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C’era una volta il lago d’Aral

Là dove c’era un lago ora c’è il deserto, ma si potrebbe rimediare. In questi giorni si ricorda la crisi dei missili di Cuba del 1962, ma in quegli stessi anni Mosca era impegnata in molte altre attività che avrebbero segnato la storia ancora di più di quel momento di tensione durante il quale molti dicono che si sfiorò la terza guerra mondiale. Erano gli anni nei quali i governi dirigisti di Stalin perseguivano produttività e modernità a qualsiasi prezzo e a farne le spese in maniera pesante furono i territori al di là degli Urali e in particolare quelli che si protendono tra il Mar Caspio e la Cina, scarsamente popolati e adatti a progetti di grandi dimensioni, in particolare quelli militari, favoriti anche dall’isolamento dei luoghi e dalla distanza dalle frontiere teoricamente minacciate.

TERRE DI NESSUNO – In quegli anni nella vastissima area che oggi approssimativamente comprende i territori di Kazakistan e Uzbekistan i sovietici impiantarono due poligoni nucleari, un cosmodromo e una base di lancio sperimentale per i missili ICBM, diversi impianti industriali mefitici e anche laboratori per la sperimentazione di armi chimico-batteriologiche. Nonostante queste imprese abbiano procurato l’incredibile inquinamento di vastissimi territori, la palma della devastazione va tuttavia al progetto d’irrigazione e promozione dell’agricoltura negli aridi territori uzbeki e kazaki.

TUTTO PREVISTO – Quando a Mosca Stalin approvò il piano che prevedeva l’utilizzo delle acque dell’Amu Darya e del Syr Darya per l’agricoltura estensiva, gli esperti idro-geologi russi sapevano esattamente cosa sarebbe successo, ma a quei tempi non era consigliabile opporsi alla dirigenza e non è dato di sapere se chi prese la decisione sia stato avvertito dell’inconveniente rappresentato dalla sparizione del Lago d’Aral, all’epoca il quarto lago al mondo per estensione, oggi a cavallo della frontiera tra Uzbekistan e Kazakistan.

LUOGHI UTILMENTE REMOTI – Sul lago, che all’epoca aveva una profondità media di una sessantina di metri, stava anche l’isola di Vozrozhdeniya, conosciuta anche come “Città della Rinascita”, dove il governo  studiava appunto le armi chimiche e batteriologiche, attività che negli anni provocò anche un paio di misteriose epidemie della città d’Aral, risolte con la vaccinazione in massa degli abitanti. Oggi Vozrozhdeniya sorge dov’era prima, ma è in terraferma, perché il lago è ormai l’ombra di quello che era un tempo, quando le sue sponde opposte distavano dai 250 ai 350 chilometri l’una dall’altra, più del doppio della distanza dalle sue rive del cosmodromo di Baikonur, che nelle vicinanze occupa una landa desolata e deserta prima dell’arrivo dei sovietici.

LO SVUOTAMENTO – Dal 1961 al 1970 il livello del lago è così calato in media 20 centimetri all’anno, negli anni ’70 50/60, fino a oggi che il calo si misura in 89/90 centimetri all’anno, un ritmo al quale presto non ne rimarrà. Dal 1960 al 2000 il prelievo d’acqua dai due fiumi è raddoppiato, e così l’estensione delle coltivazioni di cotone, che in Uzbekistan in particolare è diventata la monocultura d’elezione.

NE RESTA UN DECIMO – Nel 2007 il lago copriva solo il 10% della superficie originaria e la sua salinità era diventata cinque volte superiore, diventando il triplo di quella media dell’acqua marina, con il risultato che quasi tutte le forme di vita presenti nelle acque si sono estinte. Quel che resta del bacino è ridotto a una sterile crosta di sale e residui delle sostanze chimiche impiegate con abbondanza negli anni in agricoltura e che ora, spinte dai venti, creano nubi che hanno già avuto pesanti impatti epidemiologici ed ecologici nei territori sottovento. La situazione è tale che parte dell’ex lago ha ora preso il nome di Aralkum, il deserto dell’Aral.

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IL MARE DI ISOLE – E pensare che il suo nome significa “Il mare di isole”, perché un tempo, quando la sua superficie raggiungeva i 68.000 chilometri quadrati c‘erano oltre 1.500 isole, tanto che le prime navi russe, assemblate sul posto in quanto il lago non ha emissari, ci misero due anni per esplorarne le sponde a metà dell’800. Sulle sue sponde la pesca impiegava 40.000 persone al suo apice e produceva un sesto del pescato di tutta l’Unione Sovietica. Oltre ad offrire la sopravvivenza a molti, il lago rappresentava un ecosistema unico nel suo genere e un polmone capace di mitigare la durezza del clima dei deserti che lo circondano.

NON C’E’ PIU’ – Tutto questo è sparito, il lago è ormai diviso in quattro bacini minori separati e l’Uzbekistan ha concesso licenze d’esplorazione petrolifera nell’area liberata dalle acque, incurante di quanto succede. E non potrebbe essere diversamente, visto che la dittatura di Karimov tiene alla produzione di cotone al punto di chiudere le scuole e obbligare anche i bambini a partecipare alla raccolta, una pratica che fa scandalo da anni e poi tutto finisce lì. L’Uzbekistan non è particolarmente ricco, ma il controllo sull’economia da parte della famiglia Karimov e dei suoi associati è totale e le risorse del paese sono controllate da pochi fortunati dietro lo schermo delle imprese statali, non deve quindi stupire che dalla fine dell’URSS l’Uzbekistan abbia prelevato ancora più acqua dall’Amu Darya. Il panorama offerto dal corrottissimo regime non è tanto diverso da quello in vigore nel vicino Kazakistan, che però è stato favorito dalla sorte.

IL RICCO KAZAKO – Anche il collega Nazarbajev è un satrapo corrotto, espressione di un regime che ha le sue radici nel tardo potere sovietico e che governa le ex repubbliche con il pugno di ferro fin dall’indipendenza. Nazarbajev però è il presidente dell’immenso e ricchissimo Kazakistan, per il quale il consenso interno e internazionale sono più importanti di qualche balla di cotone. Per lui una buona immagine vale molto di più degli spiccioli dell’agricoltura, perché una cattiva fama può costare cifre incalcolabili visti gli affari in ballo e il flusso di denaro che ha già alimentato sogni da sceicco delirante, come la costruzione di una nuova capitale da zero, affidata alle archistar di tutto il mondo un pezzetto alla volta.

LA DIGA UTILE – Nel 1998 il governo ha così deciso di costruire una diga che separi fisicamente la parte Nord dell’Aral in territorio kazako dai bacini rimasti a Sud. La costruzione della diga e il recupero di parte della portata del Syr Darya hanno determinato verso la fine del decennio scorso una fenomenale ripresa del bacino, che è quasi ritornato alla profondità ed estensione originali, tornando a popolarsi di flora e fauna al punto che nelle sue acque è già ritornata attiva l’industria della pesca. Il progetto porterà comunque più acqua al Sud una volta raggiunto il livello massimo, ma secondo gli esperti non basterà per ottenere una seppur lenta ripresa del bacino meridionale. Senza le acque dell’Amu Darya l’unica possibilità per evitare la sparizione del lago sarebbe l’alimentazione attraverso condotte che attingano al Volga e all’Ural, ma si tratta di progetti di difficile realizzazione e non privi di controindicazioni e forse anche troppo ambiziosi per un paese che per due volte ha costruito la diga in terra prima di decidersi a farla in cemento, dopo due crolli su due tentativi al risparmio.

UNA STORIA DA STUDIARE – La storia del lago d’Aral è in molti sensi esemplare e può insegnare molto, ma soprattutto dimostra la facilità con la quel le attività umane possono devastare territori immensi non appena mettono mano ad ambienti fragili e preziosi come sono le zone umide e i corsi d’acqua e anche l’incredibile impatto ambientale che, nel bene e nel male possono avere opere come le dighe o lo sfruttamento intensivo delle acque ad uso agricolo.

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