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di Michele Coscia
pubblicato il 26 febbraio 2010 alle 11:30 dallo stesso autore - torna alla home

Un altro tentativo di dare nuova linfa vitale all’espressione delle immagini in movimento, un’altra avventura in mondi fantastici che prima d’ora vivevano solo staticamente. Amabili resti è il nuovo cinema?

A pochi mesi di distanza da Parnassus e a poche settimane da Avatar, ci troviamo ancora una volta di fronte a un cinema estremamente nuovo. Ad opera di uno di quegli autori che, nel bene e nel male, stanno segnando a fondo l’immaginario collettivo di un’intera generazione di spettatori. Peter Jackson è stato in grado in passato di regalare splendidi alti (King Kong) e discutibili bassi (tutta la seconda parte del suo pur dignitosissimo Signore degli Anelli). In cosa sta questa novità che rende Amabili resti un paragone, sia solo di importanza sociale e affatto stilistico sia ben chiaro, ai due film sopra citati? Sta amabili resti Amabili resti nel fatto che c’è un uso maturo e artistico di tutto un comparto di effetti altamente innovativo, una computer grafica non più usata solo come effetto speciale, ma come connessione intrinsecamente legata al tessuto narrativo e alla storia da raccontare. Un uso che accomuna la doppietta sopra esposta, pur con risultati decisamente differenti. A questo punto ci si può domandare: Jackson ha saputo primeggiare dove Cameron ha deluso e Gilliam non ha saputo mettere giù il carico da undici?

SUSIE Q – Amabili resti è tratto da un romanzo di Alice Sebold. Vedremo come questa sua base non originale sia molto importante per il giudizio finale del film. La storia è quella di Susie Salmon, una bambina biondissima e perfettissima la cui voce accompagna, fuori campo, lo spettatore nella sua breve vita e nella sua lunghissima morte. Susie è infatti vittima del mostro della porta accanto, un Harvey qualunque. Questo signore di mezza età la attira in una trappola e la uccide brutalmente. Non è un giallo, questo Amabili resti, perchè si sa subito chi è il colpevole. Non c’è traccia di una vera indagine, solo per le ossessioni del padre (il solito bravo Wahlberg) e il dolore della madre. Ma Susie non scompare dalla scena: viene relegata in un non meglio precisato limbo. Un limbo fantasioso e colorato, da cui Susie può assistere a tutto ciò che le è sopravvissuto e che ha lasciato indietro.

WETA – Rispondiamo immediatamente alla domanda posta in apertura. Sì: Amabili resti riesce nel suo intento espressivo. Jackson riesce a piegare il comparto tecnico e l’immensa competenza espressionistica della WETA al suo volere. Questi sono i primissimi passi di un cinema nuovo che, pur con spirito e personalità differente, riescono a ripartire dal punto in cui Gilliam si era fermato un po’ con l’amaro in bocca. Riesce ad andare fino in fondo? Francamente ritengo di no. Questo sentiero è ancora poco esplorato e la via sembra molto più lunga di così. Prendiamo ad esempio la sequenza in cui Susie corre di fianco alla sensitiva (un personaggio buttato nella scena un po’ a casaccio, si deve ammettere…) per scomparire nel vuoto. Tutta la sequenza ha una valenza semantica ed espressiva molto forte. Tuttavia si nota ancora una realizzazione non perfetta, uno stacco che rende la scena troppo piatta e poco efficace. Non è insomma come il finto tramonto posticcio di King Kong, un bellissimo omaggio al cinema che fu. Ma è un preciso limite che Jackson ancora non è riuscito a sfondare. E’ più come alcuni faracci fuori campo di Mann in una scena di Nemico pubblico. E’ come una Kandiskij che ancora non è riuscito a liberarsi del tutto dal figurativo.

ELEGIA DI UN’IDIOTA – Analizzando però più attentamente qual è il materiale ben dipinto (ma non troppo) da questo Kandiskij, notiamo come ci sia un territorio su cui operare piuttosto sconsolato. L’intreccio e la morale estratti su misura dall’opera della Sebold sono un affronto all’intelligenza umana. La scrittrice evidentemente non è riuscita a maturare le sue tristi vicende personali in qualcosa che sia veramente degno di essere raccontato a un pubblico. Perchè se è lodevole l’intento di creare un impianto morale basato sul perdono (proprio gli amabili resti a cui si riferisce il titolo) è fin troppo facile smascherare quella patina di rivoltante ipocrisia che sta dietro a tutto il progetto. I rigurgiti fascisti urlati dall’oltretomba sono qualcosa di veramente fastidioso e non sono affatto negati, se non in maniera fasulla e superficiale, da un finale che non ho intenzione di rovinarvi (in quanto si riesce a rovinare benissimo anche da solo). Verrebbe da chiedersi perchè Jackson abbia deciso Amabili resti   03 Amabili resti di dedicare l’anima e il corpo della propria arte a qualcosa del genere.

IMPERDONABILE – La risposta, ahinoi, è piuttosto semplice. Jackson ha creduto fino in fondo a ogni parola che ha letto del romanzo e trasposto sulla sceneggiatura. Questo cieco accettare le idiozie su carta lo hanno anche in qualche modo rimbambito in alcuni aspetti espressivi. Si noti, ad esempio, quanto gonfie e ridicolmente tragiche siano certe sottolineature stilistiche a qualsiasi passo della vicenda di Susie (la scena delle rose, ad esempio), anche quelle assolutamente irrilevanti per l’impianto drammatico e di coinvolgimento del film. Un gonfiarsi di retorica che limita le possibilità espressive di Jackson, come testimoniano le insopportabilmente frequenti scarrellate con vertigo negli interni che circondano la piccola protagonista. Uno sfoggio di rigidità e assoluta mancanza di versatilità con cui trattare la storia. Gli amabili resti di questo film, in conclusione, vengono rappresentati solo dalla parte espressiva più lontana da ciò che viene raccontato e dal ruolo di un regista. Tutto il resto, in primis l’ipocrisia di fondo del film, può tranquillamente scivolare dentro una cassa e inabissarsi nelle profondità delle viscere della terra e non far mai più ritorno in superficie.