L’erosione dei sudati guadagni degli italiani
02/03/2010 - IL REDDITO PRIMARIO CALA AL SUD – A livello territoriale, una prima differenziazione sta nella diversa tenuta del reddito primario delle famiglie, soprattutto negli ultimi 10 anni. Infatti, come si vede dalla tabella qui, mentre tra il 1995 e il
IL REDDITO PRIMARIO CALA AL SUD – A livello territoriale, una prima differenziazione sta nella diversa tenuta del reddito primario delle famiglie, soprattutto negli ultimi 10 anni. Infatti, come si vede dalla tabella qui, mentre tra il 1995 e il 2001 si assiste ad una convergenza del reddito primario tra le diverse ripartizioni italiane, a partire dal 2001 esso tende nuovamente a divaricarsi in modo sensibile a svantaggio del Sud: il reddito cresce tra il 2001 e il 2007 del 3,5% al Nord e del 3,7% al Centro, mentre nel Sud esso aumenta solo del 2,8%. Attenzione: questo avviene nonostante la crescita del Pil sia molto simile: al Nord del +3,5% e al Sud del +3,3%. Quindi, la perdita relativa di quota di prodotto del Sud sta in un “trasferimento” di ricchezza tra Sud e resto d’Italia (soprattutto verso il centro) o verso l’estero. L’arretramento più sensibile è nei redditi da capitale (che crescono poco ovunque, ma nel Sud calano addirittura in termini nominali) e nel reddito derivante dalle abitazioni. Ma è meno sostenuta anche la dinamica del reddito d’impresa, mentre
non c’è differenza nell’andamento nei diversi territori del reddito da lavoro dipendente.
IL REDDITO DISPONIBILE – Il Sud riceve però una lieve contropartita grazie al processo di redistribuzione del reddito: infatti, analizzando il reddito disponibile, la divaricazione tra sud e resto d’Italia si attenua. Il reddito disponibile cresce infatti in modo analogo nelle varie ripartizioni, provocando quindi un”recupero” del mezzogiorno, grazie ad un prelievo fiscale lievemente inferiore e soprattutto ad un maggior peso delle prestazioni sociali. Il risultato finale è un calo nel tempo della quota di reddito disponibile delle famiglie in rapporto alla ricchezza prodotta omogeneo in tutte le regioni italiane. Ma “dentro” l’aggregato famiglie, il Sud si vede “sottrarre” parte della ricchezza prodotta, che poi gli viene (parzialmente) ritrasferita con il processo di redistribuzione del reddito. A livello procapite, come si vede dal grafico disponibile qui, le quote di reddito primario si avvicinano molto a quelle del Pil prodotto. Le regioni meridionali sono le uniche a mostrare quote di reddito primario superiori al valore aggiunto prodotto per periodi e ammontare significativi, segno che i fattori di produzione cercano impiego e remunerazione al di fuori della regione. D’altra parte, la redistribuzione opera a vantaggio delle regioni meridionali, le uniche in cui la quota di reddito disponibile sia superiore a quella del reddito primario.
LA NECESSITA’ DELLA CONVERGENZA – Tutte le famiglie italiane in questi anni hanno perso ricchezza. Quelle che l’hanno persa di più sono quelle del Sud, quelle che ci perdono di meno sono invece quelle del centro Italia. Il sud ha perso sia in termini di Pil, che di reddito primario. Può ancora contare sul processo di redistribuzione, che però è in attenuazione, e che soprattutto alla luce dei cambiamenti istituzionali in atto, a partire dal federalismo fiscale subirà presumibilmente una drastica riduzione. Già ora si parte (vedi qui) da una differenza di Pil per abitante di circa 13 mila euro tra sud e nord, con una differenza di reddito disponibile che invece si attenua a 7.600 euro. Al sud serve quindi la convergenza in termini di Pil pro capite, ma anche una maggiore possibilità di trattenere la ricchezza “primaria” detenuta dalle famiglie in loco. L’Istat ci consegna invece una traiettoria di divergenza economica che si accentua dal 2001. E il guaio di questa fotografia, poco confortante, è che i dati si fermano proprio all’esplosione della crisi.













Il mezzogiorno soffre di più perchè non riesce a generare ricchezza (produrre beni e servizi per il mercato). Come documenta Ricolfi nella sua innovativa analisi(“il Sacco del Nord”) sulla contabilità nazionale, il prodotto per abitante nel Mezzogiorno è poco più della metà di quello del centro nord (53,2 a 100). Questo divario non è il prodotto di una struttura demografica sfavorevole, ma è la risultante di produttività e occupazione, che concorrono a determinare il prodotto per abitante: la produttività del Mezzogiorno è l’82% di quella del centro-nord, mentre il suo tasso di occupazione è appena il 64%. Non stupisce che le tre regioni più arretrate sono le tre regioni ad alta presenza della criminalità organizzata (Calabria, Campania e Sicilia), regioni dove si riscontrano alti livelli di spreco della pubblica aministrazione, di parassitismo e di diseguaglianza nella distribuzione dei redditi.
“Il mezzogiorno soffre di più perchè non riesce a generare ricchezza”
Esatto, e – senza offesa per il saggio di Ricolfi, che non condivido del tutto ma che dà anche spunti interessanti – è fatto noto e risaputo da almeno un secolo…
Qui è stata fatta un’altra riflessione:
1. Che nella torta complessiva del reddito nazionale, a tutte le famiglie italiane nel corso degli ultimi 15 anni è stata “sottratta” una parte a beneficio degli altri settori istituzionali (PA, Società di Capitali, Banche e “estero”)
2. Che all’interno del settore “famiglie”, quelle del Sud hanno perso più delle altre: e NON perché hanno generato meno reddito (il tasso di crescita del Pil è statto analogo a quello del nord negli ultimi dieci anni) ma perchè quote di esso sono finite “altrove”
3. Che la redistribuzione del reddito (sotto forma di imposte e prestazioni sociali) dal Nord verso il Sud ha solo parzialmente compensato tale sottrazione.
Mi sembrava di essere stato chiaro. Spero di esserlo stato adesso.