Un altro tentativo di dare nuova linfa vitale all’espressione delle immagini in movimento, un’altra avventura in mondi fantastici che prima d’ora vivevano solo staticamente. Amabili resti è il nuovo cinema?
A pochi mesi di distanza da Parnassus e a poche settimane da Avatar, ci troviamo ancora una volta di fronte a un cinema estremamente nuovo. Ad opera di uno di quegli autori che, nel bene e nel male, stanno segnando a fondo l’immaginario collettivo di un’intera generazione di spettatori. Peter Jackson è stato in grado in passato di regalare splendidi alti (King Kong) e discutibili bassi (tutta la seconda parte del suo pur dignitosissimo Signore degli Anelli). In cosa sta questa novità che rende Amabili resti un paragone, sia solo di importanza sociale e affatto stilistico sia ben chiaro, ai due film sopra citati? Sta
nel fatto che c’è un uso maturo e artistico di tutto un comparto di effetti altamente innovativo, una computer grafica non più usata solo come effetto speciale, ma come connessione intrinsecamente legata al tessuto narrativo e alla storia da raccontare. Un uso che accomuna la doppietta sopra esposta, pur con risultati decisamente differenti. A questo punto ci si può domandare: Jackson ha saputo primeggiare dove Cameron ha deluso e Gilliam non ha saputo mettere giù il carico da undici?
SUSIE Q – Amabili resti è tratto da un romanzo di Alice Sebold. Vedremo come questa sua base non originale sia molto importante per il giudizio finale del film. La storia è quella di Susie Salmon, una bambina biondissima e perfettissima la cui voce accompagna, fuori campo, lo spettatore nella sua breve vita e nella sua lunghissima morte. Susie è infatti vittima del mostro della porta accanto, un Harvey qualunque. Questo signore di mezza età la attira in una trappola e la uccide brutalmente. Non è un giallo, questo Amabili resti, perchè si sa subito chi è il colpevole. Non c’è traccia di una vera indagine, solo per le ossessioni del padre (il solito bravo Wahlberg) e il dolore della madre. Ma Susie non scompare dalla scena: viene relegata in un non meglio precisato limbo. Un limbo fantasioso e colorato, da cui Susie può assistere a tutto ciò che le è sopravvissuto e che ha lasciato indietro.
WETA – Rispondiamo immediatamente alla domanda posta in apertura. Sì: Amabili resti riesce nel suo intento espressivo. Jackson riesce a piegare il comparto tecnico e l’immensa competenza espressionistica della WETA al suo volere. Questi sono i primissimi passi di un cinema nuovo che, pur con spirito e personalità differente, riescono a ripartire dal punto in cui Gilliam si era fermato un po’ con l’amaro in bocca. Riesce ad andare fino in fondo? Francamente ritengo di no. Questo sentiero è ancora poco esplorato e la via sembra molto più lunga di così. Prendiamo ad esempio la sequenza in cui Susie corre di fianco alla sensitiva (un personaggio buttato nella scena un po’ a casaccio, si deve ammettere…) per scomparire nel vuoto. Tutta la sequenza ha una valenza semantica ed espressiva molto forte. Tuttavia si nota ancora una realizzazione non perfetta, uno stacco che rende la scena troppo piatta e poco efficace. Non è insomma come il finto tramonto posticcio di King Kong, un bellissimo omaggio al cinema che fu. Ma è un preciso limite che Jackson ancora non è riuscito a sfondare. E’ più come alcuni faracci fuori campo di Mann in una scena di Nemico pubblico. E’ come una Kandiskij che ancora non è riuscito a liberarsi del tutto dal figurativo.
ELEGIA DI UN’IDIOTA – Analizzando però più attentamente qual è il materiale ben dipinto (ma non troppo) da questo Kandiskij, notiamo come ci sia un territorio su cui operare piuttosto sconsolato. L’intreccio e la morale estratti su misura dall’opera della Sebold sono un affronto all’intelligenza umana. La scrittrice evidentemente non è riuscita a maturare le sue tristi vicende personali in qualcosa che sia veramente degno di essere raccontato a un pubblico. Perchè se è lodevole l’intento di creare un impianto morale basato sul perdono (proprio gli amabili resti a cui si riferisce il titolo) è fin troppo facile smascherare quella patina di rivoltante ipocrisia che sta dietro a tutto il progetto. I rigurgiti fascisti urlati dall’oltretomba sono qualcosa di veramente fastidioso e non sono affatto negati, se non in maniera fasulla e superficiale, da un finale che non ho intenzione di rovinarvi (in quanto si riesce a rovinare benissimo anche da solo). Verrebbe da chiedersi perchè Jackson abbia deciso
di dedicare l’anima e il corpo della propria arte a qualcosa del genere.
IMPERDONABILE – La risposta, ahinoi, è piuttosto semplice. Jackson ha creduto fino in fondo a ogni parola che ha letto del romanzo e trasposto sulla sceneggiatura. Questo cieco accettare le idiozie su carta lo hanno anche in qualche modo rimbambito in alcuni aspetti espressivi. Si noti, ad esempio, quanto gonfie e ridicolmente tragiche siano certe sottolineature stilistiche a qualsiasi passo della vicenda di Susie (la scena delle rose, ad esempio), anche quelle assolutamente irrilevanti per l’impianto drammatico e di coinvolgimento del film. Un gonfiarsi di retorica che limita le possibilità espressive di Jackson, come testimoniano le insopportabilmente frequenti scarrellate con vertigo negli interni che circondano la piccola protagonista. Uno sfoggio di rigidità e assoluta mancanza di versatilità con cui trattare la storia. Gli amabili resti di questo film, in conclusione, vengono rappresentati solo dalla parte espressiva più lontana da ciò che viene raccontato e dal ruolo di un regista. Tutto il resto, in primis l’ipocrisia di fondo del film, può tranquillamente scivolare dentro una cassa e inabissarsi nelle profondità delle viscere della terra e non far mai più ritorno in superficie.






















Diamine, quale ingiustificato cinismo!
Pare una recensione di un film pseudo-erotico degli anni 80 con Lino Banfi.
Mi perdoni, ma il suo metro di giudizio mira ad altezze forse inarrivabili.
Il cinema non è fatto solo di capolavori ma di esperimenti coraggiosi.
Amabili resti lo è.
Posso ben comprendere che il giudizio personale sia assolutamente insindacabile ma ,temo, che dovrebbe leggere e osservare il film con un’ottica differente.
Credo che gli aggettivi da lei utilizzati siano più indicati per i film di Moccia: le vere ELEGIE DI UN’IDIOTA.
Sono assai curioso di leggerne una.
Senza rancore,
Matteo.
@Matteo: Non mi apre di aver dato una stroncatura così inarrivabile. Ho ammesso svariati meriti al film, tra i quali quello di essere visivamente il miglior precursore di un cinema nuovo rispetto ad altri due film che nel bene o nel male han fatto la storia. Però se qualcuno mi spara su schermo un rigurgito da “occhio per occhio” così smaccatamente fascista, perdonami, ma lo ritengo peggiore di Moccia, a livello di contenuti s’intende.
@Tetsuo: Dai, non l’ho stroncato, ho solo fatto risaltare con cattiveria i punti peggiori. Se vedi quest’estate ho infilato una serie di recensioni positive che mi ha fatto pensare di essermi rammollito
Causa lavoro questa settimana ho ahimè saltato il cinema, ma se ti fidi del naso direi Afterschool e Invictus (Clint è sempre una garanzia).
@pippozzo: Già, perchè son entrambe cazzate. Basterebbe dire: il cinema è uno strumento e un linguaggio completamente diverso dalla parola scritta: certe cose funzionano, certe altre no. Pacifico.
@Alessandro: E qui taccio perchè sono un noto cialtrone, specie coi nomi (vatti a spulciare il mio blog: troverai a un certo punto un clamoroso refuso tra Puccini e Rossini da far accapponare le palle). Tuttavia il senso del paragone rimane: se l’obiezione è solo nella forma ci troviamo in una bella fallacia ad hominem ingiurioso, stai solo dando a me dell’ignorante, ma non confuti la tesi
Se dico male argomenta il perchè sulla tesi, non su di me.
Aho li stronca tutti
Per curiosità, di filme recente e meno recenti… quali salvi?????
Se un film non segue alla lettera il romanzo: “ahhh ha riscritto la storia!”
Se un film segue alla lettera il romanzo: “ahhh ha seguito paro paro la storia!”
Non ne va bene una eh..
Non ho letto il libro e non ho visto il film, pertanto mi limito a notare una certa “presunzione da critico” nel tono in cui è scritto l’articolo. A parte ciò, si scrive “Kandinskij”, con una bella N in mezzo; una volta avrebbe potuto essere un refuso, ma due volte sembra più aver copiato male citando un nome d’artista noto-ma-non-troppo, tanto per apparire colti. Suvvia.
Perchè ha messo il mio commento di risposta a tutti e quattro in seconda posizione? Boh! Comunque controllate su se non trovate una risposta al vostro commento
Scusa se rispondo solo adesso. Primo: non devo, né mi interessa, “confutare la tua tesi” perché, come ho scritto, non avendo né letto il libro né visto il film potresti benissimo aver ragione, e mi sono limitato a esprimere un’osservazione sullo stile dell’articolo (opinione che deriva da una mia impressione personale, caso mai non fosse abbastanza chiaro). Quanto al refuso, non era per darti dell’ignorante e attaccarti sul personale: semplicemente, l’impressione che può trasmettere è quella, il che certo non fa bene alla credibilità di chi ha scritto l’articolo, mi spiego? Puoi essere un bravissimo critico, ma chi ti legge deve percepire che lo sei e non prenderti per un qualsiasi cialtrone che critica tanto per parlar male; se no, il tuo articolo non viene preso sul serio e diventa del tutto inutile.
Buon lavoro.
Beh allora ti ringrazio del consiglio, ora decisamente più intelleggibile delle note sulla presunzione e sull’apparenza (a proposito: ti paiono presuntuose anche le mie note positive oltre quelle negative, vedi la recensione di Invicuts?). Lascia un po’ il tempo che trova dato che questo non nè, purtroppo, il mio mestiere ma piuttosto un modo che ho di esprimere e condividere le mie idee. Utili senza dubbio a migliorare lo stile e guadagnarmi spazi migliori e con maggiore audience di quelli che mi sono offerti ora, per quanto dignitosissimi essi siano attualmente.
Saluti.
Mah, anche io spesso sembro -o sono- presuntuoso, anche in questa occasione (col senno di poi); non saprei se è un difetto in assoluto, c’è chi sulla propria vera, esagerata presunzione ha costruito la propria fortuna. Forse “lapidario” è termine che rende meglio? Anche per la recensione a Invictus (e non intendo che mandi inequivocabilmente all’inferno o in paradiso, giacché cerchi di trovare sia pregi sia difetti, a quanto mi sembra).
Per quanto tu sia colto, e si nota, la tua rimane non scienza ma pareri personali, anche se motivati quanto si vuole. Ma a volte mi sembra tu ti esprima in questi articoli come se volessi trasmetter scienza. Tutto qui
Forse, la realtà è che il mestiere di critico (o l’hobby di critico) è uno dei più infami. Immagino che tu riceva più spesso commenti da chi non concorda coi tuoi giudizi che da chi invece ci si ritrova. Da un critico, letto prima di aver visto il film, ci aspettiamo proprio il consiglio risolutivo per scegliere o meno di spendere i soldi del biglietto. Serve molto tempo per decidere di dargli fiducia, ma se demolisce un film che ci è piaciuto o, al contrario, ne elogia uno che ci fa schifo, quella fiducia la perde subito (soprattutto se riteniamo di aver “per colpa sua” sprecato soldi e tempo). Credo non sia un caso se, nei quotidiani, di solito la critica cinematografica è relegata nelle ultimissime pagine, vicino a oroscopo e meteo
p.s. continuo a risponderti qui poiché, a quanto ho capito, ti arriva un qualche tipo di notifica del fatto che hai ricevuto risposta. Visto che in pochi cercheranno questo vecchio articolo, la cosa rimane quasi fra noi. E perdona i miei tempi.