impensabile messa su da qualche mese che tutto è ridiventato possibile.
Per un uomo della sua cultura sarebbe stato impensabile anche solo vederlo succedere e non fare nulla: ora che sta succedendo, si vendica. Anche di lei, puttana. In ogni caso, la differenza tra verità storica ed atti del processo comunque, un giorno, li salverà. E in ogni caso una donna come quella, della sua stessa classe sociale, compromettersi così con la gentaglia, crepa. Te la sei cercata, sacco d’immondizia. Lo stato ha davvero la faccia da cherubino. È così liscio, sorridente, mondano. Devono volergli davvero tanto bene per averlo chiamato così presto a lavorare con loro su casi evidentemente importantissimi. Quando l’ha visto stava per tornare indietro, pensando di essersi sbagliata. Troppo bello per essere vero. Ha detto agli altri, “ci penso io”, e quelli dietro, via. La porta sbattuta uscendo con troppa violenza, come se sotto sotto le volessero male. No. Prima che la conoscessero forse, adesso che avevano parlato mai.
Ha la cravatta gialla. Quando le gira intorno ha le scarpe che scrocchiano. Mi gira intorno, pensa materna, perché è un ragazzo. È timido. Non sa da che parte cominciare. Il pensiero che si sia preso un impegno superiore alle sue possibilità, una briga incosciente da ragazzo, la lascia tramortita. Il pensiero di un suo eventuale fallimento con gli anziani, e per colpa proprio sua, è tenero terrore. Neanche loro, i colleghi grandi, la perdonerebbero. Magari dovrei toglierlo io dall’imbarazzo. Mostrarsi disponibile, accogliente. Mi sa che dovrei scandire bene le parole per togliergli ansia e non far notare troppo la pronuncia. Raffaella lo sta tranquillizzando. Lui invece si stava solo prendendo il tempo per farselo venire duro. Raffaella intuisce qualcosa prima ancora di aver capito niente. È inusuale che un magistrato le carezzi i capelli. Mi sta facendo male ora che mi ha torto i ricci e tirato la testa indietro. Devo continuare a tenere le gambe chiuse, devo conservare la decenza. Un minimo. In attesa che anche lei capisca, naturalmente. Riuscisse a rimanere ferma, non sarà successo.
Quando la testa le ritorna giù, gli è silenziosamente grata. Raffaella non coglie quello che il bel ragazzo giovane le sta dicendo. Guarda solo un puntino della camicia bianca davanti a sé.
Totalmente concentrata sul fatto che sia immacolata: come difendersi da quelle mani ovunque senza reagire e gualcire o sporcargliela? meno male che non può nemmeno urlare, meno male che ha la bocca impegnata. Forse oltre non potrebbe andare, su quel tavolo tutte quelle carte si confonderebbero, lei un po’ se ne preoccupa un po’ la proteggono. Forse. Non sa nulla di quello che dovrebbe fare. Peggio ancora se si passa a quello che, secondo lui, dovrebbe dire. A un certo punto, già rassegnata al peggio, firma e basta. La stilografica è d’oro. Si pulisce con un kleenex. Uno solo basta e avanza. La porta si riapre, rientra il magistrato molto educato. Raffaella lo guarda: non c’è più traccia di rispetto nei suoi occhi. Sente che è di troppo: le viene in mente che può andarsene. Resta ferma cincischiando nella borsa, sperando qualcuno la trattenga. Le spieghi senza parlare. Sennò, per ripicca, almeno cosa ha firmato, ecco. Le basterebbe anche sapere che purtroppo quella è la deplorevole prassi e che purché nessuno si sia fatto male non ne facesse una questione personale. Uno sguardo che la rassicurasse in questo modo. La evitano. Dei suoi capelli nessuno se ne accorgerà mai più. Raffaella saluta, indisturbata. Il bellino raggiunge i suoi compagni in cella. I mandati di cattura sono pronti.
























che, vuoi far concorrenza all’Igorjan?
E\’ un bel complimento.
Tra l\’altro è un fatto realmente successo. Qualche tempo fa.
Non con gli stessi nomi, ovviamente.Magari anche i kleenex erano due.
Un episodio miserando a latere di eventi clamorosi: gli indizi li ho lasciati.
Il giudice ha fatto carriera. Il bellino pure, in un certo senso.
Quei mandati han fatto la storia invece.
non ho capito chi se la tromba
Io, ma non è proprio una trombata
quello di sopra ero Io
è pieno di gente qui.
Pasquale Barra, detto o’ animale,vicino agli ambienti camorristici di Raffaele Cutolo.
Condannato all’ergastolo, aveva ucciso in carcere il boss milanese Francis Turatello, ( strangolato ne aveva poi mangiato il cuore ). Era quello che aveva accusato Enzo Tortora insieme col pentito Melluso di essere un affiliato alla camorra
La ragazza si chiamava Nadia. Nadia Marzano.
Una donna come tante. Debole ma anche i deboli hanno il diritto di essere rispettati.
Scriveva lettere d’amore in carcere a Barra, quello del cuore di Turatello mangiato ancora caldo.
Quando i pentiti hanno il bisogno di trovare una collocazione fisica all’affiliazione di Enzo Tortora alla Nco, Barra usa il nominativo e l’indirizzo di questa scema.
All’interrogatorio della Marzano, dall’altro lato del tavolo, tra i magistrati come un magistrato, ad interrogare la Marzano per spingerla a confessare e ad aiutarli c’è il pentito Gianni Melluso.Detto il bello.
La Marzano rivelerà che il magistrato di turno l’avrebbe lasciata in balia di Melluso, senza dirle chi era a continuando a farle credere fosse un collega. Melluso che l’avrebbe molestata e minacciata.
L’ambientazione del racconto è la Caserma Pastrengo di Napoli (anche se l’interrogatorio è avvenuto altrove) dove i giudici del maxiblitz dell’83, quello dei cento omonimi e del tumore ad Enzo Tortora, tenevano i pentiti come al Grand’Hotel. Donnine, vivande, barbera e champagne. I pentiti dovevano socializzare onde aiutare la giustizia concordando le versioni.
La Marzano non so che fine abbia fatto. Probabilmente ad illudersi ancora da qualche parte.
Tortora è morto. E’ morto male, molto dolorosamente.
Melluso ha campato di questo e potesse accuserebbe ancora Tortora, da lui chiamato solo per farlo schiattare “Enzino”, sui giornali e a pagamento in quanto non è querelabile: secondo la sentenza della Forleo e previa conferma in Cassazione, che Tortora sia innocente è solo la verità giudiziaria. Non è detto coincida con la verità storica. Tortora è innocente ma per non incriminare i colleghi della Pastrengo è anche colpevole.
Il giudice, uno di quelli, è da poco, dopo una brillante carriera, presidente di non so quale consorzio di rifiuti.
Sempre a proposito di sacchi d’immondizia.
PS
Il nome Raffaella non è stato scelto a caso. Raffaella si chiamava una bambina vittima di violenza e “vendicata” all’epoca, con dispiegamento di enfasi social mediatica, proprio dalla camorra dei Barra.
Diciamo che una Raffaella stuprata, gliel’ho ripresa indietro.
è ancora peggio di quello che avevo capito
siano maledetti i malvagi e