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Cinemadi Michele Coscia
pubblicato il 4 marzo 2010 alle 14:30 dallo stesso autore - torna alla home

Capita proprio a fagiolo questo film nel cinema: non tanto per reiterare le solite banalità su quanto è nobile lo sport del rugby, quanto più per festeggiare, al buio della sala dell’arte e del grande cinema, la ben più frivola recente vittoria dell’Italia nel VI Nazioni.

E se un’anima da puro fanboy come la mia gode anche solo nel vedere soddisfatta la sua voglia di vedere le gesta di Pienaar e soci sul grande schermo, la maggioranza degli spettatori ha bisogno di ragioni ben più solide per l’investimento sul biglietto. Il buon Clint è assolutamente in grado di darle. Anche se il suo passato remoto da attore e da regista non è andato molto oltre lo scimmiottamento e la repubblicanizzazione del cinema di Sergio Leone, il suo passato prossimo ha segnato una svolta assai più interessante. Film come Mystic river e Million dollar baby hanno saputo portare il proprio regista nell’Olimpo degli autori. Autore quindi, e con una spiccata personalità. Con tutti i invictus poster Invictus difetti del caso, che vedremo. Ma pur sempre una voce con qualcosa da dire, contenuti che lo hanno fatto ascendere alla figura di repubblicano illuminato, in grado di dire la sua in maniera assolutamente sorprendente su cavalli di battaglia della populistica reazionaria come la chiusura al diverso (Gran Torino) e la sete di vendetta dell’oppresso che si libera dalle sue catene (questo Invictus).

MANDELA – Il film si apre con una panoramica che vale da sola il prezzo del biglietto, per tempistica, costruzione e padronanza dei materiali storico/sociali su cui opera il film. Un campo da calcio sassoso e polveroso da cui bambini neri salutano la scarcerazione di Mandela, contrapposto, dall’altra parte della strada, al prato inglese dei bianchi, tra cui François Pienaar, che scuotono la testa temendo per il loro futuro. Il film prosegue lentamente presentando Mandela, interpretato da un Freeman intento a svolgere il suo compitino. Centrale nella sua figura è il tentativo di placare la sete di vendetta dei neri e di conquistare la fiducia dei bianchi, ancora al centro della vita economica ed amministrativa del paese. Uno dei punti chiave è quello del morale, sul cui cardine sta il rugby: lo sport dei bianchi, che lo seguono con enorme passione. Mandela ne capisce il potere di conciliazione e ne salva i simboli, che rappresentano un oltraggio e un’offesa agli occhi degli ex oppressi. Piano piano se ne appassionerà, coinvolgendo nella sua passione il capitano degli Springboks (Matt Damon) che sarà chiamato dal suo presidente a stringere tra le mani la coppa del mondo alla fine del torneo organizzato proprio in Sudafrica nel 1995.

UBUNTU – E’ possibile parlare di questo pezzo di storia senza darne una connotazione morale e simbolica? No, è chiedere troppo. E’ possibile farne un film non smaccatamente moralista? Eastwood ha dimostrato che si può. I forti connotati morali e simbolici ci sono, ma il buon Clint è in grado di usarli come mezzo e non come fine. La filosofia dell’Ubuntu (“Sono ciò che sono in quanto esisto assieme agli altri”) non viene direttamente citata nel film ma è rappresentata a pieno da quello che rappresenta il rugby: uno sport dove c’è spazio per chiunque, quale che sia la sua stazza o la sua prestanza fisica, in cui il tuo compagno non corre davanti e lontano da te, ma subito un passo indietro per darti il supporto e portare la squadra, come un unico organismo, verso il suo obiettivo. E lo stesso si può dire del film, e del cinema in genere, di Eastwood. La sua apparente semplicità è la forza con cui il regista non introduce mai un elemento o un personaggio senza caricarlo di significati simbolici o di rappresentanza di un’idea o di un tipo di persona. Da cui possono uscire delle false macchiette (ad esempio la famiglia della protagonista in Million dollar baby) che paiono estremi o fuori posto, ma hanno un senso narrativo irrinunciabile, vedi il padre di Pienaar in questo caso.

SPRINGBOKS – La morale predicata esplicitamente da Mandela nel film è quella di non privare i propri ex oppressori ed ex nemici di ciò che li rende umani. Della passione che può renderli partecipi di un tutto. E’ facile infatti trovare banali vendette nel volersi rifare di ciò che ci è stato tolto. Ma non è trasformandosi in nuovi oppressori che si va avanti e si costruisce qualcosa di nuovo. Morali condivisibili, sagge, lungimiranti. Quello che ci si aspetta da un regista che ormai viaggia per gli ottanta. Se c’è una critica che gli viene mossa è proprio quella di lanciarsi in morali così facilmente condivisibili e rimanere in tutto (nello stile e nei contenuti) un regista fin troppo classico e classicista. Non vi sentirete mai provocati da un film dell’ultimo Eastwood. Le tinte nette e forti degli strumenti morali delle sue storie sono messe in scena senza un pari espressionismo (o forse divisionismo, per scegliere un’ardita metafora pittorica). Niente lunghi piani sequenza, niente fotografia estrema, o computer grafica rivoluzionaria.

RUGBY – Questo perché Eastwood, a differenza di molti altri registi sulla invictus teamx topper medium Invictus piazza, può permetterselo. Perché sa girare e sa girare molto bene. Prendiamo l’elemento cardine della spettacolarità del film: il rugby. Il campo da gioco non occupa larghissima parte del film, ma è responsabile del suo culmine di tensione. Il rugby viene rappresentato per quello che è. A un occhio inesperto forse in maniera non troppo versatile (si indugia spesso sui placcaggi a Lomu, sulle mischie ordinate o sulle ultime parti dei break in attacco). Tuttavia è girato con una pulizia, una calibrazione attentissima dei tempi e una consapevolezza del gioco che ha dell’ammirevole. E poco importano alcune disattenzioni (i numeri di maglia col font sbagliato): quello è rugby vero, emozionante e divertente anche se difficile da capire, come non si è mai visto sul grande schermo, e girato molto meglio di altri sport che hanno avuto molte più trasposizioni su pellicola, dal calcio (il non meritevole di pietà Goal!) al football (il più pretenzioso Ogni maledetta domenica, le cui scene sportive non sono certo uno dei suoi meriti in quanto sciatte e poco ispirate). Un film, in ultima battuta, meno artistico di Flags of our father, ma più riuscito di Gran Torino e Million dollar baby, in cui la componente spettacolare e morale riesce a fare da perfetto sfondo e serbatoio di una bella vicenda umana.