Israele, sull’omicidio di Dubai una voluta ambiguità

24 febbraio 2010

Ci sono tre ragioni per ritenere che Israele sia implicato nell’assassinio del dirigente di Hamas morto a Dubai il mese scorso. Primo: la vittima apparteneva ad Hamas, che è un nemico di Israele. C’é quindi un ovvio movente. Secondo: le identità usate dai presunti assassini sono quelle di cittadini europei residenti in Israele. Ecco il primo legame fattuale con Israele. A cui va aggiunta la considerazione che se in effetti fosse stato il Mossad, non sarebbe la prima volta. Fin ora, semplici indizi. Ma ecco la presunta prova: Israele non ha smentito. Considerato che in molti avrebbero probabilmente dato per scontato la responsabilità di Israele anche nel caso lo stato ebraico avesse dichiarato la propria estraneità, il fatto che fin d’ora Israele non si è professato innocente sembra ragione sufficiente per ritenere che, in effetti, deve essere stato proprio il Mossad.

Due indizi non male, e una prova – nel mondo della comunicazione politica contemporanea – praticamente schiacciante. Se, per ipotesi, dovesse girar voce che Berlusconi è stato a letto con la Melandri, e il cavaliere – invece di stare zitto o di professare la propria innocenza – dichiarasse ufficialmente che “non ci sono prove che io sia stato a letto con la Melandri”, quella verrebbe inevitabilmente letta come una confessione. Israele proprio questo ha fatto: invece di stare zitti o di dichiarare la propria estraneità, il Ministro degli Esteri si è limitato a dire come non ci fossero prove che implichino Israele o il Mossad. Colpevoli. Quindi non perdiamo altro tempo con i fatti e passiamo finalmente alle opinioni: come si permettono? Perché non ritiriamo l’Ambasciatore? Non così in fretta.

Israele, si sa, ha una esplicita politica di ambiguità. Che cosa significa? Precisamente ciò che hanno fatto in questo caso: invece di prendere una posizione, sono rimasti ambigui. Né “siamo stati noi” né “non siamo stati noi”; ma, semplicemente, “non ci sono prove che siamo stati noi”. Questa terza alternativa è compatibile sia con il “siamo stati noi” che con il “non siamo stati noi”. E’, per buttarla in filosofia, un giudizio epistemologico invece che ontologico: non riguarda la verità, ma solo la giustificazione. E siccome verità e giustificazione sono indipendenti l’un l’altra (“fuori piove” può essere vero anche nel caso io non abbia alcuna ragione di credere che sia vero; così come potrebbe essere falso anche nel caso io abbia ottime ragioni di credere che sia vero), allora le dichiarazioni di Israele sono compatibili con entrambe le possibilità, e non suggeriscono né l’una né l’altra. Anzi: suggeriscono, semmai, che non siano stati loro.

Se non ci sono ragioni di ritenere che fuori piova, il nostro dovere epistemico e razionale è di credere, fino a prova contraria, che fuori non piova. Quindi il bilancio sembra essere a favore di Israele, che così non avrebbe fatto altro che ricordarci i nostri doveri di animali razionali: fino a prova contraria, non siamo stati noi – questo il loro messaggio, altro che ambiguità. Ma l’ambiguità c’é, per stessa ammissione degli Israeliani, che usano la stessa politica nel caso della bomba atomica: né si né no, ma non ci sono prove – e se provate a presentargliele, le prove, le contestano in tutte le maniere proprio per mantenere la propria ambiguità. L’ambiguità deriva dal fatto che nella comunicazione politica, se una illazione non viene negata dal presunto imputato – soprattutto nel caso in cui il presunto imputato fa una dichiarazione a riguardo – la dichiarazione stessa viene intesa come una conferma. Perché? Perché se il presunto imputato ha omesso di dichiarare di non essere colpevole, avendone avuta la opportunità, allora deve essere certamente colpevole. Non sequitur.

Un commento a Israele, sull’omicidio di Dubai una voluta ambiguità

  1. pio giorgio

    giudei macellai autorizzati dagli usa

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