Economia

La vera flessibilità del lavoro non abita in Italia

10 marzo 2010

Mentre in tutta Europa aumentano strumenti di minore rigidità organizzativa, oraria e retributiva, che aumentano la competitività senza intaccare la sicurezza dell’impiego, il nostro Paese resta al palo, puntando solo sulla precarietà

In Italia certe parole vengono usate a senso unico. Sicurezza, ad esempio, evoca solo la lotta all’immigrazione clandestina e non ad esempio la sicurezza sul lavoro, quella alimentare, quella stradale. Una cosa analoga accade alla parola flessibilità riferita al mondo del lavoro. Un tema fondamentale, uno degli elementi chiave della cosiddetta strategia di Lisbona per fare dell’Europa l’area più dinamica e competitiva del mondo.

LA FLESSIBILITA’ A SENSO UNICO – Ma in Italia questo termine è stato inteso solo come mezzo per ridurre la tutela del posto di lavoro. Simboleggiata dalla famigerata abolizione dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori. E che ha portato a varie riforme che nel corso del tempo hanno in pratica semplicemente introdotto forme contrattuali meno stabili, meno “sicure” in nome della flessibilità. Ma questo è uno dei modi di affrontare l’argomento. Nel resto d’Europa la flessibilità viene applicata in vari modi. Rendendo più flessibile l’orario anziché il posto di lavoro, ad esempio. Oppure applicando in modo intelligente e “flessibile” il part-time. Si può modulare l’organizzazione del lavoro, la presenza nel posto di lavoro, la retribuzione, anche in presenza di posti “fissi”. E, mentre la flessibilità all’italiana tende a ridurre, statistiche alla mano, la produttività del lavoro oltre che ad aumentare l’insicurezza, contribuendo a peggiorare il livello di competitività del paese, in Europea permette una migliore soddisfazione professionale senza compromettere, anzi spesso incentivando, l’efficienza aziendale.

LO STUDIO DELL’EUROFOUND – E’ quanto emerge da uno studio dell’Eurofound, la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, un’agenzia dell’Unione europea che ha analizzato numerose variabili del mondo del lavoro in tutta Europa, dall’utilizzo dei contratti part-time e degli straordinari, dalla diffusione della retribuzione variabile e della partecipazione ai profitti dell’impresa. All’uso della flessibilità oraria mantenendo il posto “stabile”. L’indagine è stata appena pubblicata e ha coinvolto più di 27 mila imprese di 30 nazioni diverse. Lo studio dell’Eurofound, consultabile qui, mostra che in Italia le pratiche di flessibilità sono a senso unico e poco diffuse, che non ci sono progressi significativi non solo rispetto a paesi più “evoluti” di noi come Olanda, Francia Danimarca, Germania e altri, ma che perdiamo terreno anche rispetto a paesi come il Portogallo. E mostra anche una preoccupante riduzione della competitività delle imprese italiane, che ha molte origini ma che potrebbe risentire anche di questa eccessiva “rigidità” e “arretratezza” riguardo l’organizzazione aziendale.

LA FLESSIBILITA’ ORARIA – Il 56% delle imprese europee permette di gestire flessibilmente l’orario di lavoro. Ma i gradi di flessibilità possono essere diversi. Si può semplicemente permettere l’entrata e l’uscita “flessibili”, oppure consentire l’accumulo di ore in un giorno da utilizzare poi in un’altra occasione, o anche permettere di utilizzare tale “accumulo” orario per usufruire di un giorno libero extra. Questa “flessibilità oraria” può essere gestita settimana per settimana, oppure su base mensile, o addirittura per l’intero anno. E può riguardare parte del personale, o tutto. Certo, dipende dalla dimensione impresa, dal settore di produzione. Ma dipende anche dalla “flessibilità organizzativa”. La classifica vede ai primi posti la Finlandia, il Regno Unito, la Danimarca, la Svezia, la Germania e l’Austria dove la quota è sopra o poco al di sotto del 70%. L’Italia (con il 48%) è ben sotto la media dell’Europa a 27, scavalcata anche da Polonia, Ungheria, Slovacchia e Romania. Ma non è tutto: guardando in dettaglio agli strumenti offerti ai lavoratori, mentre per la Finlandia, la Svezia, la Danimarca e tanti altri Paesi la scelta cade su schemi più avanzati di flessibilità oraria, in Italia le imprese che la concedono scelgono il modo “semplice”, l’entrata e l’uscita mobili. Mentre pochissime (il 15% contro, ad esempio, il 65% di quelle Finlandesi o il 50% della Danesi o il 40% delle tedesche) utilizzano schemi più “moderni”, come ad esempio l’accumulo di ore per avere un giorno libero. L’Italia, tanto per capirci,  è in compagnia di Paesi come Ungheria, Irlanda, Lituania, Portogallo, Grecia, Cipro e Turchia. (vedi grafico1)

I CREDITI ORARI PER TUTTA LA VITA. Un ulteriore elemento per misurare il reale utilizzo della flessibilità, è il periodo di validità dei crediti orari maturati. Perché, come abbiamo visto, si può decidere di far valere il credito entro pochi giorni, oppure poterli accumulare ed utilizzare nel tempo. Fino ad arrivare a considerare l’intera vita lavorativa, ovviamente in base ad impegni e risultati negoziati con il proprio datore di lavoro. In Germania, i lavoratori possono utilizzarli per anticipare l’età della pensione. In media non è una pratica molto utilizzata in Europa, solo il 6% delle imprese prevedono questo strumento. Ma mentre in alcuni paesi, come la Danimarca, si arriva quasi al 30%, e in altri si va comunque attorno al 20%, come in Svezia, e in paesi come Finalandia, Germania e Austria si sta sopra il 10%, l’Italia è agli ultimi posti, con appena il 2%, assieme a Polonia, Portogallo, Slovacchia e Ungheria, Repubblica Ceca. (vedi grafico2)

Un commento a La vera flessibilità del lavoro non abita in Italia

  1. articolo illuminante : il modello europeo dimostra come esigenze del lavoratore e produttività dell ‘ azienda non sono incompatibili …da noi FLESSIBILITA ‘ è un concetto male applicato in quanto male interpretato …grazie !

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