E’ morto di fame, Orlando Zapata un operaio dissidente contrario al regime di Castro. Ci sono voluti 85 giorni di sciopero della fame per spezzare la vita a quest’uomo. Con la sua morte, sopravvenuta dopo un ricovero nell’ospedale dell’Avana, l’ operaio cubano ha vinto la sua guerra contro l’oppressione comunista di un regime che ormai appartiene al trapassato remoto, alla stessa stregua dei dinosauri.
Faceva parte del gruppo di 75 dissidenti detenuti a Cuba dal 2003 ed il 3 dicembre scorso ha iniziato lo sciopero della fame che lo ha condotto alla morte e, paradossalmente, alla libertà. Quest’uomo era stato condannato a 36 anni di carcere per “vilipendio” nei confronti del “Comandante” Fidel Castro. Non è nostra prerogativa il mettere in discussione il sistema giudiziario di un altro paese ma è chiaro che, a prescindere dai personali convincimenti politici, nessun uomo libero può intimamente tollerare una simile barbarie.
Castro appare minimizzato dall’atto eroico di quest’umile operaio, il potere supremo della rivoluzione viene azzerato dal comportamento gandhiano di Orlando Zapata. E’ inevitabile riconoscere al gesto di Zapata la medesima forza interiore dell’ uomo che in piazza Tian anmen cercò di fermare un carro armato contando sulla forza delle sue idee e sulle buste della spesa.
Un capo di Stato dimostra la sua grandezza proprio nell’affrontare a viso aperto e senza protervia le proteste di ogni cittadino ma, evidentemente, questo non vale nella Cuba di Fidel né nella Cina veterocomunista. Desolante è il silenzio tombale che arriva da sinistra, da quella stessa sinistra che si indigna per i metodi filonazisti di Ahmadinejad ma che non trova la forza per pronunciare una sillaba dinanzi al sacrificio di un uomo che ha dato la sua vita per vincere la battaglia contro il dittatore cubano.
Hasta la victoria, Zapata!






















Viva la Liberta’. Viva Orlando Zapata.