Padova dal doppio volto, quello della crisi, quello dell’ultimo morto, ucciso dalla prigioneLa morte entra lenta. Lenta, lentissima. Figlia di sofferenza, rifiuti, sbagli. Arriva dentro quattro mura. Quattro mura che non lasciano spazio agli occhi, alla voce, al corpo, stretto in uno spazio troppo angusto per chiunque. Arriva la morte e accoglie di sorpresa solo chi di sorprese vuol vivere. Arriva la morte, figlia
dell’indifferenza. Arriva la morte e ha i segni e le tracce di un bollettino di guerra.
NUMERI – Tredici ne conta da questa settimana. Tredici, il numero che non compare negli ascensori americani, lì simbolo della sfortuna più nera. Tredici sono diventati con Giuseppe Sorrentino. L’hanno trovato senza più vita, appeso a una corda che si era legato stretto intorno al collo. A una corda appesa a una finestra, l’unico appiglio alto e stabile in quel bagno del carcere di Padova. Tredici diventano con lui i detenuti in carcere che hanno scelto di togliersi la vita dall’inizio dell’anno. Per tutti una storia di sofferenza, sbagli, a volte da una parte, a volte da un’altra, ma sempre di sbagli si parla. Stavolta, per l’ennesima volta, si parla di «una morte annunciata». Bianca De Concilio, l’avvocato che assisteva Sorrentino, è certa di questo. «Avevamo fatto numerose istanze di sospensione della pena», ha raccontato il legale, «chiesto il ricovero in ospedale, il trasferimento ad un carcere più vicino alla famiglia, ma nessuno ci ha ascoltato. Anzi un mese e mezzo fa il direttore sanitario del carcere di Padova in una relazione su Sorrentino scrisse: “il detenuto non è malato, finge». A scoprire il corpo di Giuseppe sono stati gli altri detenuti. Hanno chiamato i soccorsi, hanno gridato aiuto, ma era già troppo tardi. Tredici oggi ne conta il calendario. Tanti, tantissimi. A tenere il conto ci pensa l’Osservatorio permanente sulle morti in carcere. Per questo, è il sovraffollamento la causa principale che spinge a togliersi la vita, l’invisibilità a cui vanno incontro i detenuti, il fatto che all’esterno nessuno parli di loro. Solo così si può spiegare chi decide di farla finita a pochi mesi dalla fine della pena. Solo così si può dare un senso a un gesto estremo quando a farlo è chi è dentro per reati minori. Dei tredici, infatti, solo tre erano condannati a una pena lunga. «Il fatto che si siano tolti la vita», ha denunciato l’Osservatorio, «è colpa delle condizioni carcerarie, gravate da sovraffollamento, assenza di attività trattamentali e negazione di ogni dignità umana».
VANA SPERANZA? – Molti detenuti reagiscono a questa cosa presentando ricorsi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Provano a far applicare l’articolo 3 della Convenzione dei Diritti dell’uomo: «Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti». E non c’è dubbio che la situazione delle carceri italiane sia degradante: ci sono 66 mila detenuti, a fronte di una capienza massima di 44 mila. A volte si registrano situazioni limite: il carcere di Brescia può ospitare 206 posti, ce ne sono più di 500. Ogni detenuto passa dalla 20 alle 22 ore al giorno in uno spazio inferiore ai 2 metri quadri. Per capire cosa vuol dire bisogna usare l’immaginazione.
Dividere lo spazio e mettersi dentro: sarebbe come passare tutto quel tempo su uno spazio poco più grande di un letto. Un letto singolo. «La condizione negli istituti di pena è assolutamente invivibile», ha spiegato Stefano Anastasia, difensore civico dei detenuti dell’associazione Antigone. «Salvo gli sforzi di alcune amministrazioni, il sovraffollamento è una realtà drammatica». Intanto mentre dentro le mura del carcere di Padova Giuseppe Sorrentino prendeva la sua decisione, fuori altri meditavano di seguire il suo gesto. Altri, fino a poco tempo fa insospettabili. Liberi professionisti, imprenditori, commercianti, a cui la crisi ha spazzato via ogni sogno. Qui, in Veneto, nel Nord Est, nella locomotiva d’Italia, più di uno di loro ha deciso di farla finita. Debiti, stipendi da pagare, fallimenti, hanno portato alla disperazione chi prima trainava il Belpaese. Ma Padova non lascia soli i suoi figli. La Camera di Commercio ha deciso di offrire un sostegno a chi passa questo brutto periodo: un call center dove operano 6 giovani consulenti laureati in psicologia del lavoro. Lì, pronti ad offrire il proprio supporto. Per gli altri, quelli che stanno dentro, ci sono associazioni e volontari che cercano di stargli accanto. Ma loro non possono fare più di quello che già fanno. Non posso costruire muri o allargare quelli già esistenti. Possono solo sperare che qualcuno si ricordi degli altri, degli invisibili. E sperare che il numero quattordici si presenti il più tardi possibile.



