Con le tartarughe si fanno i pettini – Venticinquesimo capitolo
19/10/2012
La superficialità è un male endemico, e non sempre le anime profonde sono la cura. Giulia rappresentava la cura alla mia superficialità, alla visione leggiadra e ingenuamente distorta. La chiamai e glielo dissi, ma non con queste parole. Usai espressioni tradizionali, tipo che mi mancava disperatamente. Lei, sorpresa, rispose che aveva intenzione di tornare nel week end e che non era scappata. Non è vero, era scappata.
Capii due cose: che Giulia non intendeva tornare di corsa solo perché avevo la mia crisi affettiva e che se volevo che tornasse dovevo fare il passo che temevo mi avrebbe riportato con forza nella normalità e avrebbe deturpato la mia vena creativa. Vena creativa? Certo che mi ero messo a pensare in modo più stupido del solito.
Nei giorni seguenti le comprai un anello con una grande ametista perché a lei piaceva il viola e aspettai. Aspettare era la mia professione da sempre, in delusione e amarezza. Il venerdì sera Giulia venne a bussare alla porta finestra del mio giardino. La invitai a cena fuori, le consegnai l’anello, le chiesi di diventare mia moglie. Unimmo i nostri appartamenti e creammo un unico giardino. Un incanto, la gioia di tornare a casa, le serate calme. Le cose accaddero proprio così, una dietro l’altra in sequenza. Me ne accorsi senza accorgermene, proprio come in certe fasi della vita si vive, arrendendosi con anima languida alla vita stessa. Ora so che quelli sono i tempi migliori, quelli che sembrano scontati. Non ero mai stato così scontato, e la cosa non mi disturbava.
Avevo cercato la normalità per tutta la vita, e ora quasi mi vergognavo di averla raggiunta.
Se posso dirlo, Giulia ha salvato la mia vita, è stata il porto in cui ho trovato riparo e dal quale ho potuto salpare. Da lei ebbi due figli in due anni, Ludovico e Gabriele. La paternità ha dato alla mia vita lo spessore della prospettiva, che è il vero slancio nelle quattro dimensioni. Prima non l’avevo mai avuta e non me n’ero nemmeno accorto. Fu una scoperta vera.
La normalità, la famiglia, i bambini. Tutto accadde insieme, e fu finalmente un bell’accadere.
La normalità mi rese creativo, mai l’avrei detto prima. Ma per alcuni la normalità è concessione rara, privilegio che si può perseguire per poco.
Tutto insieme, sempre con quella consequenzialità che i miei giorni dopo tanta stasi avevano intrapreso, Giulia si ammalò. Non riesco nemmeno a ricordare. Tornò a casa una sera. Ero in giardino con i bambini. Li sgridavo perché facevano troppo rumore e io invece avrei voluto scrivere in santa pace. Mi ero già dimenticato della bellezza del sentire le voci delle persone che ami, e davo quel suono per scontato. Troppo lontana era la mia malattia per avere ancora contatto con l’idea di perdere tutto. Avevo scordato il valore della seconda possibilità che mi era stata concessa, e l’avevo persa, o almeno ne avevo perso un pezzo. Così, mentre ero concentrato in cose che ritenevo fondamentali e di cui stavo per comprendere l’irrilevanza, Giulia entrò in casa e disse che aveva un doloretto al fianco. Tutto il resto è qualcosa che non ho voglia di raccontare, perché è narrazione di già visto e già sentito e il decorso di una malattia mortale è un documento che non sono capace di promulgare con parole mie, però l’ho vissuto ed è dentro, lo garantisco, a tutte le parole che uso. Intrinseco a esse. Sei mesi dopo io e i bambini stavamo seduti sulla prima panca della chiesa di fianco alla sua bara. Rapido e piacevole prima e doloroso dopo. Tutto in una volta.
Possibile che la morte doveva starmi sempre così appiccicata? Cos’ero io, un agente contaminante per chi mi stava intorno? Avevo imparato già come passa breve un tempo sereno. Chissà perché la vita sentiva così urgente il bisogno di rammentarmelo. Ma la vita davvero si è mai interessata a me? No, non credo. Le sono passato davanti ogni tanto per caso, e i suoi sgambetti non sono mai stati voluti, bensì casuali, dovuti in tutta onestà al fatto che essa non è mai riuscita a vedermi, e ho il sospetto che la cosa sia sempre stata reciproca. Anche allora, tra i fumi dell’incenso, ebbi la solita sensazione di tutto il mio essere che si contraeva in un punto agitato e insignificante, che più si agita e più diventa insignificante, e viceversa.
E i miei bambini, poverini, senza mamma, affidati a questa creatura infinitesima e tremante. Era una sfortuna avere me come padre, doversi affidare a una cosa malferma, a una gelatina d’uomo. Concependo appieno la mia inadeguatezza, riuscii ad amarli di più.











