Visto che l’Intergovernmental Panel on Climate Change non riesce ad uscire dal cul de sac nel quale si è ficcato negli ultimi mesi, le Nazioni Unite provano a correre ai ripari. E annunciano un piano di commissariamento. Basterà?
Rajendra K. Pachauri, capo supremo dell’IPCC, dopo settimane di assedio mediatico ha deciso di consegnare al mondo la sua proposta per una resa onorevole. Con un comunicato di
poche righe, il premio Nobel per la Pace – ricevuto nel 2007 in condominio con Al Gore – ha annunciato la prossima costituzione di un comitato indipendente di esperti che avrà il compito di controllare i lavori scientifici prodotti dal più grande ed influente club di colpevolisti sul ruolo dell’uomo nel processo di riscaldamento del globo. Gesto inevitabile, come quello di Paulus a Stalingrado, probabilmente dettato dalla scivolata editoriale nella quale è incappato circa un mese fa. Il suo ultimo romanzo – Return to Almora – ha fatto un bel casino, ma non tanto per i pruriti sessuali del protagonista, un sessantenne climatologo con la passione per il “seno voluttuoso”, quanto perché uno dei suoi sponsor è nientemeno che la British Petroleum e il suo editore è Mukesh Ambani, capo del più grande gruppo privato indiano operante nel settore dell’energia. Quel che non hanno potuto fiumi di e-mail piene di inviti a taroccare i dati e le sciatterie contenute nell’ultimo rapporto sul global warming per l’anno 2007, alla fine l’ha avuto una debolezza piccola piccola dietro la quale, però, si staglia un potenziale conflitto di interessi di monumentali proporzioni. Con certe cose, altrove nel mondo, ci si scotta facile.
CHE TEMPO FA – Il barometro dell’IPCC, quindi, continua a segnare tempesta e non si vedono all’orizzonte segnali di miglioramento, almeno nel breve termine. Del resto, anche l’esito del recente vertice di Copenhagen non aiuta di certo coloro che negli ultimi decenni hanno dominato culturalmente la scena trasformando progressivamente una previsione scientifica in una specie di religione laica alla quale non si poteva che aderire per atto di fede. Anzi, è molto probabile che su quel fallimento abbia pesato non poco la crisi di credibilità che ha squassato, e che continua a squassare, il gruppo degli ormai ex depositari della verità rivelata. Tuttavia, non è detto che tutto il maltempo venga per nuocere per cui, una volta che gli attuali “imputati” avranno pagato il fio per la loro maldestra superficialità e terminata l’esposizione al pubblico ludibrio, c’è anche il caso che un atteggiamento meno ideologico e un confronto più sano e concreto con gli scettici possa aiutare tutti quanti a capire come stanno, e come potrebbero andare, le cose. Di sicuro è ancora troppo presto per gli eserciti in campo stabilire chi ha vinto e chi ha perso questa battaglia apparentemente interna alla comunità scientifica, ma di fatto giocata sul terreno della politica. Pachauri ha annunciato concessioni, ma sono meno ampie e meno facilmente realizzabili di quello che sembrano.
CHI CONTROLLA CHI – In attesa che l’IPCC sciolga la riserva e fornisca dettagli su questo ancora ipotetico comitato che dovrebbe valutare l’adeguatezza delle procedure utilizzate, un po’ ovunque ci si interroga su quali funzioni saranno effettivamente affidate all’organo di controllo indipendente e, soprattutto, sul modo in cui saranno identificati i suoi componenti. Pachauri parla di “distinguished experts” [esperti di chiara fama], ma detta così non significa granché. L’obbiettivo dell’IPCC potrebbe anche essere quello di mettere la scienza mainsteam banalmente dietro un paravento tanto per togliersi un po’ di pressione di dosso: Pachauri gode della stima ufficiale di quasi tutti i governi, ma non sono pochi quelli che, in privato, sarebbero ben contenti di fargli la festa. Insomma, sarebbe un salomonico accordo per togliere tutti quanti dalla graticola in attesa che passi la buriana. Anche perché, considerando il grado di omologazione raggiunto dai climatologi, sarebbe interessante capire di quali esperti si cianci: o sono allineati sulle posizioni dell’IPCC – come lo sono la stragrande maggioranza – e allora il controllo diventerebbe davvero un’ipocrita mascheratura, o sono “eretici” e allora ogni rilievo potrebbe tranquillamente essere respinto sulle stesse basi sulle quali, oggi, si tengono in silenzio le voci dei dissidenti. Insomma, sarebbe una buona idea, ma se si tiene conto degli enormi interessi in gioco, la possibilità che si trasformi in operazione di puro maquillage sono piuttosto alte.






















Che l’azione dell’uomo possa provocare danni agli ecosistemi è incontrovertibile…
Che essi possano avere effeti permanenti, anche.
Che questo ci porti inevitabilmente alla catastrofe, oltretutto in tempi rapidissimi, è un po’ meno pacifico.
Forse, se raccogliessimo l’invito con cui Mthrandir chiude il suo pezzo, ovvero di dedicarci al tema senza istrerismi ma anche senza superficiale pressapochismo, ne avremmo da guadagnare.
Ma purtroppo, mi sembra che l’argomento interessi molto meno della gnocca. In parte lo capisco, però…
C.
d’accordo…proprio così..