Prove tecniche di picco nella produzione dell’oro nero, ma niente paura perché, a pensarci bene, potremmo farne davvero a meno
Il petrolio sta per finire. È un buon segno che i paesi industrializzati se ne ricordino. Di solito lo fanno solo quando l’economia va talmente bene che non si capisce dove trovare risorse
energetiche aggiuntive. Il fatto che l’argomento stia riscuotendo così grande successo in Inghilterra e negli Stati Uniti all’indomani di una recessione tanto profonda è un’importante novità. Le cause scatenanti sono questo importante report sull’imminente picco petrolifero uscito in UK e presentato da diversi imprenditori (tra cui Richard Branson) e la svolta nucleare di Obama. La teoria del Peak Oil è ben conosciuta e in quarant’anni è passata da credenza semicospiratoria a eventualità riconosciuta da tutti i geologi. Il principio è abbastanza semplice e inoppugnabile: la capacità di estrazione globale raggiungerà un massimo e poi declinerà. I teorici del picco finora hanno fallito in due punti chiave: definire una data certa e chiarire quanto sarà inclinata la curva dell’offerta nella sua ritirata. Su questo punto siamo passati da scenari di “siccità” improvvisa (con conseguenti crisi economiche, crollo della civiltà e guerre) a possibilità più “soft” in cui la produzione dovrebbe rimanere stabile (dopo il picco ci sarebbe il “plateau”) in cui le economie dovrebbero iniziare la lunga transizione verso l’abbandono del petrolio. L’apocalisse è stata annunciata più volte senza mai verificarsi.
È LA FINE! DI NUOVO? – I segni di debolezza del settore sono evidenti da anni: l’esaurimento dei grandi pozzi scoperti negli anni 60, le difficoltà per le compagnie petrolifere di rimpiazzare e riserve utilizzate con nuove scoperte, il petrolio “nuovo” cercato in posti sempre più difficili come i fondali dell’oceano. Ma la tecnologia ha costretto i catastrofisti a spostare la data. Ora si è aggiunto un altro tassello: la produzione dei paesi Non Opec, che raccolgono il 60% del totale ha realmente raggiunto un picco nel 2004 e nonostante gli alti prezzi degli anni successivi non è più riuscita a superarla. I paesi che non fanno parte del cartello dei produttori (Russia, Canada, Usa, Brasile e Norvegia i principali) sono quelli che hanno costi di produzione più alti per il “nuovo” petrolio, ma anche quelli dove le vicende nazionali pesano molto di più nella produzione. Brasile, Russia e Nigeria ad esempio potrebbero produrre molto di più di quanto non fanno ora, mentre paesi
come Usa e Messico hanno da tempo raggiunto il proprio “picco”. La difficoltà di battere i propri record quindi potrebbe non essere solo figlia della disponibilità di riserve. I paesi mediorientali e arabi che guidano l’Opec invece hanno ancora margini di crescita per qualche anno (l’Iraq su tutti, ma anche l’Arabia e l’Iran), ma hanno dimostrato di saperli far pagare ben cari, specie se il loro potere oligopolistico dovesse crescere. E comunque per i ricercatori inglesi dal 2015 in poi perdere circa il 4% della produzione annuale globale sarà “molto probabile”. Il picco arriverà entro il 2020, poi nulla farà più crescere la produzione. Un primo effetto si è già visto: il prezzo del petrolio si è ripreso velocemente dai 32 dollari di fine 2008 agli 80 raggiunti già ad agosto 2009 e lambiti fino ad oggi. È la ripresa più rapida mai vista per l’oro nero in presenza e subito dopo una recessione. Molte case d’affari vedono il prezzo del barile sopra ai 100 dollari entro l’anno per poi proseguire: a super ottimisti di Goldman Sachs si sono aggiunti recentemente Bank of America e Barclays Capital. Per i prossimi tre anni le previsioni variano tra i 130 e i 150 dollari al barile. È il risultato della scommessa su India e Cina. I paesi occidentali stanno riducendo la loro domanda in maniera strutturale. L’Agenzia internazionale per l’Energia ha certificato il “picco” della domanda dei paesi occidentali nel 2007, secondo loro mai più consumeremo tanto petrolio. Non è solo una buona notizia: vuol dire anche che non faremo più il prezzo dell’oro nero. Ci sostituiscono a ritmi serrati i paesi emergenti, l’effetto macroeconomico possibile è che l’Occidente subisca un’ondata inflattiva da alti prezzi energetici senza esserne la causa. La prossima recessione di Usa o Europa peserà ancor meno da calmiere per i prezzi energetici. Un’altra ombra per la ripresa economica, ma che sarà il miglior incentivo a velocizzare l’abbandono del petrolio.
LE ALTERNATIVE – Come abbiamo già raccontato si sta lavorando alacremente alle alternative. Il gas naturale permette una transizione morbida replicando per almeno il prossimo decennio un modello domanda –offerta molto simile al greggio. L’effetto più drastico si avrà sul mondo dei trasporti e sull’agricoltura, i più dipendenti dall’olio raffinato, ma anche quelli che hanno goduto di più di sussidi ingiustificati penalizzando l’efficienza energetica. Più rapida sarà la transizione più servono tecnologie come il nucleare. Una riflessione che gli Stati Uniti hanno deciso di portare fino in fondo. E se l’approccio tecnico del segretario per l’energia Steven Chu riesce a piegare le scelte politiche di Barack Obama vuol dire che alternative non ce ne sono. Bill Gates crede nel ritorno al nucleare e l’effetto annuncio di una tale scelta sembra ben più ampio del suo effetto pratico sul mercato. Gli stessi operatori negano che ci troviamo di fronte ad un nuovo rinascimento nucleare statunitense, ma da questo momento nessuna alternativa può essere abbandonata. In realtà mai come oggi il mondo industrializzato sembra pronto a fare a meno, seppur gradatamente, del petrolio. Persino risultati ambiziosi e un po’ utopistici come quello sulle rinnovabili sono realmente alla portata, almeno dove ci si è investito di più come in Europa (sì noi italiani siamo ancora i peggiori). Il petrolio potrebbe stare per finire davvero e sarebbe bello non accorgersene più di tanto.




il nucleare sostituirebbe solo parte della produzione di energia elettrica derivata dal petrolio. Molto più economico farlo col gas.
Non è solo la domanda dei paesi occidentali che ha raggiunto un picco. Anche la produzione totale di petrolio è su un plateau dal 2004. Brutto segno.
Il problema principale è l’agricoltura. Se hanno ragione i picchisti il costo dei fertilizzanti, più l’espandersi del biodiesel, faranno schizzare i prezzi del grano e del riso alle stelle soprattutto nei paesi del terzo mondo con tutto le conseguenze del caso.
Francamente valide alternative al petrolio coi suoi mille usi, non se ne vedono e non se ne cercano nemmeno. Speriamo che i picchisti si sbaglino.
La questione del picco del petrolio è abbastanza sopravvalutata in alcuni frangenti e sottovalutata in altri. La sopravvalutazione è a carico dei sistemi di trasporto privati, della produzione di energia e della plastica, la sottovalutazione maggiore credo sia a carico dei sistemi di trasporto delle merci e della produzione agricola.
Supponiamo che il petrolio si avvii, diciamo in 10 anni (e non sarà così), ad una graduale (ipotizziamo che tra 10 anni la produzione sia la metà di oggi) diminuzione della produzione.
Il settore del trasporto privato ha già oggi soluzioni accettabili come il metano (comunque soluzione transitoria, ma più efficiente dell’attuale elettrico) e l’elettrico, tecnologie che hanno comunque validi margini di aumento delle efficienze in 10 anni.
La produzione di energia vive oggigiorno un aumento di penetrazione delle fonti rinnovabili (solare ed eolico, l’idroelettrico ha limiti strutturali), una eventuale uscita del petrolio può comunque essere compensata sia da queste che dal nucleare.
La produzione di plastica è fortemente legata al petrolio, principale fonte del materiale, ma un valido approccio al riciclaggio (la plastica in buona parte è riciclabile, visto che quella più usata è di tipo termoplastico) limiterebbe di molto un eventuale impatto del picco del petrolio. Senza contare che esistono anche plastiche di origine vegetale (e biodegradabili) che verrebbero incentivate dall’uscita di scena del petrolio.
Per queste tre classi di utilizzo un eventuale picco del petrolio improvviso sarebbe comunque maneggiabile (per improvviso intendo, ragionevolmente, nell’arco dei 10 anni), più lunga sarà la transizione meno ci saranno urgenze nella realizzazione dei cambiamenti che comunque sono fisiologici per ogni composto non rinnovabile all’interno di un mercato.
La questione è diversa per le altre classi che ritengo sottovalutate.
La differenza tra le due classi è essenzialmente la quantità di energia necessaria per svolgere il lavoro richiesto. Il trasporto merci (su gomma e marittimo) necessità di un sistema di propulsione di discreta potenza, così come la produzione agricola, e tali potenze per unità di peso/volume sono difficili avvicinabili attualmente da fonti non combustibili (ed a meno di scoperte molto serie anche per i prossimi 10 anni). Un camion od una petroliera non possono essere elettriche, perché la sola densità di energia tra una batteria al litio e la benzina differisce di più di 10 volte http://en.wikipedia.org/wiki/Energy_density , benzina 46Mj/kg , prototipo di batteria al litio ad alta efficienza 3,6Mj/kg , batteria al litio attualmente in commercio 0,5Mj/kg).
Ad oggi esistono soluzioni valide per affrontare un picco del petrolio solo per quegli ambiti dove le densità di energia richiesta sono bassi, le soluzione per gli altri ambiti non possono prescindere dal petrolio, ed in futuro a meno di scoperte serie tali campi saranno ad appannaggio del solo idrogeno. Ma un picco del petrolio rapido rischierebbe mi mettere in ginocchio il sistema produttivo, proprio per mancanza di alternative accettabili oggigiorno, e ci troveremmo di fronte ad una economia globalizzata che dovrebbe retrocedere per tornare ad essere fortemente localizzata.
Piccolo link di una recente notizia che se verificata sarebbe abbastanza interessante
http://estropico.blogspot.com/2010/02/benzina-dalle-alghe-05-al-litro.html
aggiungo che anche per il primo punto la pendenza della curva di produzione del petrolio è fondamentale. In caso di discesa ripida, semplicemente non c’è sufficiente energia per costruire le centrali nuove (gas nucleare o rinnovabili che dir si voglia).
Sono solo scenari, ma andrebbero valutati seriamente in modo da prepararsi all’eventualità. Non mi sembra si faccia.
Le navi potrebbero essere alimentate sia a carbone (le piccole) che con il nucleare (le gigantesche portacontainers); e si potrebbero elettrificare le autostrade per consentire anche ai TIR di viaggiare con motore elettrico e trolley
Personalmente non vedo il senso di elettrificare le autostrade quando c’è la ferrovia.
Concordo con molto di quanto scritto. Per riprendere quanto scritto da Icy, a me sembra chiaro che si dovrà arrivare ad un ripensamento di questa follia globalizzatrice per la quale prodotti senza alcuna specificità locale viaggiano per decine di migliaia di chilometri, attraverso le svariate fasi di lavorazione, prima di giungere sul mercato di smercio.
Il nucleare di terza generazione non è la soluzione, e lo sanno tutti, perché una sostituzione degli idrocarburi col nucleare presenterebbe le stesse problematiche in termini di approvvigionamento di materie prime e perché non puoi metterci l’uranio nel serbatoio della Punto o nella caldaia di casa.
Questo nucleare è in realtà un falso problema e se ne sono resi conto tutti a tempo debito, tranne noi.
Non sono pregiudizialmente contrario al nucleare, anzi, se fosse inquadrato in una politica energetica coerente sarei persino favorevole. Se si vincolasse, ad esempio, il nucleare alla produzione d’idrogeno per costruire una filiera alternativa agli idrocarburi, oppure se si vincolasse il nucleare all’elettrificazione del trasporto urbano, non avrei nulla in contrario.
Ma sono assolutamente contrario a buttare lì tre o quattro centrali nucleari per fare un po’ di PIL e ingrassare i soliti quattro porci che si mangiano questo Paese.
In Francia, USA e Giappone il ricorso massiccio al nucleare non ha diminuito i livelli di CO2, ha piuttosto incentivato i consumi energetici, tanto che lo statunitense medio consuma 5 volte l’energia consumata dall’italiano medio.
In italia il ricorso massiccio al nucleare di terza generazione è semplicemente utopistico nonché anacronistico, mentre un nucleare su bassa scala non serve a un cazzo.
La risorsa energetica a più alto potenziale, nonché immediatamente disponibile, per quanto ci riguarda, è costituita dal risparmio e dall’efficienza energetica, anche perché inciderebbe direttamente sul fabbisogno primario.
Ma un’azione di questo tipo presupporrebbe un primato della politica che in Italia non esiste.
E così andremo avanti alla cieca, regalando qualche miliardo ai soliti capitani coraggiosi, senza cavare un ragno dal buco.
Magari la soluzione sono le nanotecnologie.
http://nextbigfuture.com/2009/03/on-path-to-nanocapacitors-with-100.html
Non saprei, ci capisco poco, ma me lo auguro.
La cosa che mi pare sempre più evidente è che la razionalità intrinseca all’evoluzione tecnologica e scientifica non necessariamente coincide con la razionalità intrinseca al sistema vigente di produzione sociale.
In altre parole, a mio avviso, assisteremo presto allo scontro di due forze sociali che, sino ad un recente passato sono andate a braccetto: scienza/tecnica vs capitalismo.
Queste due forze sono molto simili, in quanto alla rarefazione dei propri scopi, ma non coincidono. La scienza si prefigge come unico scopo quello di realizzare scopi. Il capitalismo ha come unico scopo il perseguimento del profitto, che è la cifra ultima del potere.
http://petrolio.blogosfere.it/images/OilwatchNov09_figure5_WorldCrude.png
Grafico della produzione mondiale di Petrolio (petrolio greggio) fino a novembre 2009, si noti come la produzione abbia raggiunto un plateu dal 2005 fino ad oggi.
Non so se questa “spianata” regga altri 5 anni e cioè fino al 2015 e poi la produzione cominci a scendere con un ritmo del 4% all’anno, credo nessuno lo sappia. Personalmente lo trovo poco probabile, 10 anni (2005-2015) di plateu mi sembrano troppi ma è solo una sensazione.