Cultura

Invictus

4 marzo 2010

Capita proprio a fagiolo questo film nel cinema: non tanto per reiterare le solite banalità su quanto è nobile lo sport del rugby, quanto più per festeggiare, al buio della sala dell’arte e del grande cinema, la ben più frivola recente vittoria dell’Italia nel VI Nazioni.

E se un’anima da puro fanboy come la mia gode anche solo nel vedere soddisfatta la sua voglia di vedere le gesta di Pienaar e soci sul grande schermo, la maggioranza degli spettatori ha bisogno di ragioni ben più solide per l’investimento sul biglietto. Il buon Clint è assolutamente in grado di darle. Anche se il suo passato remoto da attore e da regista non è andato molto oltre lo scimmiottamento e la repubblicanizzazione del cinema di Sergio Leone, il suo passato prossimo ha segnato una svolta assai più interessante. Film come Mystic river e Million dollar baby hanno saputo portare il proprio regista nell’Olimpo degli autori. Autore quindi, e con una spiccata personalità. Con tutti i difetti del caso, che vedremo. Ma pur sempre una voce con qualcosa da dire, contenuti che lo hanno fatto ascendere alla figura di repubblicano illuminato, in grado di dire la sua in maniera assolutamente sorprendente su cavalli di battaglia della populistica reazionaria come la chiusura al diverso (Gran Torino) e la sete di vendetta dell’oppresso che si libera dalle sue catene (questo Invictus).

MANDELA – Il film si apre con una panoramica che vale da sola il prezzo del biglietto, per tempistica, costruzione e padronanza dei materiali storico/sociali su cui opera il film. Un campo da calcio sassoso e polveroso da cui bambini neri salutano la scarcerazione di Mandela, contrapposto, dall’altra parte della strada, al prato inglese dei bianchi, tra cui François Pienaar, che scuotono la testa temendo per il loro futuro. Il film prosegue lentamente presentando Mandela, interpretato da un Freeman intento a svolgere il suo compitino. Centrale nella sua figura è il tentativo di placare la sete di vendetta dei neri e di conquistare la fiducia dei bianchi, ancora al centro della vita economica ed amministrativa del paese. Uno dei punti chiave è quello del morale, sul cui cardine sta il rugby: lo sport dei bianchi, che lo seguono con enorme passione. Mandela ne capisce il potere di conciliazione e ne salva i simboli, che rappresentano un oltraggio e un’offesa agli occhi degli ex oppressi. Piano piano se ne appassionerà, coinvolgendo nella sua passione il capitano degli Springboks (Matt Damon) che sarà chiamato dal suo presidente a stringere tra le mani la coppa del mondo alla fine del torneo organizzato proprio in Sudafrica nel 1995.

UBUNTU – E’ possibile parlare di questo pezzo di storia senza darne una connotazione morale e simbolica? No, è chiedere troppo. E’ possibile farne un film non smaccatamente moralista? Eastwood ha dimostrato che si può. I forti connotati morali e simbolici ci sono, ma il buon Clint è in grado di usarli come mezzo e non come fine. La filosofia dell’Ubuntu (“Sono ciò che sono in quanto esisto assieme agli altri”) non viene direttamente citata nel film ma è rappresentata a pieno da quello che rappresenta il rugby: uno sport dove c’è spazio per chiunque, quale che sia la sua stazza o la sua prestanza fisica, in cui il tuo compagno non corre davanti e lontano da te, ma subito un passo indietro per darti il supporto e portare la squadra, come un unico organismo, verso il suo obiettivo. E lo stesso si può dire del film, e del cinema in genere, di Eastwood. La sua apparente semplicità è la forza con cui il regista non introduce mai un elemento o un personaggio senza caricarlo di significati simbolici o di rappresentanza di un’idea o di un tipo di persona. Da cui possono uscire delle false macchiette (ad esempio la famiglia della protagonista in Million dollar baby) che paiono estremi o fuori posto, ma hanno un senso narrativo irrinunciabile, vedi il padre di Pienaar in questo caso.

6 commenti a Invictus

  1. cordapazza

    fai rientare anche un film come “Unforgiven” (ovvero un film che come pochi altri ha espresso poeticamente, e tragicamente, fenomenologia crepuscolo e morte del western) nella tua liquidatoria e superficiale definizione ” Anche se il suo passato remoto da attore e da regista non è andato molto oltre lo scimmiottamento e la repubblicanizzazione del cinema di Sergio Leone”? allibisco!

  2. cordapazza

    fai rientrare anche un film come “Unforgiven” (ovvero un film che come pochi altri ha espresso poeticamente, e tragicamente, fenomenologia crepuscolo e morte del western) nella tua liquidatoria e superficiale definizione ” Anche se il suo passato remoto da attore e da regista non è andato molto oltre lo scimmiottamento e la repubblicanizzazione del cinema di Sergio Leone”? allibisco!

  3. Fino a prova contraria la carriera registica di Eastwood è cominciata all’inizio degli anni ’70: come può un film del 1992 essere considerato un “primo Eastwood” o un suo “passato remoto”?

  4. Fino a prova contraria la carriera registica di Eastwood è cominciata nell’inizio degli anni 70, quindi come può un film del ’92 rientrare nel “primo e remoto Eastwood”?

  5. Dr.Poyendo Williams

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