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pubblicato il 11 marzo 2010 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

Ieri il capo del governo italiano in un’agitata conferenza stampa ha urlato contro l’attentato alla democrazia per l’esclusione delle liste del PdL nella provincia di Roma, ricevendo l’attenzione dell’intero mondo mediatico e politico. E intanto l’Istat ha comunicato i dati definitivi del Pil italiano per il 2009. Negli ultimi 3 mesi dell’anno appena concluso, mentre negli USA il Pil è cresciuto dell’1,4%, in Giappone dell’1,1%, in Francia dello 0,6% e in Gran Bretagna dello 0,3%, in Italia si è ridotto dello 0,3% rispetto al trimestre precedente.

In un anno, il tonfo è stato del -5,1%, il peggior dato da quando esistono le serie storiche sul Pil. Sono diminuiti dell’1,8% i consumi delle famiglie, sono crollati gli investimenti delle imprese del 12,2%. Insomma la crisi ha picchiato da noi peggio che negli altri paesi, al contrario di quello che racconta il governo. Senza contare che nel 2008 il resto del mondo reggeva e in qualche caso cresceva, mentre noi eravamo già in caduta libera: il Pil calava dell’1,3% rispetto al 2007, i consumi delle famiglie scendevano di quasi un punto, e gli investimenti delle imprese erano già in calo del 4%.

Ieri, mentre Berlusconi ha invitato il popolo ad una grande manifestazione di piazza a sostegno del governo del fare, tra selve di microfoni,  l’Ocse nel rapporto “Obiettivo crescita” 2010 ha messo l’Italia tra i paesi per i quali la crisi lascerà segni più profondi e duraturi, assieme a Spagna, Irlanda e Polonia. Con un dato tra tutti: la produttività italiana, già agli ultimi posti nei 30 paesi più ricchi, in questi ultimi 18 mesi si è ulteriormente e molto pesantemente allontanata dalla media. Sono dati che arrivano dopo altre analisi impietose sulla gravità della crisi italiana. Che seguono i dati funerei dell’Istat sull’occupazione e l’ennesimo record delle richieste di cassa integrazione.

Di fronte a questo disastro, ci si sarebbe attesa l’immediata convocazione – anche in notturna – del Consiglio dei ministri per varare una terapia d’urto a sostegno delle imprese e dei lavoratori. O almeno la sospensione dell’acceso scontro in Parlamento sul legittimo impedimento ad personam per chiamare maggioranza ed opposizione a decidere sull’emergenza economica per tutti. Con le prime pagine dei giornali piene di commenti preoccupati sul tema.  E invece, il capo del governo del fare ha preferito gridare all’emergenza democratica, contro la sinistra meschina e i giudici cattivi. Perché in una provincia italiana, popolosa ma comunque solo una delle molte in cui si voterà per le regionali, gli elettori del PdL  potranno votare per il loro candidato ma non la lista del partito, per colpa dell’incapacità o delle guerre intestine del partito stesso.

Occuparsi di queste importanti faccende è molto più importante che dedicarsi a misure che diano all’Italia la capacità di ripartire. Anche se di economia il governo si è occupato: con il parere negativo di Sacconi per l’allungamento della durata della cassa integrazione ordinaria, deciso dalla commissione Lavoro di Montecitorio con voto bipartisan. Perché, secondo il Governo, non serve. Purtroppo non è una battuta. E comunque non fa ridere. Non fa ridere neppure  l’attenzione ossessiva dei media e dei commentatori su gazzarre in aula e conferenze stampa ed il semi silenzio sulla crisi che affonda l’Italia.

Se qualcuno nella maggioranza ha ancora un po’ di sale in zucca, forse è arrivato il momento di dire basta, ad esempio con un bel calcio nel sedere a chi la guida con il voto di fine marzo.  Se qualcuno dei tanti pensatori che affollano questo nostro Paese è ancora vivo, lanci l’allarme sulla crisi. E qualcuno avvisi per favore l’opposizione, che distratta nei preparativi di una mega manifestazione contro un decreto sicuramente sbagliato ma forse non così golpista com’è dipinto, se basta un Tar qualsiasi per fermarlo,  non pensa che forse è sul rilancio dell’economia e dell’occupazione che si gioca la sfida per il governo. Qui ed ora.